Sui limiti dei monoteismi

Di: Gabriele Armento - Giorgia Rossi
4 febbraio 2019

Studenti del Liceo scientifico “E. Fermi” di Genova

L’uomo è immerso in una realtà, un complesso meccanismo inconsapevole, di cui si conoscono solo pochi processi. I molti, per sfuggire alla sensazione di smarrimento e per bisogno di sopravvivenza, cercano -o creano intorno a loro- un mondo di cui conoscono tutto: un gruppo di amici fidati, una casa curata, un lavoro stabile, orari precisi, proprietàprivate, dogmi. Vivono così nel loro mondo organizzato e prevedibile.

Rappresentato in termini concreti, il significato verbale intransitivo di “vivere” si esplica sempre come un vivere “in” qualcosa, “per” qualcosa, “con” qualcosa, “contro” qualcosa, “verso” qualcosa, “di” qualcosa. Il “qualcosa” in questa serie di espressioni preposizionali [präpositionalen Ausdrücken] che sembrano ammassate ed enunciate alla rinfusa, lo indichiamo con il termine “mondo1.

Con “il qualcosa”, definito e affidabile, l’uomo sente così di avere padronanza – se ne compiace -, in tal modo infattiacquisisce la sicurezza del futuro altrimenti in-acquisibile, un falso e utopico controllo di ciò che entra ed esce dalla sua piccola sfera, però -curum, senza cura: è in questa assenza di cura che sta il fondamento falso dellepremesse vere che danno luogo al senso di sicurezza che ha origine nella paura della morte, anticipata dal dolore.

Ma da che il mortale è aggredito dal dolore cresce in lui l’angoscia che il dolore ritorni. L’angoscia non è il dolore che stordisce: essa accompagna il tempo in cui l’uomo incomincia a pensare come potrà riuscire ad allontanare e a evitare il più possibile il dolore. L’angoscia, come il pensiero, crescono nelle pause del dolore. E ciò che soprattutto angoscia è l’imprevedibilità del futuro2.

La più degna di nota tra queste apparentemente pacifiche sicurezze che sembrano rendere prevedibile l’imprevedibile è Dio: un vile ma arguto stratagemma per ingannarsi che allontana sempre di più dalla Cura. Da se stessi.

“Tu, Giove, poiché hai dato lo spirito, alla morte riceverai lo spirito; tu, Terra, poiché hai dato il corpo, riceverai il corpo. Ma poiché fu la Cura che per prima diede forma a questo essere, fintanto che esso vivrà lo possieda la Cura. Poiché però la controversia riguarda il suo nome, si chiami homo poiché è fatto di humus (Terra)”3.

Ma l’uomo ha preferito dio e ha preferito renderlo onnipotente, dimenticando che era un mezzo per salvarsi dall’angoscia della morte.

L’uomo avverte sempre più chiaramente che, proprio per salvarsi, non deve intralciare con i propri progetti e la propria volontà l’opera del Salvatore, e che affinché ciò accada egli non deve dire al suo Salvatore: “Salvami”, cioè “fa’ la mia volontà”, ma “Sia fatta la tua volontà”, fiat voluntas tua. Lo scopo ultimo, allora, non è più ciò che è voluto dalla volontà umana, ma ciò che è voluto dalla volontà divina. Il mezzo diventa scopo – con la speranza che Dio voglia essere il Salvatore. E lo scopo diventa mezzo, cioè l’uomo e il creato diventano mezzi affinché sia celebrata la gloria di Dio4.

Attraverso il monoteismo, l’uomo crede ancora di aver trovato la risposta a quelle domande che definiscono il progresso apparentemente naturale di quell’essere culturale che è l’uomo stesso, permettendosi così di ignorare l’indagine, di eludere il problema dell’essere-uomo.

L’Esserci comprende sempre se stesso in base alla sua esistenza, cioè in base a una possibilità che ha di essere o non essere se stesso. Questa possibilità l’Esserci o le ha scelte da sé o è incappato in esse o è cresciuto già da sempre in esse. L’esistenza è decisa, nel senso del possesso o dello smarrimento, esclusivamente da ogni singolo Esserci. Il problema dell’esistenza, in ogni caso, non può essere posto in chiaro che nell’esistere stesso5.

Il carattere essenzialmente ateo del filosofare che lo stesso Heidegger comprese definitivamente ritornando a riflettere sul cristianesimo, ci dà la misura del fallimento a cui è destinato l’uomo che ancora affida al dio dei monoteismi la parte migliore di sé.

La ricerca filosofica è e rimane ateismo, proprio perciò essa può procurarsi la “presunzione del pensiero”; non solo la procurerà a sé, ma costituisce l’interna necessità della filosofia e la sua autentica forza, e proprio in questo ateismo essa diviene ciò che un grande ebbe una volta a dire: “gaia scienza”6.

Pur avendo in parte addomesticato, con il progresso della tecnica e della conoscenza, la natura comprendendo le ragioni degli eventi naturali che sembravano agire con inopportuna violenza contro di lui, quasi disprezzandone la gettatezza originaria, l’uomo non ha eliminato il terrore della morte, il mistero dell’universo che ancora riecheggia: “Perché l’essere e non il nulla?”. Per tal motivo rimane dentro la favola. Gli serve come un solido ramo a cui appigliarsi per concludere tranquillo e indisturbato il ciclo della sua esistenza: così l’uomo continua a inventare dio, che porta pace e risposta a questi due ultimi grandi misteri.

Si può, però, accettare l’esistenza di un dio, rifugiandosi in esso, soltanto se spaventati e rassegnati davanti alla grandezza dell’esistenza, e soltanto mettendo sullo sfondo la specifica consapevolezza di sé dell’umano, per soccombere al conforto fornito da una divinità, che tutto spiega e tutto sa. E dio, forte di tutta la sua onnipotenza e onniscienza, nullifica l’esistenza umana poiché priva l’uomo di quel tratto che lo distingue in quanto Dasein: quel quid.

Vale a dire, ciò che nella religione è predicato, noi sempre e soltanto lo dobbiamo ricondurre a soggetto, conseguentemente a quanto prima delineato, e ciò che in essa è soggetto, lo dobbiamo ricondurre a predicato, dobbiamo dunque rovesciare i responsi oracolari della religione, per così dire comprenderli come contre-vérités – abbiamo in tal modo il vero7.

Ma non è forse contraddittorio affermare l’esistenza di un Dio del quale l’Uomo può avere esperienza solamente quando viene meno la caratteristica che lo rende tale, la coscienza? Quando l’uomo, insomma, sarà oltre l’angoscia di trovarsi «di fronte al nulla della possibile impossibilità della propria esistenza»8 ma vi sarà immerso? Non è forse vero che la coscienza è integrata «all’interno della struttura empirica della realtà mantenendo un suo ruolo causale e insieme salvaguardando la chiusura fisica del mondo, per la quale ogni evento fisico è prodotto soltanto da un altro evento fisico?»9.

Esistono tuttavia degli aristoi che divergono da questa debolezza mentale del controllo “artificiale”, fasullo. Alcuni consapevolmente -altri meno- si sbracciano per incrinare il tetto di questo mondo falso che è stato loro costruito tutt’intorno, di questo mondo vero che è divenuto una favola. Non è facile sfuggire a un sistema quando non si conosce l’esistenza di altro: l’unica via di fuga è la comprensione, la ricerca della verità, alimentando l’immaginazione, la fantasia, la creatività, il talento, il genio, in breve la mente.

Chiamo “mente”, l’autocoscienza del grumo di tempo fattosi corpo nell’umano. […] Lo stato del corpo è a ogni istante il risultato di un insieme assai complesso di eventi biologici, coscienzialistici e sociali. […] «mens humana est ipsa idea sive cognitio corporis humani quæ in Deo quidem est» (Spinoza, Ethica, parte II, prop. 19) ed è per questo che il corpo umano è intessuto di memorie, intenzioni, relazioni, comprensione e temporalità. È intessuto di mente. È mente10.

Chi non ha paura di quel che c’è là fuori, l’ignoto, e vuole affrontarlo in nome del suo essere, capisce che per gli umani il perseguire la conoscenza è necessario, e il modo d’essere autentico della curiositàè lo strumento umano di cui necessita l’aiuto. Non si tratta di una curiosità che «cerca il nuovo esclusivamente come trampolino verso un altro nuovo»11, ma di un indugiare, lento, che cerca a partire dal già-stato, che non è incapace di soffermarsi e di vedere. È così che l’uomo si fa esploratore, accogliendo la tensione a colmare il vuoto che l’esistenza scava nella vita di chi appartiene sul serio e senza ammennicoli all’umanità. Di per sé l’esistenza è innocua, totalmente innocente: non tutti gli esseri viventi sono soggetti a una perpetua agonia. La fauna e la flora si rispettano l’un l’altro, non si uccidono fra di loro per interessi personali (tranne ovviamente l’inevitabile interesse della sopravvivenza) e non studiano le loro condizioni per massimizzare il piacere della loro breve contingenza. Se non è ciò che è adatto a loro, senza molta drammaticità, muoiono. Ciò che porta via la serenitàall’uomo, ciò che crea angoscia non è semplicemente la morte, ma piuttosto quel che la coscienza sa, questa abilitàdi comprendere la transeunticità dell’essere-nel-mondo, come una sorta di “accesso privilegiato” all’esistenza proprio della mente umana (non analogo a G. Ryle che invece descrive un “Accesso Privilegiato” riguardante la conoscenza di se stessi e la capacitàdi un individuo di “sentire” la propria mente).
È nel momento in cui l’umanitàacquisisce la consapevolezza di essere come specie affetta naturalmente da una tensione verso la conoscenza che, davanti a lei, si aprono due vie, dunque. La via dell’egoità, che è quella dei monoteismi in cui la condizione umana è accettata passivamente e l’angoscia risolta nell’affidamento a una trascendenza provvidenziale, e la via della ricerca che, al contrario, sceglie di riconoscere l’irrilevanza dell’uomo, e pur tuttavia persevera e non si arrende davanti al compito arduo e quasi impossibile di conoscere davvero. La prima ci mette in pericolo, la seconda riflette sul pericolo, in una posizione di perenne rivolta. E si chiama ancora filosofia.

“La filosofia è in pericolo” dichiara Husserl e questo pericolo non riguarda una disciplina particolare che potrebbe anche, in quanto particolare, cessare d’esistere senza recare danno ad alcuno; con il termine filosofia si intende qui un atteggiamento di ricerca radicale teorico-pratica che caratterizza l’umano in quanto umano. È in pericolo il tema della ricerca della verità12.

Pur se lucidamente consapevole della sua radicale infelicità di ente che mai potrà sapere dell’Essere, l’uomo deve accogliere questo suo primitivo ruolo di “ricercatore” e, per sollevarsi dalla piaga della perenne incertezza, assecondare la sua tensione verso la conoscenza esplorando, studiando e ricercando. Non dovrebbe dunque essere questo l’obiettivo di ogni uomo? E non è già attraverso questo viaggio nella fatica del concetto che egli può trovare una parziale risposta al mistero della sua appartenenza all’Essere e dell’Essere stesso? Mai temere l’esplorazione e la scoperta, la ricerca e lo sviluppo e l’infinita simbiosi con l’Essere: questi non sono mezzi per comprendere il significato dell’esistenza, bensì le fondamenta stesse della vita umana. Della vita pensata che rifiuta il dio trascendente e accoglie l’immanenza dell’Essere, di cui accetta l’incredibile trascendenza rispetto all’Esserci che ognuno di noi semplicemente è.

Note

1 M. Heidegger, Interpretazioni fenomenologiche di Aristotele. Introduzione alla ricerca fenomenologica(1921-1922), tr. di M. De Carolis, a cura di E. Mazzarella, Guida, Napoli 1990, p. 118.

2 E. Severino, Tecnica e architettura, (a cura di R. Rizzi), Raffaello Cortina Editore, Milano 2003, p. 26.

3 M. Heidegger, Essere e tempo (Sein und Zeit), trad. di P. Chiodi (rivista da F. Volpi), Longanesi, Milano 2009, p. 241.

4 E. Severino, Tecnica e architettura, cit., p. 48.

5 M. Heidegger, Essere e tempo (Sein und Zeit), cit., p. 25.

6 Id., Prolegomeni alla storia del concetto di tempo (Prolegomena zur Geschichte des Zeitbegriffs), trad. di R. Cristin e A. Marini, il Melangolo, Genova 1991, pp. 100-101.

7 L. Feuerbach, L’essenza del cristianesimo(Das Wesen des Christentums), a cura di F. Bazzani, trad. di F. Bazzani e D. Haibach, p. 120.

8 M. Heidegger, Essere e tempo (Sein und Zeit), cit., p. 317.

9 A. G. Biuso, «Coscienza umana», in AA.VV., Dizionario di Bioetica, a cura di G. Vittone, Villaggio Maori Edizioni, Catania 2012, p. 95.

10 Id., La mente temporale. Corpo Mondo Artificio, Carocci, Roma 2009, p. 96.

11 M. Heidegger, Essere e tempo (Sein und Zeit), cit., p. 211.

12 A. Ales Bello, «Introduzione», in E. Husserl, Il destino della filosofia, Castelvecchi, Roma 2017, edizione digitale.

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