Impoeticamente corretto

Di: Giusy Randazzo
27 luglio 2019

 

 

S. Leta, "Case difficili" #1, acrilico su legno, cm 10x14,5

«Poeticamente abita l’uomo…» era il titolo del saggio di Heidegger che riprendeva un verso di Hölderlin, ma in realtà il Mago di Messkirch1 pensava all’abitare impoetico. Un abitare che non ha soltanto a che fare con l’interno architettonico delle nostre abitazioni ma con quello spazio più grande in cui viviamo e in cui involontariamente siamo stati gettati: il Grande Interno che tutti accomuna e che chiamiamo Terra.
Accade però che di questo abitare impoetico pochi siano consapevoli, di questa frattura con la natura pochi conoscano il vero significato, di questo stordito modo di appropriarci di qualsiasi ente o di manipolarlo pochi sappiano parlare. Una verità questa che è per lo più nascosta; si rivela a noi attraverso la difficile esistenza che ogni uomo -ricco o povero, bello o brutto, buono o cattivo- è costretto a vivere facendo i conti con l’inquietudine e con lo smarrimento che prima o poi scopre dentro di sé. Così, osservando i dipinti di Sergio Leta ci si sente capiti e non si sa perché, fin quando lo sguardo più attento riesce a leggere l’opera a partire dalla propria emozione, a partire da quel perturbante sentimento che avverte: «Il perturbante è quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare»2. Si tratta di una familiarità intima che si scontra con il discorso manifesto. In Leta, l’implicito e l’esplicito creano la radicalità della percezione che oscilla inquieta tra familiare e non familiare. È questo “non” il manifesto. Esso si traduce in spaventoso, ironico, infantile, divertente, nostalgico, malinconico. E poetico.

S. Leta, Fortezza immaginaria X, cm 35×50, acrilico su tela
S. Leta, Case difficili #6, acrilico su legno, cm 28×38

È sempre poetica l’opera di Leta. Si pensi agli acrilici su legno “Case difficili”. Leta è certamente un iconico, ma le forme sono un pretesto; in quelle case improbabili non ritroviamo forse quanto si diceva sull’abitare impoetico? Non traduce in immagine una verità che altrimenti sarebbe impossibile da esplicitare? Quelle case non sono forse metafore del Grande Interno e non rimandano anche al nostro difficile vivere? Si osservi la geometria. Sembra ordine ma è sintomo del caos con cui abbiamo inciso sulla nostra terra come allegri chirurghi. Rimanda a quelle linee decise con cui i potenti si erano spartiti a tavolino l’Africa o il Medio Oriente, ridisegnando le rispettive cartine geografiche. Ordine, sì, ma indice della sopraffazione, del modo impoetico con cui l’uomo ha trasformato la Terra nel Mondo che conosciamo: una casa antropizzata, specista e razzista. Ma le cromie che l’acrilico increspa sul legno, quei toni caldi raccontano anche della vita di ciascuno di noi e di nuovo la geometria ci svela altro: di quegli interrogativi insoluti con cui tessiamo la narrazione della nostra esistenza; della scelta delle memorie con cui diamo un ordine narrativo al nostro vissuto caotico; del modo coerente con cui ci rappresentiamo a noi stessi e agli altri. E rimane difficile questa vita, nonostante i nostri sforzi di ordinarla. Difficile il rapporto di coppia che è la casa della nostra originaria androginità; difficile la nostra realtà più prossima che è il rapporto con qualunque alterità; difficile la velocità in cui siamo immersi che cerchiamo di rallentare rientrando alla sera nelle nostre abitazioni; difficile questo vivere sospesi verso un futuro che ancora non c’è a partire da un presente -narrato sempre al passato- che dissolve ogni tentativo di godere del tempo che siamo. Ogni tanto ci fermiamo, come la figura umana in “case difficili”, e ci coglie lo smarrimento. È un attimo di illuminazione ma essa è oscura, tragicamente lucida, crudelmente angosciante. Non c’è forse anche ironia in quegli acrilici?

S. Leta, Case difficili #9, acrilico su legno, cm 60x60

Non siamo soli nelle nostre vite solitarie che condividiamo con gli altri e “case difficili” ce lo mostra. Ma sono sempre quelle misteriose abitazioni geometriche, quei toni scuri, le ombre nere che esse proiettano che ci spiegano che il nostro abitare -questo nostro vivere tutt’umano e troppo umano- non è soltanto impoetico ma tragicomico perché la nostra protervia, la nostra tracotanza, la nostra presunzione, la nostra incoscienza continua a farci credere di essere la specie più importante, quando non si spinge al punto da farci credere di essere l’etnia superiore. Dunque, è anche un discorso politico quello di Leta, senza dubbio; un discorso politico impoeticamente corretto.

S. Leta, LIMBO n2 acrilico, gesso matita su tela, cm 89 x 64

Il Professor Leta arriva a scuola sempre con il giornale sotto il braccio e legge e si adombra e sorride sconsolato quando non riesce a spiegarsi l’assurdità di questo tempo storico fortemente impoetico. E gli studenti lo amano e da lui imparano perché le sue lezioni di Storia dell’arte sono chiare, precise, illuminanti. Si appassionano all’arte e nessuno mai resta indietro. Ma quando Leta non insegna e non legge, scrive poesie mute col pennello con il quale sembra voler scavare al di sotto del fenomeno, al di là di questa apparenza ordinata e disciplinata, per mostrarci quella verità che ama rimanere nascosta anche quando è svelata. Soltanto nell’opera d’arte questo disseppellimento è possibile e si tratta proprio di una riesumazione perché questa verità è il cadavere di una Natura bellissima che viveva in armonia prima della comparsa dell’uomo sulla terra; della comparsa di questa società dello spettacolo; della comparsa di quei fantasmi, di quelle spose, di quelle navi umane all’orizzonte, che costruiscono o stanno accanto a castelli di sabbia pronti a svanire per lasciare spazio alle storture che irrimediabilmente hanno creato.

S. Leta, WUNDERKAMMER 9, acrilico su tela, cm 50x70

In Leta dunque la pittura è introspettiva e politica e, per questa via, abile e astuta nelle sue apparenti ingenue figure. Essa rinvia al mondo reale ma soltanto per individuare una via d’accesso al nascosto. Così la forma semplificata e quasi sempre antropizzata è un inganno dell’occhio. Si tratta di un volontario ritorno all’ordine espressivo che rimanda a quel rappel a l’ordre degli artisti dei primissimi decenni del Novecento che intendevano superare la provocatoria arte dei primi avanguardisti oppure rinvia al gruppo della Transavanguardia che voleva liberare l’individualità artistica dal linguaggio dispotico delle scuole. È uno stile espressivo, insomma, orientato al recupero delle forme e delle figure e del rigore, ma si tratta sempre di un realismo magico e fortemente ermeneutico che ha uno scopo preciso, restituito dall’interezza del percorso artistico di Leta fino a oggi. Le figure sono stilizzate attraverso una geometria a volte estrema, la campitura cromatica è spesso uniforme ed emerge sempre la ricerca di un nuovo linguaggio espressivo che non manca di citazioni (i corpi smisurati di Botero, i nasi delle figure dal collo lungo di Modigliani, il volo e il blu di Chagall).

S. Leta, Il castello 1, acrilico su mdf, cm 60×60

Questa pittura non ha nulla di aggressivo. Parla anche attraverso la plasticità delle figure resa dai chiaroscuri -per lo più restituiti con le ombre proiettate dai soggetti ritratti- ma a volte cede alla bidimensionalità con il tratto dei contorni più marcato, con la semplificazione fintamente naïf degli orizzonti. Non dice attraverso i colori accesi, le deformazioni, la prepotenza di violenti cromie. Indica invece la radura di luce in cui è possibile scorgere la verità attraverso l’ironia: corpi mastodontici ma spiritosi, sguardi vuoti o infantilmente turbati ma sempre divertenti, situazioni reali ma oniriche, colori intensi ma delicati. È come se Leta avesse fatto sua la lezione della Dickinson: «Di’ tutta la verità ma dilla obliqua – / il successo sta nell’aggirare / Troppo luminosa per il nostro piacere infermo / la sorpresa superba del vero / Come il fulmine reso familiare ai bambini / Con spiegazione affettuosa / la verità deve abbagliare gradualmente / o tutti saremmo ciechi»3.

S. Leta, La sposa del marinaio I, acrilico su tela, cm 40x50

E così scopriamo che ognuno di noi in fondo aspetta sempre una nave che dall’orizzonte lontano attracchi al litorale della propria esistenza. Una nave umana su cui abbiamo puntato tutto. È l’amore? È il lavoro? È l’amicizia? È il futuro che non si fa mai presente? E quella sposa o quelle sagome umane siamo noi, sempre in attesa? Il ripetersi, nelle opere di Leta, degli stessi enti -il mare, il suo orizzonte, la nave umana, lo spettatore in attesa, il litorale sabbioso, gli interni impossibili (case, castelli, fortezze, strutture nude, edifici, Wunderkammer), le facce stranite e divertenti- sono modi per tradurre la stessa verità. Ce la suggerisce Leta, attraverso i titoli, tra gli altri tobornottobegaglimboblu(es).

Siamo funamboli, equilibristi, io stipati dentro maschere inutili, rivolti sempre a un futuro che non è apertura ma incapacità di vedere le crepe sia delle nostre vite sia del mondo che noi umani -la nostra magnifica specie- ha prepotentemente innalzato sulla Terra, innocente ma colpevole per averci dato ospitalità. I molti lo sanno, ma fingono di non vedere; osservano con la coda dell’occhio ma da uomini comuni quali sono ritengono di non poter salvare il mondo e quindi rimangono nell’anonimato delle loro vite, non si esprimono, non prendono posizione, cercano di dimenticare, di distrarre l’occhio che vede (“crepa n1/2/3/4”).

S. Leta, Crepa n1 cm 35×50, acrilico su tavola

Così diventiamo fumetti, caricature dell’Es che ci abita, di quel dionisiaco che accechiamo sempre per conformarci a questa società che ci vuole marchiati come bestiame e omologati alla verità condivisa che ha preso il posto del mondo etico-valoriale che -quando dio ancora non era morto- credevamo ci incatenasse. Esisteva, almeno, allora una forma di sacralità, un modo per evitare il cattivismo che impera in questa epoca e il buonismo annacquato di valori inventati e infondati, valori che ci imprigionano in un circo ben più tragicomico di quell’anfiteatro tetro che sono i monoteismi. È questa società dello spettacolo che Leta intende dipingere e restituirci, questo mondo avaloriale in cui vivacchiamo contenti e per lo più inconsapevoli. Sentiamo l’eco in lontananza di Guy Debord:

S. Leta, BLU(ES)#9 acrilico su tela, cm 60 x 60

«Tutta la vita delle società nelle quali predominano le condizioni moderne di produzione si presenta come un’immensa accumulazione di spettacoli. Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione»4.

Così ci alleiamo con la poetica di Leta e ci facciamo soccorrere dalle sua verità prima di affogare in questo tempo volutamente meschino in cui impera uno spettacolo informe.
Il Professore continua a scavare dipingendo, attraverso le lame dei suoi pennelli che tolgono la patina alla realtà imbellettata e poi, con l’ingenuità infantile di certe sue figure, ogni tanto ci mostra la verità alla maniera dickinsoniana. E sono proprio le spatole che nel 2018 dipinge -plastiche, vissute, in fila come soldati e pur nonostante sole- e le intitola per l’appunto “Lame”.
Avrà deposto le armi? La luce sembra dire di no.

 

 

 

S. Leta, Lame acrilico su tela, cm 95x65

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Note

1 Cfr. M. Heidegger, «…Poeticamente abita l’uomo…», in Saggi e discorsi, trad. di G. Vattimo, Mursia, Milano 2010.
2 S. Freud, «Il perturbante» (Das Unheimliche), in Id., Opere (1917-1923), vol. IX, trad. di S. Daniele, a cura di C.L. Musatti, Boringhieri, Torino 1980, p. 82.
3 E. Dickinson, Poesie, a cura di M. Bacigalupo, Mondadori, Milano 2004, n. 1129, p. 529.
4 G. Debord, La società dello spettacolo (La Société du Spectacle), trad. di P. Salvadori e F. Vasarri, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2008, p. 53.

 

Per conoscere l’opera di Sergio Leta, sito web: http://www.sergioleta.altervista.org

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