La Metafisica nel pensiero di Heidegger

Di: Alberto Giovanni Biuso
27 luglio 2019

 

Martin Heidegger è rimasto sempre fedele al metodo in cui la fenomenologia consiste, pur nella peculiarità e radicalità dell’uso che ha fatto dei contenuti fenomenologici. A testimoniarlo sono alcuni dei concetti fondamentali della sua filosofia: la verità come apparire e manifestazione, e non come rappresentazione costruita da un soggetto; il tempo come unità estatica del divenire, e non come segmenti discreti e quantizzanti; l’Ereignis come oltrepassamento della separazione tra mente e mondo.
Nella prospettiva heideggeriana la domanda guida (Leitfrage) chiede che cosa sia l’ente, la domanda fondamentale (Grundfrage) si interroga su come accada (west) l’essere. Il legame e la differenza tra queste due domande è in gran parte il significato della filosofia di Heidegger.
Legame perché, sostiene giustamente von Herrmann, la domanda ontologica fondamentale «konnte nur im Durchgang durch die Leitfrage gewonnen werden», ‘può essere posta soltanto attraversando la domanda guida’ (p. 139). Differenza perché è oltrepassando la sola domanda guida che si può andare al di là di una specifica metafisica senza che questo significhi negare la metafisica in quanto tale.  Il pensare di Heidegger rimase infatti sempre «in einer gesteigerten Zukehrt zu ihr und ihrem innersten Wesen», ‘in un atteggiamento di dedizione profonda alla metafisica e alla sua essenza’ (p. 86), in una «wesensmäßigen Zusammengehörigkeit», ‘coappartenenza essenziale’ tra la metafisica e il pensiero ontologico fondamentale (ibidem).
Ciò che viene impropriamente chiamato fine della metafisica è invece e all’inverso il cammino dalla domanda sull’ente alla domanda sull’essere, che è la domanda metafisica più propria. La risposta a tale domanda è l’intera filosofia di Heidegger e in particolare l’analisi dell’Ereignis come evento che appropria l’essere che si dà e l’esserci che vive alla luce di questo darsi. Tale Zusammengehörigkeit, questa coappartenenza, è l’identità cangiante, mutevole, viva dell’umano nello spaziotempo della φύσις e nella luce della sua comprensione.
Ereignis è infatti la parola che chiude l’itinerario di Heidegger e lo apre ad altri cammini. Nell’evento che non è un concetto ma che es gibt –  c’è si dà–; nell’evento che appropria l’umano dentro il gioco infinito della differenza tra gli enti e l’essere; nell’evento che rende l’essere asintotico, si condensano alcuni dei caratteri che rendono irriducibile l’essere a oggetto, sostanza, idea, forma, causa, fondamento. Nell’Ereignis l’essere si dà come differenza, attrito e trasparenza.
Differenza poiché l’essere non è un ente, né la somma degli enti, né la forma comune a ogni ente, ma ciò che nel loro accadere e darsi traluce.
Attrito poiché l’evento non è un concetto o l’ennesima categoria ma è l’esperienza della resistenza che l’intero oppone sempre a una sua parte, che in questo resistere fa essere e apparire la parte come parte appunto di un intero.
Trasparenza poiché l’essere lascia vedere attraverso sé la differenza da sé, fa emergere gli enti nel momento stesso in cui li pervade e in questo pervadere fa come l’onda che lascia sulla riva della percezione gli enti e dissolve l’onda che sulla riva li ha portati. Gli enti sono l’energia dell’onda che sparisce nel manifestarli, sono il suo apparire raggrumato. Senza il dileguarsi dell’apparire gli enti non sarebbero possibili e non sarebbero conoscibili.
In questo modo la fenomenologia trapassa in cosmologia, che vuol dire semplicemente che la filosofia torna alle sue origini, che la filosofia èsempre le sue origini. Si comprende meglio perché Heidegger fosse convinto e abbia spesso ribadito che la filosofia abbia raggiunto il suo ακμή con i pensatori arcaici. Nell’Ereignis la fine si congiunge col suo inizio.
Anche questo permette a Heidegger e a von Herrmann di paragonare le filosofie metafisiche –ed è un’immagine schopenhaueriana–, a catene montuose che si rinviano l’una all’altra: «Für Heidegger sind die großen Gestalten der Metaphysik unbesiegbare Berge, kein abzustoßendes Vergangenes, nichts, was wir in einer positivistich ausgerichteten Metaphysik-Kritik hinter und lassen könnten, nichts Vergebliches und Abgelebtes, keine Geschichte von Scheinproblemen und kein eingesehner Irrtum. Das seinsgeschtliche Denken nimmt vielmehr die überkommene Metaphysik so ernst wie nur möglich. Erst durch seine Zuwendung zu ihr kommt das große Leuchten über alles bisherige Werk der Metaphysik. Die metaphysische Seinsfrage erweist sich als das Vorspiel des Ereignisses», per Heidegger le grandi strutture e forme della metafisica costituiscono delle vette inaccessibili, che non possono essere cancellate da una critica positivistica, non sono qualcosa di eludibile e tramontato, non sono un errore del linguaggio. Al contrario: soltanto attraverso l’impegno metafisico si perviene alla «große Leuchten», alla grande illuminazione che pone in luce l’Ereignis, l’evento appropriante, la relazione tra l’essere che appropria e l’umano che viene appropriato, il Dasein (p. 111).
La domanda sull’essere rimane pertanto dentro l’alveo di una metafisica sempre viva perché capace di pervenire ogni volta e di nuovo alla radice ultima dell’esseretempo. ‘Ogni volta e di nuovo’ significa anche che del plesso metafisico è parte costitutiva la dimensione ermeneutica, la rinnovata comprensione nell’adesso di ciò che ha la struttura del sempre. È dunque del tutto esatto dire che «daß Heideggers Überwindung der Metaphysik in der Neueaufnahme der metaphysischen Wesensfragen auf dem hermeneutischen Vorgehensweise wird die Leitfrage zur Grundfrage», dire che ‘il superamento heideggeriano della metafisica consiste nel riprendere ogni volta di nuovo (Neueaufnahme) le essenziali domande metafisiche’ (p. 149), indirizzando la domanda guida che chiede dell’ente verso la domanda fondamentale che si interroga sull’essere.
Von Herrmann afferma con rigore storiografico e acutezza esegetica che se Husserl è il grande erede della filosofia trascendentale che pone al centro dell’indagine la coscienza – le sue scaturigini, i suoi effetti –, Heidegger è l’erede della filosofia ontologica. Senza il metodo fenomenologico però «das hermeneutische Denken Heideggers nicht möglich geworden wäre», ‘il pensiero ermeneutico di Heidegger non sarebbe stato possibile’ (Ibidem). L’ermeneutica è infatti un modo radicale di andare alle cose stesse, di comprenderle di accoglierle, di renderle feconde.
La domanda sull’ente e l’interrogativo sull’essere – l’ontologia – testimoniano che «Heidegger ist in der Philosophie des 20. Jahrhunderts der eigentiliche Erbe der Metaphysik», che ‘nel XX secolo Heidegger è stato il vero erede della metafisica’ (Ibidem). Anche nel senso che ne ha portato a compimento l’intera vicenda e la rende ancora viva.

 

Friedrich-Wilhelm von Herrmann
La Metafisica nel pensiero di Heidegger
Die Metaphysik im Denken Heideggers
A cura di Aniceto Molinaro
Urbaniana University Press
Città del Vaticano, 2004
Pagine 156

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