Malpensa

Di: Cateno Tempio
27 luglio 2019

 

Il frastuono era attutito dalle vetrate ma da vicino sarebbe stato assordante. Gli altoparlanti all’impazzata annunciavano ora in italiano, ora in inglese o in tedesco, un’ultima chiamata, poi le porte si sarebbero sbarrate. Addio. Addio, tra un’ora, tra due, addio, addio. Un viavai, un fuggi fuggi. Piccioni, piccioni a raso sul terreno o a un centimetro da una testa. Voci, voci, sussurrii, schiamazzi. Gli imbecilli spaesati a non sapere dove andare. Gli imbecilli di fretta a urtare cose, persone, pensieri. Gli imbecilli in coda dal nulla verso un altro nulla.

Il sole ardeva pressappoco al meriggio. Si sarebbe detto che i vetri volevano sciogliersi in pianto al suo cospetto. Un caldo infernale. La condensa disegnava lacrime. Dita sconosciute avevano tracciato dei sorrisi sull’appanno.
Non volevo guardare.
Ancora poche ore e avrei rimesso piede a Milano.
Non volevo guardare l’orario – ancora pochi minuti a mezzogiorno –, non la gente sudaticcia accanto a me, una coppia che si baciava con quel caldo, cazzo, con quel caldo, le mani appiccicose sul collo, a guardarlo mi sentivo soffocare; e non la signora grassa che nemmeno degnava di uno sguardo i suoi bambini che litigavano. La bambina, bionda, dai tratti delicati teneva in mano una bambola, vezzeggiandola; il bambino le diceva che erano brutte, lei e la bambola, e gliela tirava per i capelli. Con un crack leggerissimo, appena udibile nella confusione, quasi assorbito dal caldo, il collo della bambola cedette, lasciando in mano la testa al bambino, alla bambina il corpicino inerme. Come sotto un potente sortilegio, per un istante l’aeroporto si immobilizzò trattenendo il respiro. La bambina rimase di sasso con occhi vitrei, come se l’accaduto avesse una portata troppo ampia per risultarle comprensibile. Negli occhi del bambino balenò un sentimento di dispiacere, gli si bagnarono di un filo di pietà; ma subito ne prese il posto una pulsione più antica: un’aggressività, un odio immotivato gli contorse gli angoli degli occhi e gli deformò la bocca in un ghigno. Emise una risata di scherno e la bambina, spezzato l’incantesimo dell’innocenza, scoppiò in lacrime, correndo a rifugiarsi nell’indifferente grembo materno.
Un signore molto grasso, con la giacca marrone bagnata sotto le ascelle, trasudata persino dalla camicia, mi passò davanti urtandomi un piede. Nemmeno un accenno di scuse. Lo seguii con lo sguardo dirigersi in bagno, in tutta fretta. Infine mi decisi a mettermi in coda per imbarcarmi sull’aereo. Dopo dieci minuti eravamo tutti in attesa delle navette. Guardai l’orologio: mezzogiorno in punto, in perfetto orario. Dagli altoparlanti si udì un annuncio riguardante il nostro volo: «Il signor Malpensa è pregato di recarsi al gate numero 16. Ultima chiamata. Il signor Malpensa è pregato di recarsi al gate numero 16».
Scrutammo tutti intorno e poi cercando approvazione l’uno con l’altro ci guardammo in faccia sorridenti: il signor Malpensa avrebbe dovuto prendere il nostro stesso aereo, in direzione Malpensa. Dopo un paio di minuti giunse tutto trafelato e sudato in maniera indecorosa il tizio grasso che mi aveva urtato il piede. Grondava sudore da ogni poro, l’ampia fronte traslucida, semicalvo, i capelli nerissimi e lunghi dietro la nuca e sui lati, unti, radi, che sul davanti finivano quasi per confondersi con la barba, tanto folta e bruna da sembrare posticcia. Gli occhi neri sgranati sul naso grande, le guance rosse e prominenti, un sorriso condiscendente gli conferivano l’aspetto di uno gnomo rubicondo e gioviale, sebbene fosse ben più alto della media e di una stazza che avrei valutato intorno al quintale. Il signor Malpensa, infine, ci fece la cortesia di raggiungerci col suo comodo, e sempre sorridente ci concesse di salire sulle navette per dirigerci alle operazioni di imbarco.
Saliti sull’aereo, trovai il mio posto sulla fila sinistra, dal lato finestrino, accanto a un anziano signore dai modi molto discreti, sebbene un po’ irrequieto. Nell’allacciarmi la cintura mi serrai il mignolo, graffiandomi appena. Una gocciolina rosso vivo colorava il mio dito. L’asciugai con un fazzoletto. Molta gente stava ancora sistemando bagagli e zaini, ma il mio vicino si voltava sempre a guardare indietro. Quando si furono seduti quasi tutti, chiamò un’assistente di volo e le chiese se poteva sedersi vicino alla propria moglie, in quanto costei soffriva un po’ il viaggio. L’assistente fu insolitamente gentile e si diresse verso il posto indicatole dal passeggero per chiedere se qualcuno volesse fare a cambio. Mi disinteressai alla faccenda e pescai dallo zaino il libro che m’avrebbe accompagnato per le circa due ore di viaggio. L’anziano al mio fianco lasciò il suo posto e si diresse più indietro, verso la moglie. Scorrendo gli occhi sulle righe del libro, non potei fare a meno di constatare con estremo disappunto che si stava intrufolando al mio fianco la considerevole massa del giocondo signor Malpensa. Diamine, avrei viaggiato scomodo. Non appena si sedette, sebbene spandesse un alito di sudore da ogni parte del corpo, mi resi conto che emanava un insolito e penetrante profumo di fiore di mandorlo. Ciò mi addolcì e rilassai le mie stanche membra, che inevitabilmente dovettero accostarsi alla trasbordante massa di Malpensa.
Il rombo dell’aereo sovrastò presto ogni pensiero, nella fase di decollo che ci sprofonda i pensieri nelle viscere, facendoci addensare i fluidi nel bassoventre. Il Vulcano alla mia sinistra, ancora mezzo innevato, tracciava un solco nel cielo con una strisciolina di fumo. La spiaggia sotto di me, lo sbalzo di pressione dentro di me. La lieve vertigine della testa stava per svanire del tutto mentre cominciavo a scorrere le righe del libro che m’ero portato d’appresso, in cui il protagonista delle notti di San Silvestro maravigliosamente s’incontrava con Peter Schlemihl. Notavo appena che di sottecchi Malpensa ogni tanto si interessava alla mia lettura. Dopo qualche minuto sentii le palpebre divenirmi pesanti. Resistetti ancora qualche rigo, poi chiusi gli occhi involontariamente. Dopo un attimo, o tale mi parve, sentii un mormorio provenire da Malpensa. Tesi l’orecchio e lo sentii canticchiare:

«Lasciami dormire ancora

sto soltanto riposando

fuori tutto è freddo e grigio

oggi tutto potrebbe essere lunghissimo!»

Aprii gli occhi e mi venne fatto di dirgli: «Bella canzone!», al che mi rispose col suo sorriso gioviale: «Bella lettura!».
«Conosce?»
«Certo!», disse. «Coi romantici tedeschi ci vado a braccetto. A volte mi spiace tutto quell’afflato sentimentale, ma che vuole, sono dei bambinoni, sempre appresso a fantasmi e fantasie, non a caso dànno il meglio di loro nei racconti fiabeschi.»
«“Tutto è fiaba”», chiosai.
Gli occhi gli si illuminarono ancor più: «Oh, il buon von Hardenberg. È morto troppo giovane, avrebbe ritrattato.»
«Cos’è», dissi ridendo, «una gara di citazioni?»
«Tra noi si può, mi pare. La cultura è un gioco, e come tutti i giochi ci si diverte solo quando si conoscono le regole, non è d’accordo? Ma permette che mi presenti. Sono Malpensa…»
«Eh, avevo sentito…»
«Aristotele Malpensa»
«Aristotele?»
«“Tu non pensavi ch’io loico fossi?”»
«Eh, questa chissà da quanto tempo la ripete.»
Rise di gusto e mi rifilò una dissertazione sui nomi strani, frequenti soprattutto in epoca rinascimentale, citandomi a dimostrazione Girolamo Fracastoro, Pancrazio Stellato, il Finto Apelle e Filippo Aureolo Teofrasto Bombasto. Io ne risi parecchio, pensando al mio nome. Lo dissi al mio compagno di viaggio, che compiaciuto mi chiese se fosse un nome d’arte.
«Il nome è vero; è il personaggio che è finto», risposi. Gli brillarono gli occhi e fui felice della mia battuta, che del resto anch’io ripetevo da tempo. Mosso dalla curiosità per l’individuo notevole che mi stava accanto, domandai se fosse di Milano e cosa stesse andando a fare. Era stato in viaggio di piacere, alle pendici del Vulcano e ora tornava a Milano per sbrigare certi affari. Dal canto mio, gli dissi che avevo lavorato per qualche anno tra le nebbie meneghine e che ora alcuni amici avevano organizzato una presentazione del mio ultimo romanzo. L’indomani avrei dovuto discuterne. La cosa suscitò il suo interesse e mi chiese ragguagli.
«Oh, ma niente di che. È un romanzo semi autobiografico. Racconta dei miei anni milanesi, tra alcol, donne e amici. In realtà credo che sia un romanzo sulla verità, o quantomeno sulla sua ricerca. Sa, ho una formazione, o deformazione, se vuole, filosofica e probabilmente ho tentato una via per la conoscenza. La conoscenza assoluta, intendo. Non riesco a smettere il vizio hegeliano».
«Amico mio, filosofia è vizio di forma. Quelli come lei hanno proprio il pallino dell’assoluto. Allora non legge i romantici a caso! Parlare di verità, ancora oggi, dopo Nietzsche… Eh, amico mio… No, ma avete ragione, solo che io sono troppo vecchio per queste cose. Giunti a una certa età non si cerca più l’assoluto in un romanzetto, mi creda. Lo si cerca tra i giorni.»
«Lei crede? Non le nascondo che mi piacerebbe. Anzi, sa cosa le dico? Mi piacerebbe moltissimo coniugare le due cose: vivere un giorno talmente assoluto da scriverci un’opera d’arte assoluta.»
Mi guardò con scetticismo sornione: «Come può pensare di trasmettere la totalità e la pienezza di un momento assoluto in un libro? Stiamo parlando di carta e inchiostro, materiale inerte.»
«Non lo ritiene possibile? Io ne sono convinto. Vivere un attimo così immenso, da volerlo ancora infinite volte. Lei prima mi citava Nietzsche. Ecco, qualcosa del genere, un eterno ritorno trasposto in scrittura. Se vivessi un attimo di tale portata e intensità, se vivessi l’assoluto, sono convinto che riuscirei anche a trascriverlo. “Ideale senza essere astratto”. E poi, basta, ne sarei contento, avrei scritto l’opera d’arte perfetta, non chiederei di più.»
«Facciamo così. Se stasera non ha impegni, la porto con me. Ci sarà una serata interessante alla Casa Scighera, non so se ha presente, vicino alla Darsena, poco oltre la vecchia dimora di Elio Vittorini. Non posso farle grandi promesse, ma c’è gente che merita d’essere conosciuta e chi sa mai che non trovi quel suo attimo assoluto.»
«Bene», dissi ridendo, «verrò. E se dovessi vivere quell’attimo stia sicuro che sarà il primo a saperlo.»
«Eh, mio caro, ma lei se ne vuole uscire così a buon mercato… Io le offro una serata indimenticabile e lei non mi propone niente in cambio?»
«Le offrirò da bere tutta la notte.»
«Oh, no, per carità, lascio a voi più giovani questi piaceri. Io mi accontenterò di una copia del suo romanzo. A un patto: che lei mi dica la verità su quanto c’è scritto, su ciò che è vero e ciò che non è vero.»
«Affare fatto.»
Ci stringemmo la mano e mi accorsi di avergli macchiato di sangue il polsino della camicia che faceva capolino sotto la giacca. Decisi di far finta di niente, tanto più che lui non diede segno di avvedersene.

Atterrati a Malpensa ci demmo appuntamento per la sera.  Mi recai in albergo per riposare un po’ e mi misi a riflettere sul tema delle mie letture: uomini che diventano sinistri se perdono l’ombra o il riflesso. Stupidamente, mi guardai un attimo allo specchio, per rassicurarmi del mio statuto ontologico, del mio diritto di prendere parte al comune consesso civile senza pecca alcuna. Quegli imbecilli dei romantici credevano agli spiriti, ossia allo Spirito; per loro l’uomo è ciò che esso stesso proietta, o meglio senza anima l’uomo non ha più nulla da proiettare, non è più nulla. Quanto fiato, quanto inchiostro sprecato dietro al flatus vocidell’anima. Dall’alto di un solido e maschio materialismo, giudicavo le faccende spirituali roba da beghine.
La facciata non faceva presagire nulla di buono. L’intonaco aveva ceduto in larghi tratti. Graffiti banali, a volte semplici scritte o tag, contribuivano a peggiorare l’effetto. La porta era in metallo, piccola, colore ruggine. Attendevo l’arrivo di Malpensa. Giacca viola, borsalino, sigaro di notevoli dimensioni, che faceva sfigurare il mio toscano, avvolto dal fumo e trafelato come in aeroporto, giunse con un po’ di ritardo, rimproverandomi d’essere stato lì ad attenderlo e di non essere entrato a divertirmi. Alle mie proteste di non volermi imbucare senza conoscere nessuno, rispose che sarebbe bastato fare il suo nome, lo conoscevano tutti.
Bussò. La porta si scostò leggermente, per poi spalancarsi non appena chi aveva aperto riconobbe Malpensa, accogliendolo con un entusiasta: «Aristotele!».
Egli si apprestò a entrare. Con un piede già oltre la porta, si voltò verso di me e strizzandomi l’occhio mi disse ghignando: «Vedrà, le regalerò una notte indimenticabile».
Dentro, la musica era assordante, si doveva urlare per riuscire a comunicare. V’era gente di tutti i tipi, di tutte le età. Si esibiva su un palco improvvisato un gruppo di ragazzi a torso nudo, chitarra, basso, batteria, synth e un tizio, l’unico con maglietta e cappellino, che faceva da dj. La chitarra distorta e la voce dall’andamento quasi parlato creavano un’atmosfera post-punk, smorzata dall’elettronica della base e dal synth. Il basso e la batteria sembravano seguire linee indipendenti, ma che per contrasto armonizzavano col resto. La musica esprimeva una rabbia sanguinaria che sarebbe rimasta altrimenti inespressa. Era uno sbocco musicale, un vomito dal basso stomaco del disagio sociale. C’erano delle ragazze sulle spalle di alcuni ragazzi. Una si tolse la maglietta, roteandola sulla testa, e restò a seno nudo. Addossato al bancone del bar, beveva un vecchio curvo, con un bastone accanto e i baffi molto lunghi e folti. Due ragazze se ne stavano appoggiate vicino all’ingresso del bagno; una piangeva, l’altra – una bionda niente male – provava a consolarla. Un tizio aveva dei dread lunghissimi, fino alle caviglie.
Malpensa sembrò subito a proprio agio. Si aggirava da un gruppetto a un altro come un bombo piacione che si sollazza di fiore in fiore. Mi trascinava con sé, ora afferrandomi per un braccio, ora invitandomi con gli occhi. Dapprima avvertii un senso di disagio, che scomparve dopo i primi due whisky. Dal terzo cominciai a interagire con gli amici di Malpensa. A misura che aumentava la mia sbronza, mi sembrava crescere il disordine della serata, l’esaltazione generale dei presenti.
Non so come, mi ritrovai quasi in prima fila a sgomitare tra le pogate della gente. Quando fecero cadere il mio quarto whisky, decisi di alzare i gomiti, in senso letterale, e colpire chiunque mi venisse addosso. Malpensa parve accorgersene e rideva divertito.
Dopo circa un’ora, il concerto finì e la musica tornò a essere un tappeto sonoro per le chiacchiere. Tuttavia l’agitazione dei partecipanti non sembrava scemare. Io avevo la maglietta tutta sudata. Vidi due energumeni prendersi a pugni; una coppia litigare, con lei che tira in faccia a lui il contenuto di un bicchiere; il vecchio curvo al bancone urlare qualcosa con voce roca e occhi accessi a delle ragazzette che palesemente volevano solo prenderlo in giro; in fondo alla sala un ragazzo seduto per terra con un giubbotto sulle gambe, da cui si allungava la mezza figura di una ragazza intenta con tutta probabilità a praticargli un pompino; un paio di tizi uscire dal bagno esaltati, toccandosi ripetutamente una narice con gesto inequivocabile; davanti al bagno ancora le due ragazze, una col trucco sfatto, l’altra, la biondina, che noiosamente scorreva qualcosa sullo smartphone.
Malpensa vide il mio sguardo soffermarsi su quest’ultima. Ammiccante e sorridente cominciò a tirarmi per un braccio. Nulla valendo le mie proteste, mi trovai di fronte alle due ragazze, che accolsero Malpensa con un sorriso. Colei che aveva pianto sembrava ormai serena: «Lele», disse, «certo non potevi mancare stasera».
«Assolutamente, mia cara Susanna», disse Malpensa esibendosi in un lezioso baciamano. Poi rivolgendosi alla biondina: «E tu, mia piccola Maia, che fai da queste parti?»
«Eh, mi ci ha trascinata Susanna. “Fammi compagnia”, diceva, “dài, ci divertiamo”. E poi se ne sta qui a piangere tutta la serata per quello stronzo del suo ex».
«Ehi, non sputtanarmi così!»
«Ma se l’hanno visto anche i muri che piangevi!»
«Calme, calme, ragazze!», intervenne Malpensa. «Ora siamo qua, godiamoci la serata. Permettete piuttosto che vi presenti il mio amico».
In verità non ero riuscito a staccare gli occhi da Maia, la biondina. Da vicino mi aveva rapito. Aveva tratti così delicati, occhi così limpidi… La sua bellezza, tuttavia, mi sembrava turbata da alcunché di oscuro, non capivo bene se fosse una leggera piega degli occhi, o un’accennata curva del naso, se fosse qualcosa di fisico o un turbamento interiore che nell’espressione del viso si rifletteva.
Mi scossi appena per presentarmi e proposi di andare tutti assieme a bere qualcosa. Al bancone, Malpensa ordinò “il solito” e gli servirono una bevanda azzurra fumante, come pervasa da fiammelle, col bordo del bicchiere zuccherato; io presi come d’abitudine un whisky; Susanna uno spritz; Maia tentennava, diceva che non era usa agli alcolici, che già aveva bevuto una birra e le sarebbe bastata. Insistetti perorando la causa dell’alcol, cercando di vincere le resistenze della ragazza. Stavo per arrendermi, quando mi soccorse Malpensa, che con un semplice “dài” e uno sguardo sornione la convinse. Ordinò un vino bianco, disse che riusciva a bere solo quello.
Cominciai a intrattenere una conversazione convenzionale con Maia, ma più le parlavo, più mi accaloravo e m’appassionavo. Malpensa se la rideva sotto i baffi e a un certo punto mi sfiorò la schiena e poi pose le mani sopra le nostre teste, come a benedire l’unione. Proprio in quel momento il dj prese la parola reclamando l’attenzione di tutti: «Signore e signori, un attimo di silenzio. Stasera abbiamo la fortuna di avere di nuovo tra noi l’anima della festa, il signore delle notti milanesi, il principe di Casa Scighera, l’unico e impareggiabile Aristotele Malpensa». La sala esplose in un applauso, mentre Malpensa gongolava e si pavoneggiava davanti a me. Tutti cominciarono a gridare il suo nome, a invocarlo, a volerlo sul palco. Mostrando una riluttanza tanto esagerata da risultante ostentatamente finta, si incamminò verso il dj. Il pubblico era in visibilio. Malpensa prese la parola: «Figli della notte, anime perdute, creature speciali, care al mio cuore come a voi è caro il mio portafogli…» (echeggiarono risatine nel locale) «…sono ancora e di nuovo qui, sarò con voi sempre. Anche quando il mio corpo è lontano, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo!»
Tra le urla di giubilo, Maia mi chiese l’orario. Era mezzanotte passata da qualche minuto e mi disse che doveva andarsene. «Come Cenerentola», scherzai in maniera alquanto scontata. La convinsi a restare ancora un poco, almeno per finire il vino e vedere dove volesse andare a parare Malpensa. Mi offrii di accompagnarla a casa più tardi. Parve rassicurata e decise di restare.
Nel frattempo Malpensa era sempre più l’idolo delle folle. Illuminato sul palco, osannato dagli astanti, sembrava trasfigurato, più magro e più giovane.
«Cosa volete che vi mostri? Come posso allietare la vostra serata?», ripeteva al pubblico urlante. E quello rispondeva diviso in cori: «La topa maschio!», «Sì, l’uccello annidato!», «Il serpente rintanato!», «No, facci piuttosto l’ano pulsante!», «Sì, il nascondano!»
Rimasi stupito e non capivo di cosa stessero parlando. Lo chiesi alle ragazze. Maia arrossì fino alla punta dei capelli, abbassando i suoi occhi azzurri per evitare il mio sguardo, sebbene sorridesse con un pizzico di candida malizia. Susanna mi spiegò: «La topa maschio, detta pure l’uccello annidato o il serpente rintanato, è quando un uomo si nasconde il pisello tra le gambe, tenendole strettamente incrociate, così da sembrare come se avesse la passera. L’ano pulsante, o nascondano, è una contrazione dell’ano che appunto sembra farlo pulsare, ora verso l’esterno, ora verso l’interno.»
«Ma che schifo!», dissi ridendo, a metà tra il divertito e il seriamente disgustato.
«Lele è un fenomeno in questo genere di cose», aggiunse Susanna.
Maia aveva finito il vino. Mi avvicinai a lei e le disse all’orecchio che mi avrebbe fatto tanto piacere se fosse rimasta e che avrei voluto offrirle dell’altro vino. Accettò con una punta di timidezza e, mi sembrò, timore.
Malpensa si aggirava tutto ringalluzzito sul palco. Per la sala aveva preso a diffondersi un vago profumo di mandorlo in fiore. Il pubblico incitava a gran voce il rubicondo uomo di mezza età che si atteggiava come una rock star: «Le-le! Le-le! Le-le!». Questi, al culmine dell’entusiasmo generale, annunciò: «E adesso qualcosa di nuovo, in onore del mio nuovo amico, conosciuto oggi stesso. Vi mostrerò qualcosa di insospettabile, di totalmente inimmaginabile. La forza della natura racchiusa tutta in un solo uomo: il vento nelle mie narici, i fiumi nelle mie vene, il fuoco nel mio respiro. Il magma nei miei muscoli! Esultate, amici, esultate! Io sono un vulcano! Ammirate, ammirate!»
Così dicendo si sfilò la giacca lanciandola sulla folla adorante, quindi si sbottonò la camicia gialla, già madida di sudore. Restò a torso nudo, mostrando un petto e una enorme pancia flaccidi e indicibilmente villosi. Scrutò nella mia direzione per un istante, dopo di che raccolse le forze inspirando rumorosamente e con violenza; tutte le energie sembrarono concentrarglisi nelle mani, poi nei polsi, negli avambracci, nei bicipiti, nelle spalle. Uno spasmo lo percorse e con un urlo contrasse tutti i muscoli dalla cintola in su: la pancia rientrò come risucchiata, il petto divenne liscio e solido, le braccia agili e scattanti. In un battibaleno si era mutato in un torso da atleta, con gli addominali scolpiti, i pettorali sodi e i bicipiti muscoli. Per qualche secondo tutti trattenemmo il fiato. Allora ci guardò beffardamente, espirò con uno sbuffo e il corpo gli si rigonfiò come se nulla fosse mai accaduto.
Dopo un attimo di stupore attonito di cui rimasi preda anch’io, scoppiammo tutti in un applauso accompagnato da urla e fischi. Malpensa si beava della situazione, indossò nuovamente la camicia gialla e la giacca viola, quindi senza proferire verbo scese dal palco e cominciò a godersi il trionfo in un bagno di folla e complimenti.
Io restavo incredulo, chiedendo alle ragazze se avessero visto, perché non credevo ai miei occhi. Ridevamo per l’assurdità del fatto avvenuto lì davanti, anche se evidentemente loro due erano più avvezze alle incredibili performance di quello strano individuo. Questi, dopo qualche minuto, ci raggiunse ancora inebriato dal successo riscosso. «Brindiamo, Malpensa! Qui bisogna brindare assolutamente!», dicevo preso dall’entusiasmo. Maia sembrava un po’ incupita, non voleva bere più. Mi provai a convincerla, ma Malpensa mi venne dietro e mi sussurrò all’orecchio: «Andiamo, mio caro, cosa vuol fare? Cosa pretende da quella ragazza? Ho visto come la guarda. Ma creda a me, è meglio che la lasci in pace, non la faccia bere. Vuole scoparsela, vero? Guardi che non è quel tipo di ragazza. Non vede che sguardo limpido e privo di malizia? E le dirò di più: quella soglia non è mai stata varcata da nessuno. Stia bene attento.»
Le parole di Malpensa sortirono l’effetto opposto. Presi coscienza proprio in quel momento di essere ormai completamente in balia dell’alcol, che mi accendeva tutti i sensi. Ecco il momento: decidere se superare il confine, oltrepassare il limite, sconfinare oltre i gesti consueti e quotidiani, oppure lasciare perdere, non bere più, far svanire gli effetti dell’alcol, preoccuparsi di Maia, accompagnarla a casa, arrendersi. Porsi il problema è già risolverlo. È utilizzare l’alcol come strumento, come mezzo che giustifica il fine perseguito. E l’alcol dice sempre di sì.
Tracannai d’un fiato l’ennesimo whisky e ne ordinai subito un altro. Maia mi guardava un po’ intimorita e, decantando il sapore e le qualità del torbato nel mio bicchiere, la convinsi ad assaggiarlo. Le sue labbra si inumidirono appena della sostanza dal forte sapore affumicato. La smorfia dell’alcol le contrasse per qualche secondo il viso delicato e bellissimo. Mi restituì il bicchiere dal quale assaggiai la sua bocca. Fu come bere un filtro d’amore. Istantaneamente mi si infiammò il petto di desiderio e sentii avvamparmi le viscere. Doveva essere mia.
Ordinai un altro vino per lei.
Dopo averlo bevuto cominciò a ondeggiare lievemente, era ubriaca. Le dissi di uscire a fumare, mi accompagnò. L’aria frizzantina della notte ci concesse una fugace tregua dallo stordimento alcolico e dall’inebriante profumo di mandorlo.
«Che ci fa una ragazza come te in un posto come questo?», chiesi con un mezzo sorriso.
«Perché, che ragazza sono io?»
«Si vede che sei diversa dalla maggior parte della gente là dentro. Non penso che faresti come quella tipa, là, sotto il giubbotto…»
Arrossì: «Certo che no… Che schifo!»
L’alcol mi faceva venire in mente solo argomenti sconvenienti e sconci. Decisi di rifugiarmi nei luoghi comuni, chiedendole cosa facesse nella vita, di parlarmi un po’ di lei. Aveva appena diciannove anni. Era venuta lì per fare compagnia alla sua amica Susanna; a lei, certo, non piacevano questi posti, ma Susanna stava vivendo un periodo difficile. Lei, Maia, studiava psicologia. Qualche anno addietro aveva pure studiato pianoforte, ma era ormai da tempo che non lo toccava più.
«E come mai i tuoi ti hanno messo questo nome insolito?»
«Senti chi parla!», mi disse ridendo; ma poi, rabbuiata: «L’ha scelto mio padre…»
«Oh, scusa, non volevo…»
«No, tranquillo, è morto anni fa. Lavorava in una fabbrica. Una mattina si sentiva particolarmente stanco, mia madre glielo aveva detto di telefonare e non andare a lavoro. Ma lui, no, volle andare per forza. Mentre lavorava fu schiacciato da una pressa. Incidente sul lavoro, hanno detto.»
«Maia, mi dispiace, non avevo idea…»
Mi avvicinai. Sollevò gli occhi, gonfi di lacrime. La abbracciai, trionfando malignamente dentro di me. La guardai e le diedi un bacio sulle labbra chiuse.
Rientrammo.
Malpensa era tutto intento a intrattenere un gruppetto di ragazzi, tra cui Susanna. Non appena mi vide, ammiccò impercettibilmente verso me e poi in direzione di Maia. Quel vecchio mascalzone era un prodigio della natura. Mi chiese di accompagnarlo verso il bagno. Entrati, prima pisciò cantando con voce da baritono:

«Non l’avrei giammai creduto,

ma farò quel che potrò!»

Finito ch’ebbe, si fermò a lisciarsi la barba e i baffi davanti allo specchio. Io ero ancora tutto euforico per l’abbraccio e per l’essere riuscito a strappare un bacio a Maia. Mi guardai allo specchio e preso da un attacco di riso superbo, vidi balenare nei miei occhi lo stesso scintillio di aggressività, di odio ancestrale che avevo scorto nel bambino che aveva strappato la testa alla bambola.§Malpensa tirò fuori dalla tasca una bustina. Lo guardai e gli chiesi se fosse cocaina. «Figurati», mi disse, «quella roba da imbecilli. Ti pare che uno come me abbia bisogno di fesserie del genere? Questo è qualcosa di diverso, un vero portento. Hai visto sul palco, no? Senza questa non potrei riuscirci. E non ti dico gli effetti che fa sulle inibizioni sessuali, sia agli uomini che alle donne. Tieni, tieni, mio caro, prendine un po’…»
Mi allungò un bustina. Il contenuto era una polvere vellutata celeste. Non usavo molto spesso delle droghe, specialmente quelle cosiddette pesanti. Tentennai, ma alla fine mi infilai in tasca il dono del mio nuovo amico. Tornammo al bancone e trovammo Susanna in lacrime. Maia cercava di consolarla, io ordinai l’ennesimo whisky. Di nascosto, intinsi il dito nella polverina conservata in tasca e lo leccai, trangugiandoci sopra un generoso sorso dal bicchiere. Le ragazze si stavano avviando al bagno. Sentii il coraggio e la spavalderia salirmi dallo stomaco al cervello e le accompagnai. Susanna entrò in bagno. Io rimasi sulla soglia, guardai Maia negli occhi e con l’adrenalina a mille la baciai con passione, stringendola a me. Lei si abbandonò tra le mie braccia e mi baciò come fosse un’offerta, con le sue piccole labbra che adesso cercavano con desiderio le mie.
Maia camminava barcollando, Susanna aveva la nausea e le veniva da vomitare. Decidemmo di rientrare, avevo promesso di accompagnarle, in cambio mi dissero che avrei potuto dormire da loro. Malpensa si accomiatò, raccomandandomi di prendermi cura delle ragazze e di non approfittare della fragilità di Maia. Confesso con vergogna che a queste parole provai uno spasimo nel bassoventre.
Con un bus cigolante, atteso quasi mezzora al freddo, giungemmo a casa delle ragazze. Susanna si ritirò nella sua camera. Io avrei dormito sul divano, ma rimasi ancora un po’ a parlare con Maia. Doveva essere mia. Le chiesi se in casa ci fosse da bere: «È la nostra prima, forse unica notte assieme. Bisogna brindare all’evento.»
Maia sorrise, si alzò dal letto, si avviò in cucina e tornò con una bottiglia di vino bianco. Dopo il primo brindisi provai a baciarla ancora, ma rifiutò il mio bacio, voltandosi dall’altra parte. La strinsi a me, con l’eccitazione crescente che non mi faceva stare più nella pelle. Per un’ora rifiutò ogni tipo di approccio. Quindi si alzò per andare in bagno. Mi alzai dal letto sul quale ero rimasto semisdraiato accanto a lei. Feci due passi per la stanza e infilandomi le mani in tasca toccai la bustina, della quale m’ero scordato. Sentii affiorarmi nuovamente un ghigno alle labbra e un desiderio sconfinato mi pervase tutto. Versai un po’ di polverina nel suo bicchiere e mi rimisi sul letto, attendendo che uscisse dal bagno. Quando ne uscì, indossava un pigiama rosa, quasi da bambina. Mi intenerì, sembrò accorgersene e venne a sedersi accanto a me. Mi abbracciò e, con un gesto estremamente delicato sebbene rapido, mi baciò sulle labbra. Quindi mi disse: «Sono ubriaca… Non so nemmeno chi sei, in fondo».
Doveva essere mia.
Le porsi il bicchiere. Bevemmo assieme, ma con la coda dell’occhio non la perdevo di vista, volevo essere sicuro che avrebbe vuotato il calice fino all’ultima goccia, fino all’ultimo granello della polverina celeste. Si sdraiò, con un sospiro d’abbandono. Mi sdraiai accanto a lei. Lacrime solcavano le sue guance. Le baciai. E tra i suoi sospiri mi sprofondai dentro i suoi occhi, dentro il suo corpo, dentro quel segreto finora inviolato. Le parole, prima del culmine del piacere, le ultime che ci dicemmo per tutta quella notte: «Non avrei mai creduto… Sei tu, sei tu… Amore mio…»
Il campanello suonò ripetutamente. Mi svegliai chiedendomi dove mai fossi. Mattina. Mi ci volle qualche decina di secondi per recuperare piena coscienza circa il luogo in cui mi trovavo, con chi e cosa fosse successo appena qualche ora prima. Tutto ero sfumato e confuso dalla nebbia dei postumi.
«Maia, suonano alla porta», ripetei un paio di volte. Dormiva. Susanna forse era uscita. Mi decisi ad aprire io stesso. Sulla soglia mi trovai Malpensa, che giustificò la sua presenza con la preoccupazione per le ragazze. Gli dissi che Maia dormiva, entrò chiedendo un caffè. In cucina trovò tutto subito, come se fosse di casa.
«Ebbene,» mi chiese, «com’è andata la notte? »
«La ringrazio moltissimo della serata, davvero indimenticabile.»
«E la piccola Maia? Non ne avrà mica approfittato, vero mio caro?»
«Non credo che siano affari suoi…»
«Oh, no, certo, per carità. Dovevo stare più attento io, a presentare una così fragile creatura a un tipo come lei…»
«Cosa vorrebbe dire?»
«Si sa come siete voi scrittori, siete tutti uguali. Voi non vedete persone: vedete personaggi. Per voi le donne non sono che un mezzo per la poesia.»
«Trovo profondamente ingiusta questa accusa. E poi, andiamo, uno come lei che ancora cade nello stereotipo della fanciulla fragile e indifesa, preda del malvagio seduttore… È offensivo per tutti.»
«Eh, mi dica, mi dica… Forse che si è innamorato? Forse che addirittura la ama, di già?»
«Adesso non esageriamo, la conosco appena… Non è stata che una notte…»
«Ecco, come volevasi dimostrare. E mi dica una cosa… Sa, ho trovato pure il tempo di leggere quel suo romanzetto. Interessante, non c’è che dire. Io le ho offerto una notte indimenticabile; in cambio, come pattuito, voglio da lei la verità.»
«Su cosa?»
«Sul suo romanzo.»
«Cosa vuole che le dica… In qualche modo è tutto vero.»
«Ma no, mio sciocco amico! Non sul romanzo che ha già scritto. Io voglio sapere se lei scriverà di questa notte. Non le è sembrata un’esperienza assoluta, tanto da doverla a tutti i costi assolutamente trascriverla in un’opera?»
«Ebbene no. Maia è straordinaria, potrei pure innamorarmi di lei… Ma una notte è pur sempre soltanto una notte. Insomma, Malpensa, non è da lei! Cos’è una notte in confronto all’eterno?»
«Su, non mi diventi melodrammatico. Piuttosto, sarei curioso di sapere cosa ne pensi Maia. Ma non mi sembra opportuno che mi trovi qui, così, a ciarlare con lei. Le dica che sono passato a salutare. A presto, mio ingenuo amico.»
Mi aveva infastidito parecchio. Lo accompagnai alla porta. Quindi tornai da Maia, che se ne stava come prima con le spalle rivolte verso la porta e verso il lato in cui avevo dormito al suo fianco. La chiamai dolcemente per svegliarla. Tra qualche ora ci sarebbe stata la presentazione del mio romanzo. Nel frattempo mi rivestii e provai a chiamare ancora la ragazza. Non ottenendo risposta la scossi lievemente per la spalla. Quindi la voltai.
Gli occhi semichiusi e ribaltati, un rivolo di bava e vomito dalla bocca formava una piccola chiazza fetida sul lenzuolo.
Mi scostai con orrore, portando istintivamente una mano sulla bocca. Presi a chiamarla a gran voce: «Maia! Maia!». Le sentii il cuore, il respiro. Morta.

È tutto così confuso, tutto così sbagliato. I soccorsi, che non poterono fare altro che constatare il decesso. La polizia. L’interrogatorio. Le chiamate ad amici e parenti. Non conoscevo nemmeno il cognome. Mi telefonarono per la presentazione del libro, me l’ero scordato, dovetti disdire. Mi sentivo perduto, confuso. Maia, piccola Maia… Ero stato io. Era stata la polverina, era colpa di Malpensa. No, Malpensa non c’entrava niente, l’aveva data a me e io l’avevo versata di nascosto alla ragazza. Dovevo dirlo alla polizia. Non ci riuscivo. Dicevo soltanto che avevamo bevuto, che mai avrei potuto immaginare… Mi perquisirono, trovarono la bustina, ero fottuto, dannatamente fottuto. Dicevo di non sapere cosa fosse. Mi tennero in custodia per quella notte.
Era omicidio.
L’indomani mattina vennero ad aprirmi, mi dissero che la bustina conteneva soltanto comune zucchero a velo con dei coloranti naturali. Maia era morta soffocata dal vomito, probabilmente perché non abituata a bere. Mi rilasciarono, dicendomi di tenermi sempre pronto per gli ulteriori sviluppi.
Ad attendermi fuori trovai Malpensa. Non gli volevo rivolgere la parola, era lui la causa di tutto. Gli dissi di andarsene, perché non volevo vederlo mai più. «È tutta colpa sua!», lo accusai.
«Mia? Ma le ho ripetuto tutta la notte di fare attenzione con quella ragazza!»
Lo guardai schifato, mi voltai e vomitai anche l’anima.
Subito il profumo di mandorlo in fiore mi pervase le narici ed ebbe un effetto calmante. Malpensa si offrì di accompagnarmi in aeroporto. Chiamò un taxi. A bordo, non smise per un secondo di fissarmi. Alla fine si decise: «La amava?»
«Sì.»
«Non lo dice solo perché è morta?»
«Non lo so… Mi sembra di averglielo pure detto, l’altra notte. Ma forse l’alcol, il sesso… Non lo so…»
«Mi dica la verità…»
«Non lo so.»
«Non questa. Quell’altra.»
«Quale?»
«Il romanzo.»
«È tutto vero.»
«Come diceva? “Ideale senza essere astratto”. L’ha vissuto? Mi dica, l’ha vissuto, quell’attimo intenso, irripetibile, assoluto, tanto da essere trasposto in scrittura, tanto da scrivere un romanzo assoluto?»
«Sì.»
«E lo scriverà?»
«…»
«Voglio la verità, me lo deve. Lo scriverà?»
«Sì.»
«Sull’amore, sulla pelle di quella ragazza?»
«Sì.»
«Ecco, voi scrittori, tutti uguali. Siete senza speranza, per voi non c’è salvezza.»

I pensieri mi assalirono, trascinandomi in un vortice insostenibile di emozioni, immagini, ricordi, dolore. La notte con Maia, le ultime sue parole, parole d’amore, i contorsionismi di Malpensa, il suo viso da morta, il viaggio, l’odore di mandorlo in fiore, la polverina azzurra… La polverina. Se non era che zucchero a velo, non è stata essa a ucciderla, non è stata essa a portarmi alla brama di Maia, a scatenarmi l’insana passione.
Maia era morta prima o dopo l’arrivo di Malpensa?
Oh, Maia, schiacciata da una pressa, come tuo padre, dalla pressa della mia impudenza, dall’insostenibile peso della brama sconfinata di conoscere, sapere, possedere. Avrei dovuto fermarmi prima, quando m’ero chiesto se fosse il caso di superare il confine, di spingermi ancora oltre il limite e avevo usato l’alcol, o l’alcol aveva usato me, per superarlo, per macchiarmi di tracotanza. E la bustina, la polverina…
Oh, Maia…
E se non era stata la bustina, forse il mio gesto subdolo, spregevole, colmo di cattiveria, quel versare una presunta droga per portamela a letto era stato del tutto gratuito, una malvagità inutile in mezzo a tutto l’insensato dolore del mondo. Forse di donarsi a me, di amarmi, l’aveva già deciso tornata dal bagno, col suo tenero pigiama da bambina. Oh, Maia…
Salii sull’aereo come un automa. Il rombo del motore, lo sbalzo di pressione, tutto acuiva la sensazione di vuoto, al punto da farmi desiderare la morte. Il sonno, profondo annunciatore della quiete dell’inorganico, balsamo agognato su palpebre e pensieri, per cinque minuti, così mi sembrò, giunse a ristorarmi la mente. Riaprii gli occhi. Alla mia destra rividi Malpensa. Si arricciò la barba con una mano e notai sul polsino una macchia di sangue. Qualche posto più avanti, nell’altra fila, un bambino girato verso il fondo dell’aereo mi fissava con in mano la testa di una bambola. Nei suoi occhi balenava un fondo di odio, di cattiveria ancestrale. Pensai al mio futuro romanzo, generato da un germe di male assoluto, e ricambiai il suo sguardo con la stessa intensità luciferina.

Ritenuto anticamente la porta degli inferi, ha sempre esercitato un fascino estremo su tutte le generazioni. Pare che un filosofo vi si sia gettato dentro e di lui non sia rimasto che un sandalo di bronzo. A me, stranamente, ha sempre trasmesso una sensazione di pace. I sommovimenti magmatici ci informano che ci sono moti più profondi che quelli del nostro cuore. Più profondi, più veri.
Mi voltai dalla parte del finestrino, con lo sguardo attraversai rapidamente l’ombra di qualche nube e corsi con gli occhi a cercare, esattamente alla mia sinistra, la silenziosa e sonnolenta maestosità del Vulcano.

 

 

S. Leta, La sposa del marinaio III, acrilico su mdf, cm 80x43,5

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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