Bonaparte, gli abiti, le lampade

Di: Alberto Giovanni Biuso
3 agosto 2010

La Triennale di Milano, in particolare la splendida e ampia sede di viale Alemagna, è dedicata al Design e alle sue diverse manifestazioni. Due tra le mostre in corso esemplificano bene tale intento e la sua varietà. La prima -Napoleone e l’impero della moda- documenta un aspetto dell’età napoleonica e della persona di Bonaparte che di solito non emerge nella sua importanza. Napoleone aveva infatti intuito che il potere è tanto più solido quanto più riesce a pervadere di sé e della propria concezione del mondo la vita quotidiana dei sudditi o dei cittadini. Non bastano le armi, le leggi, il timore. E neppure l’amore verso il capo, la forza del suo carisma. È la mentalità collettiva a dover essere permeata dello stile, dei gusti, della visione del mondo imposte da chi comanda. Si tratta di un’autentica anticipazione del concetto gramsciano di egemonia culturale come condizione del dominio politico.

Del tutto coerente con questo intento è la grande cura che Bonaparte pose al vestire. Gli studi di sociologia storica e di antropologia -in particolare quelli di Norbert Elias e di Irenäus Eibl-Eibesfeldt- hanno messo da tempo in evidenza come le uniformi abbiano anche il ben preciso scopo di far apparire più grandi e temibili gli uomini in guerra. Napoleone fu dunque molto esigente rispetto alle divise dei suoi soldati ma -e qui sta la forza della sua intuizione- non soltanto a quelle. L’abbigliamento ricevette la sua costante attenzione tanto da indurlo a richiedere e pretendere un certo modo di vestire anche da parte dei suoi ministri, dei cortigiani, delle dame che affollavano le feste e animavano la vita della corte. La conquista dei diversi Paesi europei induceva l’imperatore a importare anche il loro gusto a Parigi. Una sorta di assimilazione e insieme di dominio che fece della Francia un vero e proprio laboratorio della moda nel periodo tra il Direttorio e la Campagna di Russia (1795-1812).

A documentare la ricchezza insieme varia e costante del vestire in questa fase della storia europea, la mostra presenta cinquanta abiti e la riproduzione di numerose stampe e riviste d’epoca. Il fondamento stilistico è un neoclassicismo sulla cui sobrietà si innestano sempre più ornamenti -Bonaparte amava ovviamente lo sfarzo- tesi a mettere in evidenza la ricchezza dei vincitori. Le forme femminili vengono evidenziate in tutta la loro semplice bellezza. Scialli, nastrini, strascichi, cappelli, scarpe valorizzano sempre più l’abito. E anche di tali accessori la mostra è ricca.

Nel pieno di questa vicenda politica e antropologica, nel 1807, il periodico La Belle Assemblée così si rivolgeva alle sue lettrici:

La moda del giorno è affascinante, deliziosa, ma quella di anni fa è disgustosa, orribile. È chiaro. Tuttavia, questa moda disgustosa, orribile, era la moda del giorno dieci anni fa; allora era affascinante. E la moda di oggi, cosa ne direte da qui a dieci anni, signore?

In questa domanda è racchiusa l’effimera potenza della moda. Il gusto cambia, a volte anche velocemente, ma un gusto è sempre necessario a una comunità storica, come parte stessa della propria identità nel tempo.

Una testimonianza efficace di questa dinamica è data dalla seconda mostra -Space Age Lights. Tra gusto pop e desiderio di avanguardia- dedicata al design della luce, alle lampade che tra gli anni Sessanta e Settanta videro una completa trasformazione delle loro forme e del rapporto con l’ambiente. Un’unica sala raccoglie decine di queste lampade, tutte in qualche modo ispirate ai viaggi spaziali -si pensi alla cura per il design in 2001 di Kubrick- e tese a trovare un equilibrio tra funzionalità e innovazione. Tra i progettisti che le crearono ci sono Martinelli, Sarfatti, Dal Lago, Stoppino, Joe Colombo, Magistretti. Le aziende che le realizzarono furono Artemide, Guzzini, Arteluce, Reggiani. Il meglio dunque del design dell’epoca dedicato a questi particolari oggetti. Il gusto di quegli anni mi trova personalmente freddo, se non ostile, ma va riconosciuto lo sforzo di innovazione formale, non facile per un oggetto così quotidiano qual è una lampada. Più, infatti, un manufatto è ovvio, più è difficile esprimere attraverso di esso una visione del mondo. Lo spazio che raccoglie queste lampade testimonia che tale obiettivo venne in ogni caso raggiunto.

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