Autori

Giovanni Gentile

 

Un trionfo della soggettività?

Le parole di modestia che Giovanni Gentile formula nella prefazione del 1920 al suo capolavoro non costituiscono un’affermazione di circostanza ma sono già parte coerente del sistema: «Ogni libro è via, e non mèta; vuol essere vita, non morte. E finché si vive, convien continuare a pensare» (TS, 75). L’attualismo è anche e specialmente questo già e non ancora, è una tensione verso un assoluto fuori dal tempo e fondante il reale che però si dispiega tutto nell’atto temporale del suo farsi. È, questa, una delle più feconde contraddizioni non di Gentile soltanto ma … Continua a leggere »

Empedocle di Akragas

 

Introduzione

Giorgio Colli sostiene che la filosofia, in quanto amore del sapere, non è aspirazione a una sapienza di là da venire, ma tendenza verso un’età già tramontata: quella dei sapienti, sophoi. Da Platone in poi, insomma, altro non è possibile che divenire philo-sophoi, aspiranti sapienti1.

La sapienza, quando era ancora possibile possederla, era pur sempre divina. I sophoi avevano accesso alla parola del dio o meglio sapevano ascoltare, interpretare e riferire la lingua divina col favore delle Muse. Ciò era possibile perché i sophoi erano gli unici esseri viventi veramente mondati, purificati dalle debolezze … Continua a leggere »

Giovanni Verga

L’arcaismo, il caos, la potenza senza scopo della natura. Sono anche questi gli elementi che plasmano la Stimmung dei siciliani, i loro sentimenti, al tempo di Verga come nel nostro. In Verga essi si esprimono nella particolare tonalità di una razionalità positivistica che si coniuga all’assurdo metafisico, che osserva come «tutte le cose umane dànno una mano alla ragione e l’altra all’assurdo» (La cosa del diavolo, 15) 1, che «la verità…la verità…Non si può sapere la verità» (Il peccato di donna Santa, 697), sino a generare «uno sconforto amaro, un senso desolato del nulla d’ogni … Continua a leggere »

Pavese pagano

 

Cesare Pavese sa che «quando un dio avvicina un mortale, segue sempre una cosa crudele»1 perché il dio è la morte che segue alla vita, è il nulla che la precede, l’accompagna e la chiude. Ed è anche la pienezza del tempo, che i mortali sono capaci di vivere come αἰών -«Ciò ch’è stato, sarà» (77)-, come χρόνος-«Il passato non torna. Nulla regge all’andare del tempo» (103), come καιρός -«Immortale è chi accetta l’istante. Chi non conosce più un domani» (101).
In tale fluire e potenza del tempo, i mortali sono intrisi di desideri che gli dèi si … Continua a leggere »

Introduzione alla filosofia di Eugenio Mazzarella

Il cammino teoretico intrapreso da Eugenio Mazzarella con Tecnica e metafisica1 e proseguito con le analisi critiche dedicate alla storicità, all’abitare, alla vita, alla fede cristiana, mostra evidente tutta la sua coerenza avendo giocato e consumato sino in fondo il confronto con la tradizione storicistica, e pervenendo alla chiara consapevolezza che si può salvaguardare la storia soltanto se ci si apre «alle radici non storiche della storia» (VU, 181), a saperi quali la biologia, la psicologia, l’etologia, la bioetica, l’ecologia, definite da Mazzarella le «scienze della nuova umiltà» (VU, 11).

Si dispiega così quanto era già implicito in un

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Ulisse 1947

Nel 1947 Ulisse torna dalla guerra. Non è un eroe, è un reduce. La gioia del ritorno si muta presto nell’apatia, la famiglia si rivela estranea, luogo di tensioni più che di affetti. Fatica a trovare posto in una realtà che non lo sopporta e all’interno della quale non trova alcuno stimolo positivo. La scrittura e l’impegno politico vengono affrontati senza convinzione, mute sirene prive di fascino. Le finzioni e gli inganni della famiglia, con i suoi riti e il malcelato fastidio nei suoi confronti, lo costringono a un ulteriore camuffamento, eccessivo e quindi rivelatore. La morbosa relazione con la … Continua a leggere »

Il romanzo della Cacciata. Su Aracoeli di Elsa Morante

Provassimo a scomporre l’incipit di Aracoeli, il suo congegno semplice di soggetto e predicato, «Mia madre | era | andalusa»[i], in effetti esso restituirebbe immediatamente l’argomento, il tempo e lo spazio dell’intero racconto. A proposito di cosa parla? Della madre. Cosa ne dice? Che erae che era straniera. L’argomento, dunque: il materno, ovvero l’origine, l’inizio. Il tempo: il passato, nell’imperfetto dell’universo ciclico e della narrazione mitica. Lo spazio: una periferia del mondo, quindi uno spazio disponibile al favoloso ma anche al sacro. Troveremmo però anche l’informazione suppletiva, nella determinazione di appartenenza che instaura la posizione primo-personale … Continua a leggere »

La nuova Lirica di Giancarlo Pontiggia: Il moto delle cose

Dopo aver raccolto il proprio percorso poetico nel libro summa intitolato Origini, Giancarlo Pontiggia si è assunto il rischio di un nuovo movimento, di una mossa che sa di ripartenza, di profonda novità pur nella continuità. Il suo ultimo libro – Il moto delle cose (Mondadori, Lo Specchio, 2017) – con le sue modulazioni, i suoi sussurri, la sua profonda intimità, ha certo un suono familiare per il lettore attento del poeta di Seregno, eppure ciò che nei libri precedenti era costantemente sullo sfondo qui ora fa figura, immettendo nei testi una pulsazione diversa, provocando un fine riorientamento del … Continua a leggere »

Ricoeur. La narrazione del tempo

 

Il linguaggio è scandito nel tempo, le parole vengono pronunciate l’una dopo l’altra a formare delle frasi le quali compongono a loro volta una descrizione, un’analisi, delle narrazioni. Il carattere sequenziale del linguaggio è anche un dato tecnico, che però si fonda sulla struttura della mente umana, la quale non è nel tempo ma è essa stessa temporalità vivente, rammemorante, intenzionale.

Il tempo diviene tempo umano nella misura in cui è articolato in modo narrativo; per contro il racconto è significativo nella misura in cui disegna i tratti dell’esperienza temporale. […] Che la tesi presenti un carattere circolare è

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Il reddito della vergogna. La narrativa triestina di Giuseppe O. Longo


Questo scritto si incentra sul romanziere triestino (romanziere e molte altre cose ancora) Giuseppe O. Longo. Nato a Forlì ma residente a Trieste fin dalla prima adolescenza (dal 1955 per la precisione), Giuseppe O. Longo rappresenta un caso forse più unico che raro di scrittore autenticamente triestino, e tuttavia non propriamente indigeno. Uno scrittore, cioè, radicato nel contesto, attento e sensibile alla realtà locale, e tuttavia spurio e ‘foresto’ di nascita. Vengono immediatamente in mente le aspre parole pronunciate da Umberto Saba nel “Discorso” pronunciato a Trieste il 19 ottobre 1953, in occasione dei festeggiamenti per il suo 70 compleanno Continua a leggere »

Accedi | Gestione | Alberto G. Biuso e Giusy Randazzo © 2010-2020 - Periodico - Reg. Trib. Milano n. 378 del 23/06/2010 - ISSN 2038-4386 -

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