Ascolta il tuo cuore, città

Di: Fausta Squatriti
9 maggio 2011


Installazioni: alluminio, foto digitali su carta da disegno, pastelli, pigmenti più scatole in legno con oggetti in resina, gesso, fiori secchi, legni bruciati, ecc.

Questa serie affronta l’argomento della solitudine degli oggetti, delle città, una volta private dai propri abitanti. L’artista si serve ancora una volta del linguaggio da lei creato facendo dialogare diversi mezzi e soggetti, fotografia, astrazione e tridimensionalità.

Le fotografie riguardano città -Parigi, Mosca, Milano, Bratislava, Venezia- ma l’intento non è quello di ricordarne una specifica con la sua riconoscibilità. Anzi, i punti di vista tendono a decontestualizzare quanto si vede.

Gli abitanti sono scomparsi, forse è successo il tanto temuto disastro ambientale che farà sparire l’umanità dalla terra, da quella terra da essa saccheggiata senza ritegno, fino a quando l’ingordigia, l’incapacità di prevedere gli effetti negativi del saccheggio continuo, non l’hanno portata alla fine. Previsione non catastrofica e caricata di pathos, al contrario, esibita nell’opera con una freddezza inesorabile, strumento poetico usato da parte dell’artista come motivo fondante della propria drammaturgia.

Tre sono gli elementi. La fotografia, la geometria, che ne interpreta il significato, e un oggetto che, anche nelle dimensioni, acquista molta importanza. Si tratta di scatole costruite con vecchie assi, con legni bruciati, storte, non finite. Al loro interno trovano ricovero le reliquie della civiltà occidentale.

L’artista ipotizza che un uomo, sulla soglia della distruzione, si sia animato per mettere in salvo un ricordo, una testimonianza, e che lo abbia fatto in fretta, scegliendo quanto a lui vicino e forse caro. Comunque, siano oggetti naturali o artificiali, la loro sopravvivenza è desiderata come testimonianza di una civiltà straordinaria ma perduta. Una zolla di terra con radici seccate di povere erbe, guanti anneriti dal petrolio, una bellissima conchiglia rosa e sensuale, attrezzi da lavoro, bottigline da prodotto farmaceutico, un ammasso di fiori secchi, altri fiori calcinati e privi di vita, un puzzle, una vecchia e arcaicamacchina fotografica. Via via, per ogni opera ci sarà l’apposita reliquia.

La leggera asimmetria, lo storto, le diverse inclinazioni e volute imprecisioni presenti nelle tre parti, contribuiscono a creare il disagio visivo che diventa inquietante percezione di una luttuosa, poetica bellezza colta nei suoi ultimi attimi di vita.

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