Le metamorfosi del vampiro

Di: Mario Gazzola e Marco Marchetti
2 ottobre 2010

La creatura più duttile dell’immaginario fantastico di tutti i tempi ha radici antichissime (e in quasi tutte le culture del globo), in cui si saldano le più diffuse mitologie sul confine fra regno dei morti e dei vivi.

I vampiri hanno sempre popolato l’immaginario collettivo. Nella prima parte di questo articolo, che trovate sul sito di Nocturno Cinema, siamo partiti dall’attualità (mostre, opere teatrali, film recenti) per mostrare come la creatura più duttile e “culturalmente mutante” dell’immaginario fantastico di tutti i tempi si adatti alle evoluzioni della società e dei suoi linguaggi, offrendosi a sempre nuove declinazioni, fra le quali ci siamo focalizzati ad analizzare quelle politico sociali. Obiettivo di questa seconda parte dell’analisi è sviscerare le origini della creatura che si nutre di sangue dei propri simili: scopriremo trattarsi praticamente di un universale culturale, presente (in varie forme, leggende e credenze) in quasi tutte le culture (e le epoche) della storia umana. Che sia proprio questa la ragione della sua versatilità e flessibilità a tutte le declinazioni narrative?

Quale che sia l’origine dei conturbanti e perturbanti messaggeri della notte, nerovestiti e subdolamente seduttori, è cosa poco nota tanto tra gli accademici quanto fra i semplici aficionado. Lumi (vaghi) ci vengono da Cerisy-la-Salle, cittadella francese ove, nel lontano agosto 1992, studiosi e dottori confabularono a lungo sull’origine antropologica dello svolazzante figuro. Ebbene, due furono le strade maestre, battute, esplorate e analizzate col piglio dell’erudito, con l’unico risultato di complicare ancor più le cose e di rendere particolarmente stimolante per noi profani il versante d’analisi. Se da una parte il francofono Jean-Claude Aguerre individuava nel Settecento una data spartiacque tra il vampiro propriamente detto e il fertile humus folcloristico che ne stava alla base, con tutti gli ammennicoli annessi e connessi, dall’altra le vie degli antropologi scombiccherarono le carte in tavola e ampliarono il terreno con cinque complesse teorie.

Andiamo con ordine. Secondo la prima di queste ricostruzioni etimologiche e tradizionali, Dracula e i suoi epigoni affonderebbero le radici in un mondo preistorico antichissimo e oscuro, essendo essi la rappresentazione, la sintesi, per così dire, di creature fantastiche universalmente diffuse. Dalle tribù africane come i bantù e i buganda, fino a resoconti di arabi, assiri, cinesi, mongoli, scandinavi, romani e via delirando, il vampiro pare aver infettato le menti di ogni popolo comparso sulla Terra.

Qualcun altro però ha invece spostato il campo d’analisi, tirando addirittura in ballo l’aspetto sciamanico della situazione, ovvero quel limbo misterioso e incerto che sancisce l’apparente separazione tra le terre dei vivi e quelle dei defunti. Non sempre ciò che è morto resta tale e, stando alle più variegate tradizioni antropologiche, alle volte i due universi si confondono e si mescolano, di modo che gli spiriti disincarnati possano possedere i corpi e insufflar loro nuova vita. Bisogna ricordare infatti che alcuni gruppi tribali come gli Ugri dell’Ob seppellivano i morti lontano dai villaggi e bruciavano addirittura le salme qualora esse, riesumate dopo un certo numero di anni, si mostrassero ancora in perfette condizioni.

Secondo il terzo filone, tuttavia, anche l’Oriente avrebbe dato il suo contributo, dai misteriosi personaggi, vagamente simili al vampiro, che furono avvistati già da Marco Polo, fino ad arrivare alle più proteiformi mostruosità necrofaghe. Vale la pena di spendere allora due parole su alcune strane creature polinesiane, i pelesit e i polong, che si narra succhino il sangue, e i perfidi, diabolici langsuyar e pontianak, che attaccherebbero le donne incinte per nutrirsi delle loro viscere. Spostandosi nella vicina India, si trovano i bhutas e i brahmaparusha che, al di là del nome impronunciabile, sono degli spiritelli errabondi capaci di trasformarsi in pipistrelli e che si aggirano, guarda caso, appunto per i cimiteri. Questi fantasmi appartengono a dei morti “particolari”, cioè a chi in vita è stato demente o deforme, o è comunque morto di morte violenta. Ma l’aspetto veramente agghiacciante è che pare possano invasare i viventi, trasformandoli in pericolose entità antropofaghe.

Gira e rigira, sempre all’est si torna. Si vocifera infatti che l’epidemia vampiresca sia giunta in Europa con gli zingari. La tradizione zigana si avvale di così tante e agghiaccianti similitudini col vampiro classico da far supporre che tale teoria, pur con tutte le voragini, le limitazioni e le difficoltà nella valutazione dei dati, rientri a pieno titolo tra le ipotesi più accreditate in materia. Tanto per dirne una, gli zingari sogliono avvicinarsi alle tombe dei morti per scambiarci quattro chiacchiere e portar loro cibi e bevande. Certo, questo forma di antropomorfizzazione non è appannaggio delle tribù rom, dal momento che si tratterebbe di un’usanza piuttosto diffusa anche in Occidente, ma scandagliando l’interessante bagaglio culturale del folclore gitano si individuano altri appetibili elementi. Il popolo apolide per eccellenza crede infatti nel mullo, una persona che, suicidatasi o scomparsa in un incidente, possa ritornare nell’aldiquà. Può anche essere un bambino che, defunto e sepolto, continui e crescere nella tomba per qualche anno. A seconda delle credenze, il mullo esce dalla bara a mezzanotte, strangola i vivi e ne beve il sangue, in altri casi si trasforma in un animale come un cane o un lupo (da qui forse il mito del licantropo). Ma udite udite, ora viene il bello: sì, perché questo essere immondo, pur avendo abbandonato l’umano sembiante, ha ereditato e mantenuto dal mondo della carne l’impulso inverecondo per eccellenza, ovvero la smisurata lussuria che nessun processo putrefattivo pare arginare. E allora esso ha rapporti con una qualche amante, rapporti così intensi che la donna ne è spesso esaurita o addirittura uccisa. E qualora se la cavi, ne resta sovente ingravidata. Il figlio, metà umano metà creatura degli inferi, vivrà per pochi anni ma sarà dotato di speciali poteri che gli permetteranno di individuare e distruggere un altro mullo. I rimedi sono presto detti: un ago d’acciaio che perfori il petto del cadavere, un più semplice paletto, corazzare la tomba o addirittura avvolgere le abitazioni con rete da pesca di modo che il demone, che si ritiene essere un ossessivo-compulsivo, si fermi a contare tutti i nodi. Tipo il Conte di Sesame Street.

Un’altra concezione sostiene un’origine antica o medievale del vampiro, che a sua volta si suddivide in due sotto-tipologie. Innanzitutto, allora, bisognerebbe prendere in considerazione la credenza greco-romana delle lamie e delle empuse, creature demoniache e succhiasangue ma soltanto lontanamente imparentate col vampiro moderno (ne riprende però la figura più stregonesca Sam Raimi nel suo ultimo film Drag Me to Hell).

Secondo gli accademici, il vampiro, prendendo appunto spunto da queste due figure, si sarebbe sviluppato nell’ambito della discussione sui rapporti tra anima e corpo del tardo ellenismo, influenzato poi dai primi contatti con il cristianesimo. Oltre a ciò, le testimonianze scandinave presentano innegabili analogie con la figura di cui si sta dissertando: in alcune cronache vi sono chiari riferimenti a defunti che s’aggirano finché non sono sepolti una seconda volta, e in alcuni casi questo è possibile soltanto dopo aver strappato loro la testa e il cuore.

Il vampiro così come lo conosciamo appare per la prima volta in area orientale, dalla Polonia alla Romania, passando per Prussia, la Slesia, la Slovenia, Istria, Croazia, Serbia, Albania, Bulgaria. Secondo l’americano Jan Perkowski le radici del vampiro affondano in area slava e, anche in questo caso, sarebbero il frutto di un’ulteriore crisi religiosa, ovvero la repressione prima del paganesimo, e poi dell’eresia dualista dei bogomili, da parte ovviamente del cristianesimo maggioritario. I rapporti tra corpo e anima si incrinano, si fanno ambigui, labili, in questo calderone di magmatiche incertezze, confusioni ed enigmi spirituali, nasce allora il termine obyrbi. Siamo attorno al decimo secolo: da qui il bulgaro vampir, creatura etimologicamente già ben definita, ma confusa ancora nella sua valenza identificativa, tanto che tale vampir è spesso combinato con altre entità demoniache.

Il cerchio si chiude, il mistero è in parte svelato, i dati si affastellano in un’indicibile confusione che mai metterà d’accordo studiosi e antropologi. Se il summenzionato Aguerre fissa la nascita del vampiro al Settecento, Secolo dei Lumi, un periodo blasfemo in cui qualcuno dubitava della realtà dell’anima, sono innegabili i prodromi medievali raccontati con dovizia nelle cronache dei dotti. Ebbene, tanto per citare a braccio alcuni dei numerosissimi esempi che si potrebbero addurre, Guglielmo da Newburgh (1136-1208), canonico di un monastero agostiniano, scrive nel 1196 la sua Historia rerum anglicarum, riferendo due episodi di cui è protagonista una “sanguisuga.” Il primo, accaduto nel Buckinghamshire, viene attribuito a Guglielmo da Stefano, arcidiacono della cittadina. Un uomo è seppellito alla vigilia dell’Ascensione, ma torna per spaventare i parenti. Viene allora aperta la tomba e, come da copione, la salma è perfettamente conservata. Il prete dà l’assoluzione e gli incidenti cessano. Nello stesso anno a Berwick, ai confini fra l’Inghilterra e la Scozia, si assiste ad un caso analogo, solo che il corpo, questa volta decomposto, viene bruciato e dai miasmi si determina un’epidemia di peste (ricorda qualcosa?).

Se dalle brumose terre di Inghilterra ci spostiamo nell’altrettanto spiritica Polonia, ecco che il Male assume forme ancor più nefaste e deplorevoli, rendendo satanica manifestazione quanto di norma s’ascrive al ciclo naturale. Sì, perché da quelle parti, almeno a partire dal Seicento, i fenomeni sono talmente strani e si avvalgono di così numerose testimonianze che le leggende e le tradizioni lasciano il posto alla dissertazione accademica. Stiamo parlando del nachzehrer, ovvero un morto che morto non è. E fin qui niente di strano, tranne il fatto che questo individuo si risveglia nella tomba in preda all’irresistibile impulso di masticare tutto quanto trova sul suo cammino. Comincia dal sudario, passa ai vestiti e, se proprio la fame è così forte, si morsica pure le mani. Spesso la masticazione ossessiva si trasfonde sul piano mentale, perché il nachzehrer divora letteralmente l’energia vitale delle persone, facendole morire. Ci sono solo due modi per scoprirlo: aggirarsi per i cimiteri auscultando con attenzione le tombe (tale demonio parrebbe grufolare come un maiale), oppure sospettare delle improvvise morie di persone. Va da sé che l’autorità deve intervenire il più presto possibile, perché questo essere aberrante, così rifocillato di forza altrui, uscirà dalla tomba per masticare pure i vivi. Ben pochi mettevano in dubbio la realtà delle tragiche abitudini del nachzehrer, tanto che l’oggetto di discussione era spesso al centro di importanti dibattiti. Tanto per dire quanto fosse seria la cosa, il teologo Philip Rohr ci scrisse un trattato accademico, presentato all’università di Lipsia e stampato poi nel 1679, dal curioso titolo Dissertatio historico-philosophica de masticatione mortuorum. In altre parole, gli esperti dell’epoca educavano gli studenti sulla masticazione dei cadaveri e sui problemi morali che ad essa erano sottesi, con la stessa serietà con cui oggi si potrebbe discutere di fisica quantistica o universi paralleli.

In Grecia abbiamo una tradizione un po’ diversa: qui si parla del vrykolakas, cioè un morto che non si decompone perché non ha le carte in regola con la Chiesa Ortodossa. Come al solito, rientrano nella categoria i suicidi, i nati morti, i bambini concepiti o nati in un giorno di grande festa religiosa (ma che vorrà mai dire?), i non battezzati, gli stregoni, gli apostati e soprattutto quei pericolosi sovversivi degli scomunicati. Una delle prime esposizioni sull’argomento è di Leone Allazio o Allacci (1586-1669) nel suo De quorundam Graecorum opinationibus pubblicato a Colonia nel 1645. Quali sono i nefasti segni del vrykolakas? I corpi non si decompongono ma si gonfiano. Il cadavere può essere invasato dal diavolo e allora, qualora questo avvenga, se ne va in giro a bussare alle porte e a chiamare per nome alcune persone. Se queste rispondono, moriranno di certo il giorno seguente. (Per dovere di cronaca, si deve segnalare che Belzebù non chiama mai due volte e così gli abitanti dell’isola di Chio, per esempio, attendono sempre un’eventuale seconda chiamata prima di domandare il fatidico “chi va là.”) Contrariamente al vampiro tradizionale, il greco brucolaco non teme la luce del sole.

Ma veniamo al vampiro classico. Se si dovesse fissare una data convenzionale per commemorarne la nascita, si potrebbe citare il caso di Giure Grando, contadino istriano. L’uomo muore nel 1656 e, riesumato nel 1672, è subito decapitato come vampiro. A questo seguono altri casi in Moravia. Alcuni nomi presi dal mucchio: Catharina Richter, morta nel 1662, Balthasar Seidler, deceduto nel 1666, Barbara Wagner nel 1667, tutti nella cittadina di Baern. Anche qui, vero e proprio leitmotiv, i corpi sono gonfi, flessibili, non corrotti. Ma è solo con i fatti di Medwegya, cittadina serba, che tra il 1727 e il 1732 il vampirismo salta agli onori della cronaca. Tutto comincia con la morte accidentale di un soldato, Arnold Paole. Venti o trenta giorni dopo, l’uomo ritorna dal regno dei morti e uccide altre venti persone. A quel punto l’autorità locale lo fa riesumare e lo scopre non solo in perfetto stato di conservazione, ma addirittura satollo di sangue. Il liquido ematico è presente in siffatta quantità che il corpo lo espelle da ogni poro, dalle orecchie, dal naso e persino dagli occhi. Appena gli addetti ai lavori gli ficcano un paletto nel cuore, il soldato si mette ad urlare. La storia però non finisce qui. Nel 1731 una nuova epidemia sconvolge la cittadina e dalle indagini risulterebbero essere attivi almeno tredici vampiri. Non si parla più di esumazioni di cadaveri, nel rapporto è infatti usato il termine vampyr. L’inchiesta, condotta in pochi giorni, solleverà uno tsunami mediatico, tanto che se ne parlerà praticamente ovunque, in Olanda, in Germania, in Inghilterra e così via. Anche qui, sempre secondo il medesimo schema, i corpi dissotterrati non presentano tracce di putrefazione.

A questo punto, il vampiro era un essere sdoganato e perfettamente definito nell’immaginario collettivo. Appelliamoci allora ad Antoine Faivre per capirci qualcosa di più. Sì, perché se i fatti di Medwegya et similia ebbero il merito di diffondere il mito vampiresco in lungo e in largo, va da sé che anche la fantasia corrosiva di poeti e scrittori ne fu contaminata. Come non approfittare del lesto bevitore di sangue per decorare pagine, libri e romanzi di oscure maledizioni, storie d’amore funeste, criptiche poesie e conturbanti carmi? Secondo il summenzionato Faivre, appunto, la tradizione letteraria risalirebbe al 1748, cioè sedici anni dopo il fatidico 1732. La macabra sanguisuga appare, con un certo gusto del paradosso, sulla rivista scientifica Der Naturforscher di Lipsia, il cui direttore non disdegnava di quando in quando la pubblicazione di poesie. Nel caso specifico, parliamo di Der Vampir, di Heinrich August Ossenfelder.

Ricordiamo anche, pescando dal mazzo, Gottfried August Buerger che, con Lenora, per quanto non tratti specificamente di un vampiro, narra la storia d’un giovane deceduto che torna dall’aldilà per trovare la sua sposa (uno sposo cadavere?!). A Robert Southley si deve l’onore di introdurre il vampiro nel senso più stretto, più intrinsecamente moderno del termine: la poesia è del 1801 e conserva delle più raffinate odi il titolo un po’ esotico, un po’ onirico, un po’ fantasy, se si consente la blasfemia, ovvero Thalaba the Destroyer. Il 1810 partorirà un The Vampyre di un certo John Stagg, e da quel momento in poi il bieco figuro mantellato diverrà una costante obbligata nella letteratura romantica inglese, a partire da Lord Byron. Costui, parrebbe, non aveva grande simpatia per Nosferatu e discendenti, però il suo contributo l’ha dato lo stesso in The Giaour (1813) dove un musulmano maledice l’infedele giaour, appunto, annunciandogli una vita errabonda e vampiresca dopo la morte. Eccone un tenebroso estratto:

“But first, on earth as a Vampire sent,

Thy corpse shall from its tomb be rent:

Then ghastly haunt thy native place,

And suck the blood of all thy race;

There from the daughter, sister, wife,

At midnight drain the stream of life;

Yet loathe the banquet, witch perforce

Must feed the livid living corpse:

Thy victims, ere they yet expire

Shall know the demon for their sire;

As cursing thee, thou cursing them,

Thy flowers are whitered on the stem.”

Ricordiamo allora John Keats con la sua Lamia del 1819 e La belle Dame sans Merci. Come non citare però Charles Baudelaire e le sue Il vampiro e Le metamorfosi del vampiro, liriche contenute ne I fiori del male? Anche Isidore-Lucien Ducasse, conte di Lautréamont (quello de I canti di Maldoror), ha trasformato il vampiro in un tema ossessivo.

Per quanto riguarda il versante narrativo, anche qui i dubbi aumentano e si fanno impenetrabili. Si presume che il primo racconto a tema sia stato Non svegliare i morti di Johann Ludwig Tieck. Egli, però, un po’ come i fratelli Grimm, era un compilatore e rielaboratore di testi popolari. Ad ogni modo, il suo racconto viene tradotto in inglese in un’antologia del 1823. E tornando a Lord Byron, non dimentichiamoci di citare il suo medico personale, John Polidori, che nel 1819 dette invece alle stampe il primo romanzo sui vampiri, intitolato, con gran fantasia, Il vampiro. In realtà la leggenda vuole che il plot sia stato elaborato, almeno nelle sue linee principali, già a partire dal 1816, durante la notte buia e tempestosa trascorsa a villa Diodati, sul Lago di Ginevra, insieme a quella combriccola di allegri viziosi di Byron e i (non ancora coniugati) Percy Bysshe e Mary Shelley. Difficile dire se Polidori fosse davvero quel pervertito sudicione che Ken Russell ci ha tramandato nel suo film Gothic (1987), fatto sta che il visionario dottore si suicidò un paio d’anni dopo la pubblicazione del romanzo.

Ora, parlare di romanzi sui vampiri significa è atto kamikaze in partenza. Chi ha il gusto del catalogo, può consultare questo link. Ma, per citare qualche titolo imprescindibile, ricordiamo Varney the Vampyre di Thomas Prest o James Rymer (1845). Non si sa esattamente chi sia stato l’autore, nel senso che l’opera fu pubblicata con il nome del primo scrittore, e solo in un momento successivo alcuni studiosi attribuirono il tutto al secondo. Nessuno potrà dissipare il dubbio, ma certo è che Thomas Prest aveva all’epoca un richiamo più commerciale in quanto inventore del barbiere cannibale Sweeney Todd (da cui l’omonimo gothic musical di Tim Burton): ma anche qui la certezza è solo apparente perché pure il famelico Sweeney è stato a sua volta attribuito a un numero cospicuo di altri narratori, in primis ancora James Rymer. Insomma, un serpente che si morde la coda e la cui fine coincide con l’inizio della disputa.

Qualche anno più tardi fa invece la sua comparsa la celeberrima Carmilla di Joseph Sheridan Le Fanu (1872), contenuta nella raccolta In a Glass, Darkly (1872) e, successivamente, sempre del medesimo autore, The Purcell Papers (1880). Abbiamo allora un The Soul of Lilith (1892) di una tale Marie Corelli (nome d’arte di Mary Mackay) e, infine, nell’anno del Signore 1897, il Dracula di Bram Stoker. Il resto è storia.

Potete leggere la terza parte di questo articolo, dedicata a un resoconto delle svariate declinazioni in cui il cinema recente, il fumetto e la cultura pop in senso ampio ci hanno cucinato il tema del vampiro, sul sito Posthuman a QUESTO LINK.


Bibliografia
Massimo Introvigne, La stirpe di Dracila: indagine sul vampirismo dall’antichità ai giorni nostri, Mondadori, Milano 1997

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