Limiti del cosmopolitismo e ritorno al concetto di nazione

Di: Lucia Gangale
16 Novembre 2020

 

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La concezione “nobile ma imperfetta” del cosmopolitismo, come l’ha chiamata Martha Nussbaum nel suo ultimo lavoro1, deve farci riflettere sul perché un modello nobile, nato in epoca stoicista allo scopo di promuovere la pace ed utilizzato in epoca contemporanea per arginare il ripetersi dei conflitti bellici, abbia invece affossato la sovranità nazionale e fatto perdere di vista quella considerazione della sovranità popolare, così tanto necessaria per lo stare insieme come società. La pandemia in atto, come dicono molti osservatori, oltre a far crollare i falsi miti della globalizzazione, sta spingendo verso un recupero dei concetti di sovranità e di nazione, al posto di entità sovranazionali. Dal canto suo, l’epidemiologo Frank Snowden, intervistato dal “Manifesto” e dal “New Yorker”, evidenzia che la maggiore fragilità del mondo globalizzato è proprio la sua iperconnessione, perché ciò determina ripetuti spillover, cioè il passaggio dei virus da una specie all’altra del pianeta.
Durante e dopo il Coronavirus, l’atto più politico che si pone in essere è quello del distanziamento sociale e della delimitazione di uno spazio, al posto delle frontiere aperte per tutti dappertutto. Ciò, evidentemente, non significa certo un’affermazione della nazione come identità escludente, ma una critica radicale al sistema che abbiamo creato sì.
Nato con Democrito ed allargatosi con gli Stoici, il concetto di cosmopolitismo nel mondo contemporaneo si combina con quello che Norberto Bobbio chiama il pacifismo attivo, cioè una conquista non scontata dell’evoluzione dell’uomo. Cioè cosmopolitismo e pacifismo sono tematiche continuamente intrecciate, nonostante la poliedricità del concetto stesso.
Spinelli e Rossi, nel loro manifesto Per un’Europa libera e unita, rilevano che quando dallo Stato si è passati alla statolatria, lo Stato che assume i connotati di una «entità divina» passa dall’essere «tutelatore della libertà dei cittadini» all’essere «padrone di sudditi tenuti a servizio, con tutte le facoltà per renderne massima l’efficienza bellica»2.
Difficile contestare che il totalitarismo novecentesco abbia reso lo Stato una presenza invasiva e pervasiva di tutti gli aspetti della vita dei singoli, e che per altro l’esaltazione dello Stato sia stata la risposta ai processi di denazionalizzazione che erano storicamente in atto. Per dirla più chiaramente, il ritorno allo Stato nazionale fu la risposta a quanto si era verificato nel corso dell’Ottocento, una fase storica che aveva creato un mercato autoregolato, governato unicamente dai prezzi e atto a contenere la sovranità nazionale, che invece gestiva la distribuzione in maniera socializzata, attraverso una autorità centrale oppure attraverso la reciprocità fondata sul dono. Questa, almeno, la lettura dei processi di rinazionalizzazione che fornisce Karl Polanyi3. Polanyi, del resto, documenta come tale volontà di denazionalizzare fosse frutto di una volontà tesa ad assicurare pace e prosperità ai popoli.
Ora, questo processo di risocializzazione del mercato, da un lato ha attecchito su un terreno democratico, col New Deal, dall’altro ha trovato espressione col fascismo in Europa, che ha affossato l’ordine politico democratico.
Gli estensori del Manifesto di Ventotene erano ben convinti che le forze produttive non dovessero dominare sull’uomo, ma il limite della loro analisi stava proprio nella speranza di raggiungere l’obiettivo della giustizia e della pace sociale attraverso il superamento della dimensione nazionale. Una previsione ampiamente smentita nel corso dei Trenta gloriosi, cioè gli anni dal 1945 al 1973, anni che avrebbero dimostrato che proprio in ambito nazionale era possibile combattere il mercato autoregolato e preservare i diritti sociali nel rispetto dell’ordine democratico. Proprio la sovranità nazionale può essere il terreno nel quale convergono le lotte per l’emancipazione sociale e costituire la base per l’ordine politico ed economico. Mentre, invece, limitare la sovranità degli Stati, è stata un’arma per neutralizzare qualsiasi forma di dialettica e frustrare le istanze sociali.
La nascita del Consiglio d’Europa alla fine del secondo conflitto mondiale fu fortemente voluta dagli Stati Uniti per fare blocco comune contro i Paesi socialisti. In quel preciso momento storico la borghesia elevò il cosmopolitismo a faro e guida della sua azione politica, dopo secoli passati a difendere la nazione e i confini come baluardo dei suoi interessi economici. Certo, i tempi erano cambiati, e la classe borghese si trovava in difficoltà, in quanto nell’Europa occidentale era indebolita e pertanto non in grado di conciliare il profitto capitalistico con il garantire un tenore di vita decoroso alle classi popolari, che intanto facevano pressione perché avevano acquistato coscienza dei propri diritti. Questo cambio repentino dal vecchio esasperato nazionalismo al cosmopolitismo si spiega in questo modo. Le classi meno abbienti dovevano inserirsi nel tessuto della vita nazionale per sottrarne alla borghesia il monopolio.
Si andava nel contempo diffondendo appunto la retorica di un cosmopolitismo quale unico baluardo al ripetersi delle tragedie belliche del “secolo breve” e quella della sovranità nazionale come fonte di nazionalismo e “odio razziale”. Difatti, nel corso del dibattito per la ratifica dello Statuto del Consiglio d’Europa, i repubblicani, fervidi sostenitori della causa federalista, sostenevano con forza che soltanto una società universale e aperta avrebbe potuto assicurare la pace. Si ribadiva la necessità di togliere sovranità agli Stati4, andare ben oltre la costituzione di un’organizzazione internazionale e promuoverne invece una di carattere sovranazionale.

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L’intento dell’unificazione europea era quello di favorire la circolazione di merci, capitali e lavoratori, sottraendo terreno alla sovranità statale come ostacolo alla mobilità degli stessi. La politica di bilancio voleva l’unificazione monetaria e l’incentivazione dell’equilibrio di bilancio teso a favorire la libertà degli scambi. Con tali manovre si ribaltava Bretton Woods, l’accordo che, se da una parte promuoveva il libero scambio delle merci, dall’altra limitava quello dei capitali, sotto la supervisione degli Stati di riferimento. Ciò in nome della pace, in quanto la circolazione dei capitali avrebbe esposto pericolosamente il mondo a una nuova e devastante crisi economica come quella che si era verificata negli anni Venti e foriera, a detta di molti, dell’avvento del fascismo e dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Era pertanto indispensabile assicurare agli Stati la possibilità di controllare il movimento dei capitali5. Era necessario anche istituire la Banca mondiale, avente la funzione di drenare capitali a basso interesse verso i Paesi più poveri, sottraendoli così alle incerte dinamiche della libera circolazione dei capitali.
A ben guardare, laddove c’è libera circolazione di capitali, gli Stati hanno tutto l’interesse ad attirare investitori internazionali, cioè proprio quelle figure espressione di una realtà economica cosmopolita. Questo nuovo ordine economico planetario ha così messo in crisi il compromesso keynesiano, studiato perché l’offerta di lavoro fosse assorbita dalla domanda, dando così potere ai lavoratori. Lo ha rovesciato, a partire dagli anni Settanta, proprio perché la libera circolazione dell’economia era incompatibile col mantenimento dell’ordine keynesiano, che riguardava i salari, le pensioni e il risparmio. Le politiche di piena occupazione avevano interessato i cosiddetti Trenta gloriosi, come abbiamo già detto, gli anni che vanno dal 1945 al 1973.
Keynes, dal canto suo, era ben lungi dal sostenere una qualche forma di «nazionalismo economico» ma si rendeva però conto che la pace internazionale non era garantita dalle fluttuanti politiche economiche degli altri Paesi e che quindi veniva a crollare il presupposto economico del cosmopolitismo6. In tal modo, Keynes anticipava e di molto la fine di un ordine che si fondava sul presupposto teorico di essere garante della pace, mentre invece avrebbe aperto la strada ai conflitti del “secolo breve”.
Quello che ha minato alle fondamenta il compromesso keynesiano è stato, alla fine del secondo conflitto mondiale, il massiccio impiego di manodopera straniera, il che ha favorito l’abbassamento dei salari per i lavoratori reclutati a buon mercato da Paesi esteri7, con tutti i risvolti ben noti che questo fenomeno ha avuto nelle strategie di delocalizzazione delle imprese, consentendo ai datori di incrementare gli utili, a caro prezzo, risparmiando sui propri dipendenti.

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L’affermazione dello Stato neoliberale, originatosi alla fine degli anni Trenta8, era caratterizzato per un verso dal valorizzare l’iniziativa individuale, dall’altro dalla visione olistica dell’ordine economico, entro il quale l’individuo era costretto, allo scopo di disinnescare la lotta di classe, in quanto vista come trasgressione dell’ordine morale e giuridico vigente.
In questa cornice si colloca, così, il richiamo al cosmopolitismo che si rifà ai fautori del mercato autoregolato. La legge dettata dall’ortodossia neoliberale ridimensiona la sovranità statale in nome della libera circolazione dei beni, con l’appoggio teorico di quanti ritengono che andare oltre la sovranità nazionale sia la premessa indispensabile per promuovere la causa della pace. L’aspirazione è quella di costruire un’Unione europea dove, superando le differenze tra Stati, uomini e merci possano circolare liberamente. In questo tipo di democrazia sovranazionale, la sovranità appartiene alla comunità comprendente entità diverse, anche tra loro contrapposte, in quanto aventi tutte il diritto di concorrere alla gestione delle linee politiche fondamentali e rispondente all’esigenza di costruire un’economia più forte e più ricca per tutti. Insomma, la prospettiva è che abolendo le frontiere e aprendo i grandi mercati il livello di vita di tutta la collettività non potrebbe che beneficiarne. In questo scenario sarebbero abolite le divisioni nazionali e anche la lotta di classe non avrebbe più ragione di esistere, in quanto prodotto, proprio, di un ordine incentrato sulla sovranità nazionale. Con tutto il bagaglio retorico che queste idee portavano con sé, come quello del «popolo europeo erede di una comune civiltà, legato a un destino di comune rinascita o di comune decadenza»9. Tuttavia, la deriva a cui è andata incontro la costruzione dell’Europa unita sta proprio nell’avere realizzato un mercato autoregolato, ma nel non avere prodotto quella unione di popoli interessati alla redistribuzione della ricchezza al di là della propria specifica appartenenza etnica e territoriale. È cioè stato ingenuo credere che le leggi di mercato avrebbero dato vita a un unico popolo ideale, come dice anche W. Streeck nel suo libro Tempo guadagnato10.
A tale proposito va anche ricordato che F. von Hayek affermava che se il prezzo da pagare per lo sviluppo di un ordine democratico è la diminuzione del potere e delle funzioni del governo, è comunque un prezzo non troppo alto11. In effetti, l’Unione europea, di matrice neoliberale, ha replicato lo schema proposto da Hayek. La sua costituzione fu voluta per evitare il ripetersi dei conflitti che avevano funestato la storia del Novecento. Pertanto, la convinzione da cui prese origine questa costruzione, era che la politica economica e soprattutto la sovranità nazionale dovessero essere trasferite a un organismo sovranazionale europeo. Dalla nazione alla Comunità. Ma che cosa è successo, invece? È successo che tutti gli Stati aderenti hanno dovuto allinearsi alle direttive volute dall’Unione economica e monetaria, e che tutte le scelte inerenti questi campi siano condizionati dalle rigide direttive comunitarie. Il primo input verso questa unificazione politico economica è stato il piano Marshall, mentre di recente si è affermata la necessità di salvaguardare la stabilità della Zona Euro nel suo complesso. In che modo? Agli Stati viene imposto di contenere le uscite (intervenendo sulla spesa pensionistica e sociale, sulla sanità e l’istruzione, sul ridimensionamento della Pubblica Amministrazione) e di favorire le entrate (attraverso un piano di liberalizzazioni nei settori dell’energia, dei servizi pubblici, delle assicurazioni e telecomunicazioni), nonché di liberalizzare il mercato in toto, compreso quello del lavoro (introducendo una elevata libertà contrattuale che porta con sé un mercato flessibile e precarizzato). Ciò comporta un ampio mercato delle riforme in cui tutto deve convergere verso una politica di coordinamento europeo di tutto quanto venga intrapreso a livello nazionale.
A questo punto è lecito chiedersi se l’unico esito possibile del cosmopolitismo europeo fosse la diffusione del neoliberalismo come ortodossia, soprattutto perché se l’unico esito è quello della libera circolazione monetaria e produttiva, non si riesce a capire dove sia la tenuta della giustizia sociale. La giustizia sociale richiede redistribuzione della ricchezza, difficilmente riconducibile a un mercato concorrenziale, e per l’appunto, quelle misure, per attuarsi, richiedono un presupposto fondamentale: la sovranità dello Stato12. Richiede dunque il radicamento nella volontà popolare. Del resto, l’invadenza del mercato sugli equilibri democratici era già stata rilevata da Jurgen Habermas in Questa Europa è in crisi (2012), perché esso combatte anche le prerogative dei poteri statali, sviluppando un ordine economico insidioso per la sopravvivenza della società.
Insomma, il sistema delle libertà economiche va a confliggere con il sistema delle libertà politiche, perché l’ambito nazionale diventa privo di valore prescrittivo e perfettamente allineato alle decisioni politiche sovranazionali. Anche i diritti, invece di essere tutelati dal cosmopolitismo, vengono da esso frustrati. Vi sono oggi, anche in Italia, costituzionalisti che, alla luce di quanto sopra esposto, invocano non un ridimensionamento dei poteri nazionali, bensì un loro riorientamento13. Studiosi molto critici verso la globalizzazione, i quali salutano con favore il ritorno a una dimensione statuale dei diritti e dell’azione politica ed economica, ben differenziandosi, ovviamente, da coloro che invocano confini e chiusure a scopo diremmo nazionalista (o sovranista, vocabolo che oggi va tanto di moda), svelando i limiti del cosmopolitismo e riscattando il concetto di sovranità statale, come indispensabile per affermare la sfera della politica rispetto alla sfera economica, e non come concetto «odioso perché», come dice Gianni Ferrara, «presuppone uno stare sopra» implicando  «che altri, ed altre, stiano in posizione tale da comportare subordinazione, soggezione, obbedienza nei confronti di chi disponga della sovranità». Di qui la necessità che l’attuale ordine economico voluto dal cosmopolitismo torni ad armonizzarsi con la sovranità popolare, quale base imprescindibile della convivenza civile.
Ci piace concludere citando Martha Nussbaum, ricordata al principio di questo saggio, per il suo essere al di sopra di ogni sospetto in un mondo diviso tra cosmopolitismo ed appropriazione sovranista del concetto di nazione:

La responsabilità verso i governati – dice la filosofa statunitense – è già difficile per lo stato-nazione, ed è evidente che una globalizzazione del potere creerebbe difficoltà enormi in tal senso, come la questione assai seria della/e lingua/e e quella, più generale, della tutela dell’accesso al processo politico. L’esempio dell’Onu dovrebbe farci sicuramente riflettere, viste le gravi carenze di questa istituzione in termini di responsabilità verso le nazioni che pretende di rappresentare. E l’attuale crisi dell’Unione europea ci indica che le persone non si accontentano di un governo che avvertono distante ed elitario.
Il richiamo alla lingua solleva una questione morale ancora più profonda: il sacrificio della pluralità all’unicità sembra violare un aspetto della socievolezza umana giustamente apprezzato da Grozio [autore dalla Nussbaum esaminato dopo Cicerone e prima di Smith, Ndr]. […] Non esiste un solo modo giusto di costruire uno stato; piuttosto, la legge morale suggerisce l’esistenza di una zona di liceità morale aperta a molti possibili esiti. Eliminare questa varietà sarebbe di per sé una perdita per gli esseri umani14 .

Note

1 M. Nussbaum, La tradizione cosmopolita. Un ideale nobile ma imperfetto, Bocconi Editore, Milano 2020.

2 Per un’Europa libera e unita. Progetto d’un manifesto, Roma 2014.

3 K. Polanyi, La grande trasformazione. Le origini economiche e politiche della nostra epoca, Torino 1974, p. 5.

4 Su questo basti vedere gli Atti della Camera del luglio del 1949.

5 La precisazione è nello Statuto del Fondo monetario internazionale, all’articolo 6: «Gli Stati membri possono esercitare gli opportuni controlli per regolamentare il movimento dei capitali».

6 J.M. Keynes, National Self-Sufficiency, in “Yale Review”, num. 22, 1933, pp. 755 ss.

7 Il fenomeno è noto come dumping salariale.

8 M. De Carolis, Il rovescio della libertà. Tramonto del neoliberalismo e disagio della civiltà, Macerata 2017, pp. 35 e ss.

9 A. Spinelli, Il Manifesto dei federalisti europei, Genova e Ventotene, 2016, p. 69.

10 Feltrinelli, Milano 2013.

11 in The Economic Conditions of Intensive Federalism, in New Common Quartterly, 5, 1939.

12 A tale proposito si ricordi l’articolato saggio della fenomenologa Edith Stein, che ravvisava la caratteristica fondamentale dello Stato proprio nella sua sovranità: si veda E. Stein, Una ricerca sullo Stato, edito in Italia da Città Nuova, Roma 1999, con una prefazione di A. Ales Bello.

13 Si vedano, ad esempio, G. Azzariti, Il costituzionalismo moderno può sopravvivere?, Laterza, Bari 2013; G. Ferrara, La sovranità popolare e le sue forme, consultabile su www.costituzionalismo.it/la-sovranita-popolare-e-le-sue-forme; A. Morelli,La riscoperta della sovranità nella crisi della globalizzazione, in Consulta Online, 2018, su www.giurcost.org/studi/morelli3.pdf.

14 M. Nussbaum, La tradizione cosmopolita, cit., p. 119.

[Pdf_cosmopolitismo_VP23_novembre_2020]

 

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