Cosa si può salvare della carne. Forse la pietà
Ha ragione Maria Grazia Calandrone nella Postfazione a scrivere che «è riduttivo definire – il Tah’eb di Irene Santori – “romanzo”, perché è saggio storico, è poesia, è scienza e scienza dell’allucinazione, è esattezza e visionarietà, fino all’ultima parola». E che è tutto questo, già di per sé caso notevole nel panorama letterario italiano, in una lingua «così viva, che rende vivo ciò che non lo è più, rende la storia una chiara evidenza del presente», e che leggendola, la Santori, «siamo lì con lei che sta in mezzo a loro, ai personaggi rievocati, strattonati dal fondo del tempo» (pp. 217 e 218). La visionarietà del testo, in non pochi passaggi, è talmente “realistica”, in una prosa lirica (e non è un ossimoro) fatta di percezioni, di suoni, di odori, che sembra di essere portati nella scena, dentro la scena come se avessimo agli occhi visori immersivi nella realtà virtuale.
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Irene Santori
Tah’eb
Castelvecchi, Roma 2025
Pagine 224
€ 20,00
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