Leggerezza: un volo per non sprofondare

Di: Eleonora Carpi
3 agosto 2010

Prigioni fatte di serietà, orgoglio, paura, trascinano l’uomo nell’abisso della pesantezza. Muri che sembrano invalicabili e che opprimono con il loro fardello.

Per evadere dalla gabbia che ognuno costruisce intorno a sé e che immobilizza a tal punto da impedire l’azione ci si può affidare alla leggerezza. Distante dal significato di superficialità che oggi viene associato al termine, leggerezza per me è slancio, è oblio, è il coraggio di tuffarsi in nuove esperienze. Un volo per non sprofondare.

Leggero è il fanciullo nella filosofia di Friedrich Nietzsche. Ultima delle tre metamorfosi dello spirito che diventa cammello e poi da cammello leone e infine da leone fanciullo. Il cammello, equivalente dell’asino nel mondo orientale, è simbolo di coloro che seguono la morale del cristiano e dello schiavo, interiorizzando sensi di colpa e facendosi carico di grandi pesi senza mai ribellarsi. Il leone non si fa più sottomettere dal “ tu devi”, dice “io voglio”, ma nonostante questo esso rappresenta l’uomo che, pur avendo una buona posizione nella società, non sa ancora dire sì alla vita. È l’uomo qualunque che per Nietzsche è una corda tesa tra lo schiavo e l’oltreuomo. Il fanciullo infine è «innocenza e oblio, un ricominciare sempre di nuovo uno stesso gioco, una ruota che gira da se stessa, un primo movimento, un santo dir-di-sì»1. È proprio l’oltreuomo, che va al di là del bene e del male e vive senza i freni inibitori dell’etica, della religione, della politica, del logos: il fanciullo è l’uomo d’eccezione capace di nuove creazioni e di assumere il rischio delle proprie scelte.

A questo ideale del fanciullo aderisce inoltre la critica allo spirito di gravità che Nietzsche sviluppa in Così parlò Zarathustra:

Voi mi dite: “La vita è difficile da sopportare”. Ma a che scopo avreste allora al mattino il vostro orgoglio e alla sera la vostra rassegnazione? La vita è difficile da sopportare: ma per carità non fatemi tanto i delicati! In fondo siamo tutti nient’altro che somarelli e somarelle il cui destino è di essere caricati di un peso. Che cosa abbiamo in comune con il bocciuolo di rosa che trema perché gli è caduta addosso una goccia di rugiada? È vero: amiamo la vita, non perché siamo abituati a vivere, ma perché siamo abituati ad amare. C’è sempre un grano di pazzia nell’amore. D’altra parte c’è sempre anche un po’ di ragione nella follia. E anch’io che voglio bene alla vita penso che le farfalle e le bolle di sapone, e tutto ciò che v’è fra  gli uomini di simili ad esse, sappiano più degli altri ciò che sia la felicità. Veder svolazzare queste piccole anime così leggere, così graziose, agili, folli, ecco ciò che seduce Zarathustra fino a farlo versar lagrime e comporre canzoni. Io potrei soltanto credere a un Dio che sapesse danzare. E quando vidi il mio diavolo, lo trovai serio, solido, profondo, grave: era lo spirito della pesantezza, tutte le cose cadono a causa di lui.  Si uccide non in seguito all’ira, bensì attraverso il riso. Su uccidiamo lo spirito della pesantezza! Ho imparato a camminare: da quel giorno mi piace correre. Ho imparato a volare: da allora non voglio più essere spinto per muovermi dal mio posto. Ora sono leggero, ora volo, ora vedo me stesso sotto di me, ora un dio danza attraverso di me2.

Dire sì alla vita significa anche sapersi liberare dalla pesantezza dell’orgoglio, del senso di colpa, della rassegnazione, tornando a ridere, a sentirsi leggeri come farfalle. Danzare è come volare: alzarsi da terra e seguire il volo degli uccelli. Ma l’uomo che vuol diventare leggero deve, prima ancora che amare la vita, amare se stesso.

«Lo struzzo corre più in fretta del più rapido cavallo, ma esso nasconde anche pesantemente la testa nella terra pesante: così fa l’uomo che non sa ancora volare. La terra e la vita gli pesano; così vuole lo spirito della gravità! Ma chi vuol diventare leggero, un uccello, deve amare se stesso: così insegno io»3.

Leggera è la vita stessa. Essa ci appare nella sua intrattenibile fugacità tra le pagine de L’insostenibile leggerezza dell’essere di M. Kundera. «Il mito dell’eterno ritorno afferma, per negazione, che la vita che scompare una volta per sempre, che non ritorna, è simile a un’ombra, è priva di peso, è morta già in precedenza, e che, sia stata essa terribile, bella o splendida, quel terrore, quello splendore, quella bellezza non significano nulla»4. Questo è alla base del proverbio tedesco Einmal ist Keinmal: ciò che si verifica una sola volta è come se non fosse mai accaduto. La vita è leggera in quanto unica, fugace: «L’uomo vive ogni cosa subito per la prima volta, senza preparazioni»5. In contrasto con questa intrattenibile evanescenza dell’esistenza umana vi è la continua necessità dell’uomo di attribuire a ogni cosa un suo significato. La leggerezza dell’essere si risolve così in un insostenibile paradosso: che significato può avere la vita se essa non è che «uno schizzo di nulla, un abbozzo senza quadro»6? Immersi in questa esistenza priva di senso, si è inevitabilmente combattuti da due pulsioni opposte: il voler rimanere pesantemente attaccati a terra per paura di perdersi, necessità di controllo sulla propria vita, e l’essere attratti da tutto ciò che è leggero, volontà di liberarsi dal proprio fardello.

Leggera deve essere la letteratura per Italo Calvino. In Lezioni americane- Sei proposte per un nuovo millennio lo scrittore esprime e analizza alcuni dei valori letterari, a suo giudizio fondamentali, da conservare e coltivare nel futuro. Primo fra questi è proprio la leggerezza: leggerezza dello scrivere che è anche leggerezza di pensiero. «La mia operazione è stata il più delle volte una sottrazione di peso»7: questo è per Calvino il punto di partenza della sua riflessione che passa attraverso varie realtà letterarie e grandi autori: Ovidio, Lucrezio, Cavalcanti, Emily Dickinson, Shakespeare, Cyrano de Bergerac, Montale, Leopardi, Kafka e molti altri. Quello che lui segue non è un ordine cronologico ma un ordine ideale, un filo conduttore che lega scrittori anche tra loro molto lontani. Anzi forse i fili conduttori sono più di uno e si intrecciano sullo stesso tema della leggerezza: «C’è il filo che collega la Luna, Leopardi, Newton, la gravitazione e la levitazione…C’è il filo di Lucrezio, l’atomismo, la filosofia dell’amore di Cavalcanti, la magia rinascimentale, Cyrano…Poi c’è il filo della scrittura come metafora pulviscolare del mondo»8. Un altro filo è certamente quello della letteratura come antidoto alla pesantezza del vivere, volontà di sfuggire allo sguardo inesorabile della Medusa che pietrifica il mondo intero.

«Nei momenti in cui il regno dell’umano mi sembra condannato alla pesantezza, penso che dovrei volare come Perseo in un altro spazio»9.

Perseo si sostiene sui venti e sulle nuvole per poter tagliar la testa della Medusa senza essere pietrificato, così analogicamente il poeta deve ricercare la leggerezza per reagire al peso del vivere.


Note

1 F.Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Longanesi, Milano 1972, vol.I, pag. 57.

2 Ivi, pp. 75-76.

3 Ivi, p. 56.

4 M. Kundera, L´insostenibile leggerezza dell´essere, Adelphi, Milano 2009, pag. 11

5 Ivi, p. 16.

6 Ibidem

7 I. Calvino, Lezioni americane, Mondadori, Milano 2009, pag. 7.

8 Ivi, p. 32.

9 Ivi, p. 12.

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