Nabucco, una metafora

Di: Alberto Giovanni Biuso
1 settembre 2010

Il libretto di Temistocle Solera è un’opera in quattro parti che narra la vicenda di Nabucco, il re assiro, sicuro del proprio dominio sugli Ebrei e sul loro cuore. È infatti convinto che il loro dio li abbia abbandonati. Ma dentro la sua stessa casa è nato un sentimento che porterà il re alla rovina. Sua figlia Fenena è infatti innamorata di Ismaele, nipote di Sedecia, re di Gerusalemme. Un’altra figlia -o almeno creduta tale- di Nabucco, Abigaille, è anch’ella innamorata di Ismaele ma, rifiutata, ha trasformato il proprio amore in odio per Ismaele e Fenena, sino al punto da coinvolgere l’intero popolo ebraico nel suo desiderio di vendetta.

Ma Abigaille è in realtà nata schiava e per questo Nabucco ha destinato al trono l’altra figlia. Le vicende diventano estreme e al loro sviluppo dà un contributo decisivo Zaccaria, il sacerdote-guida degli ebrei. Nabucco ripudia anche il proprio dio proclamandosi unica divinità degli Assiri. Un fulmine preannuncia la punizione per la tracotanza del re: la follia, che da persecutore lo riduce a vittima.

Oh come il ciel vindice l’audace fulminò

Il capovolgimento -la conversione di Nabucco al dio ebraico- diventa la condizione per il suo riscatto e per la liberazione degli ebrei: “Servendo a Jehovah, sarai de’ regi il re!…”.  Il Va’ pensiero -la “grande aria per soprani, contralti, tenori e bassi”, come la definì Rossini- rimane il cuore di questa vicenda, incentrata su tre elementi: la cattività del popolo ebraico, la contrapposizione tra la politesita Abigaille e la convertita al giudaismo Fenena, la storia d’amore tra quest’ultima e Ismaele.

Gli spiriti risorgimentali sono ancora vibranti in questa musica e la scelta del Nabucco -primo successo di Giuseppe Verdi- come opera che ha aperto la stagione 2010 del Carlo Felice è forse anche un omaggio ai 150 anni dell’Unità d’Italia.

“Con quest’opera si può dire veramente che ebbe principio la mia carriera artistica”; così dettò Giuseppe Verdi all’editore Giulio Ricordi rievocando, nel 1879, le circostanze che avevano portato trentasette anni prima alla nascita di Nabucco, terza opera del compositore dopo l’affermazione di Oberto conte di San Bonifacio (Scala, 17 novembre 1839) e l’insuccesso di Un giorno di regno (Scala, 5 settembre 1840), che aveva fortemente minato la fiducia in se stesso del giovane autore, già provato dalla ravvicinata scomparsa della sua famiglia, moglie e figlioletti. (Arrigo Quattrocchi, Un dramma biblico fra passato e futuro, in Nabucco, Ufficio stampa della fondazione Teatro Carlo Felice (a cura di), Erredi grafiche editoriali, Genova 2010, p. 19)

Bellissime le scene di questo spettacolo. Giuseppe Camera ha ideato un anfiteatro dentro il quale una struttura circolare si alza e si abbassa ad aprire e a chiudere ambienti; le pareti esterne del cono sono riempite di scrittura ebraica o cuneiforme. Scene che regalano potenza alla musica straordinariamente vivace, in un gioco a due che rende fortemente persuasiva l’opera tutta.

La regia, invece, è parsa piuttosto statica, come in ritardo rispetto all’immagine, al suono alle parole. Diseguali gli interpreti -ottima l’Abigaille di Dimitra Theodossiou-, pacato e forte il coro, filologica la direzione di Oren.

Teatro Carlo Felice – Genova

Febbraio 2010

Nabucco (1842) di Giuseppe Verdi
Libretto di Temistocle Solera
Direttore d’orchestra Daniel Oren
Regia di Saverio Marconi
Scene di Alessandro Camera
Orchestra e Coro del Teatro Carlo Felice, Maestro del Coro Ciro Visco.
Con Dimitra Theodossiou (Abigaille), Devid Cecconi (Nabucco), Tiziana Carraro (Fenena), Luiz-Ottavio Faria (Zaccaria)

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