Lo spazio della parola

Di: Giusy Randazzo
3 dicembre 2010

Premettendo che la ricchezza dei contenuti è senza dubbio la cifra di questa recentissima pubblicazione, è necessario aggiungere che -molto più che in qualsiasi altro testo edito per un qualsiasi pensionamento di un qualsiasi universitario- Lo spazio della parola è attraversato da un’evidente nota affettiva che aggiunge alla scrittura di ciascuno degli autori la giusta tonalità emotiva senza la quale qualsiasi testo sarebbe arido oltre che inefficace.

È quindi corretto cominciare col dire che anche le qualità umane di Malatesta lo rendono un filosofo di prim’ordine, la cui attività non si attesta soltanto in campo logico ma si manifesta in un’azione politica, nel senso originario del termine, sottesa alla sua filosofia, di cui si è fatto e si fa portavoce con il suo stesso modo di vivere. È dunque lecito intravedere in questo farsi testimonianza del proprio credo filosofico una certa vicinanza proprio a quel filosofo che ha criticato attraverso un’analisi scientifica di sei definizioni dell’Ethica: Baruch Spinoza. Il saggio di Giuseppe Balido presenta un’accurata ricognizione dello studio malatestiano sulla metafisica del filosofo olandese, che ha non soltanto lo scopo di mettere in rilievo le imprecisioni logiche della formalizzazione di un segmento della Parte I dell’Ethica realizzato da Alex Blum, della Bar-Ilan University, e da Stanley Milinovich, della Brooklyn College City University di New York (comparso nel 1993 su Metalogicon, rivista internazionale di logica e filosofia applicata), ma anche quello più rilevante di evidenziare i limiti della logica contemporanea nel simbolizzare i termini astratti. Malatesta ha distinto questi ultimi da quelli concreti, utilizzando il segno ‘› ‹’, e ha mostrato con l’uso dell’operatore iota e, spesso anche, lambda le diverse interpretazioni di un medesimo explicandum e quindi la doppia valenza di uno stesso explicans. Già con il saggio di Balido si ha la percezione della forte valenza anche didattica de Lo spazio della parola. Il contributo è infatti redatto tenendo conto di ogni tipo di lettore, tanto che persino il meno esperto in logica può avventurarsi nella lettura e non soltanto capire ma anche imparare a muoversi in un campo all’apparenza per soli addetti ai lavori, poiché rigorosamente formalizzato, gustando il piacere di una comprensione piena e significativa di un argomentare logistico per eccellenza. Malatesta è un maestro nel tener sempre conto del lettore sprovvisto di conoscenze specifiche. È questo atteggiamento che consente il dialogo tra i diversi approcci filosofici che altrimenti rischiano di rimanere divisi in paratie stagne.

Modestino Nuzzetti individua in Malatesta i tratti del filosofo analitico poiché assume il linguaggio come luogo privilegiato di indagine. La logica così diviene uno strumento che consente di far emergere aporie e fallacie argomentative ponendo l’accento sulla necessità di una rigorosa spiegazione del pensiero. La denominazione di Logistica –proposta dallo stesso Malatesta- per questa scienza permette non soltanto di individuare lo spazio d’azione della logica tout court ma anche il fine precipuo al quale ogni argomentare filosofico dovrebbe tendere: il rigore formale. Anche in questo caso lo studio del contributo mette in evidenza una delle cifre del pensiero di Malatesta: l’aver riscoperto l’importanza del teorema dello Pseudoscoto che gli consente di mostrare la fallacia della teoria dialettica, determinata dall’illusione della spazializzazione del tempo che fa credere vera una premessa falsa come quella che nel mondo si dia contraddizione.

Lo spazio della parola ha una struttura ben congegnata e il merito è senza dubbio dei curatori dell’opera: Marco Castagna e Sara De Carlo. Il leitmotiv è il linguaggio. Non poteva essere altrimenti. La logica, infatti, indaga il linguaggio come espressione “speciale” dell’essere umano. Esso diviene il denominatore fondante al quale tutti gli indirizzi filosofici debbono fare riferimento nell’edificare la loro riflessione. È dunque il territorio comune in cui i filosofi si confrontano tra loro e con il quale indagano il reale, qualunque opinione ne abbiano. Nuzzetti a tal proposito ricorda Dummett secondo il quale si può conseguire una spiegazione filosofica del pensiero soltanto attraverso una spiegazione filosofica del linguaggio. La seconda parte dell’opera è dunque dedicata alle trame del linguaggio e si apre con la sua storia e il suo incontro con la filosofia nel saggio di Domenico Jervolino. Non dimentica il filosofo napoletano il contributo di Ferdinand de Saussure, che con la sua distinzione tra langue e parole permette la biforcazione dello studio del linguaggio in linguistica della lingua e della parola e «rinvia, a monte, a una scienza generale dei segni ancora sconosciuta che Saussure ipotizza, e che egli chiama Semiologia» (p. 83). Ma Jervolino ritorna anche alle radici, al pensiero greco e dopo averne esplorato gli spunti fondanti dell’odierna filosofia del linguaggio, ne evidenzia quello che secondo lui rappresenta il limite.

Ciò che viene dimenticato o espunto [nel pensiero greco ndr] è l’idea del linguaggio come corpo verbale del pensiero e non suo semplice rivestimento. Allora il linguaggio si riduce facilmente a strumento. Ma l’idea dell’incarnazione […] non è greca, ma cristiana. (p. 88)

Nel mondo si parlano circa seimila lingue, ricorda Jervolino, e dunque «rispetto alla pluralità e diversità delle lingue, dopo Babele, l’unico rimedio nel concreto della condizione umana è la traduzione» (p. 82). E proprio di traduzione si occupa il saggio di Angelo Bottone, ma di traduzione interspecifica, quella tra l’uomo e l’animale. L’autore analizza le forme di comunicazione interspecifica che hanno avuto un certo successo, concludendo che «la traduttologia animale non è un’ipotesi fantasiosa» (p. 99). Gli animali che hanno imparato a comunicare con gli esseri umani potrebbero farsi a loro volta interpreti dei propri simili. Gli interrogativi sulle motivazioni delle resistenze verso questi studi risultano preziosi alla riflessione. La conclusione di Bottone è che la “specialità” dell’uomo non si può fondare su alcune facoltà cognitive e umane; la dignità dell’essere umano è un oltre che non può dunque venir meno né assumendo una similarità tra mondo animale e umano né ipotizzando l’esistenza di esseri viventi dalle caratteristiche intellettuali o cognitive superiori. Questo saggio diviene anche uno spunto di confronto con Rocco Pititto, il quale pone l’accento sull’essere “speciale” dell’uomo. Pititto contribuisce a Lo spazio della parola argomentando l’ipotesi di M. C. Corballis sull’origine gestuale del linguaggio, che sembra confermata dalla scoperta dei neuroni specchio.

Il primo linguaggio nell’ominino fu gestuale, con tratti di vocalizzazione progressiva man mano che le condizioni di sviluppo biologico rendevano possibile la produzione di suoni articolati più espressivi, che, in seguito, avrebbero trovato la loro più compiuta realizzazione come linguaggio umano sul piano simbolico. (p. 113)

La Simulation-Theory, nell’ambito della mindreading, appare come la conseguenza più logica di una comunicazione che presupporrebbe «la gesticolazione e, fatto ancora più importante, l’impulso ad imitare le concatenazioni di operazioni dei propri simili» (p. 120). Una conclusione che rafforza l’idea dell’impossibilità di un’analogia tra cervello e computer «non soltanto per le differenze di funzionamento, ma anche per la logica intrinseca del cervello, che è legato al mondo esterno e agli altri» (p. 123). Alla luce di queste conclusioni il Mit-sein heideggeriano, condizione perché si dia la possibilità di esser-con-gli-altri, risulta ancora una volta l’esistenziale che rende maggiormente la differenza ontica tra l’esserci e gli enti. Se l’origine gestuale del linguaggio si fonda sulla necessità di una comprensione intersoggettiva, lo strumento per accedere all’intersoggettività, evitando l’omologazione, è la narrazione personale che restituisce all’individuo l’irriducibilità che gli è propria. E proprio a questo tema è dedicato il saggio di Bruno Schettini La vita umana come trama narrativa.

Costruire narrazioni vuol dire apprendere modi di rappresentazione della realtà che abbiano un significato socialmente condivisibile. La narrazione, tuttavia, non esaurisce il suo compito nel dare all’individuo la possibilità di costruirsi una realtà sociale, essa è soprattutto finalizzata al compito di permettere al soggetto di costruire rappresentazioni su se stesso divenendo, in questo modo, lo strumento principale di costruzione e rappresentazione dell’identità individuale. (p. 145)

Il pensiero narrativo, dunque, si differenzia dal pensiero paradigmatico, tipico del ragionamento scientifico, poiché possiede una propria autonomia che ci trova «impegnati in un processo di valutazione costante in cui ogni nostra azione è regolata su di un’analisi, interpretazione e valutazione del comportamento altrui» (p. 143). Esso si esprime soprattutto per mezzo del discorso narrativo, che, sostiene Marco Castagna, «rende comprensibile, comunicabile e memorabile l’esperienza umana» (p. 163). Mentre il pensiero narrativo «organizza l’esperienza soggettiva e interpersonale, i racconti, cui una persona viene esposta fin dalla più tenera età non possono non avere effetti sulla formazione del pensiero narrativo» (ibidem). La lettura, in particolare di testi narrativi, «diventa il paradigma del nostro modo di dare senso alle esperienze quotidiane» (p. 161). Nel testo non tutti i significati vengono esplicitati, generando nel lettore l’impulso a colmare questi vuoti con processi inferenziali che prevedono una scelta delle informazioni e conseguentemente un limite alle possibilità inferenziali.

È ancora con Heidegger che si può metter in evidenza la natura delotica del linguaggio, che rende il λόγος sempre λόγος di qualcosa, intimamente connesso alla verità ontologica prima ancora che logica. Simona Venezia affronta nel suo saggio la questione heideggeriana del linguaggio, eco della stessa critica alla metafisica e dunque nel solco del discorso ontologico. Attraverso un’analisi accurata e originale dell’etimologia del termine λόγος -derivante da λεγόμενον, il comprensibile, il senso, e λέγειν, lo svelante- Heidegger mostra come si sia perso l’originario significato che ne evidenziava l’essenza delotica, il render manifesto ciò di cui si discorre. Questa intenzionalità originaria dunque non poteva che mettere in relazione il λόγος con il concetto di verità. È il λόγος il luogo in cui si può dire il Λόγος inteso come “l’essere di tutto ciò che è” (p. 225). L’intuizione heideggeriana del gioco λόγος/Λόγος proviene da una ripresa dei filosofi dell’origine, in particolar modo Eraclito, e rimanda a quella tra essere/ente. Come dire che l’oblio del senso del Λόγος corrisponde all’oblio del senso della differenza ontologica.

Anche John Austin ritiene che la linguistica formale abbia sottratto al linguaggio la sua essenza, nel suo caso, pragmatica, visibile invece nel linguaggio ordinario, che dice la verità sul nostro essere agenti nel mondo. Nel contributo di Sara De Carlo viene ripresa la filosofia del linguaggio ordinario di Austin.

Di contro alla linguistica formale che aveva tentato di vivisezionare e ridurre a caput mortuum i processi linguistici, la filosofia del linguaggio ordinario scoprirà invece la varietà, il florilegio del linguaggio di tutti i giorni, attribuendogli la piena dignità di oggetto di indagine (p. 238).

Sebbene il progetto di Austin di una fenomenologia linguistica rimase incompiuto, per la morte prematura del filosofo, di fatto la proposta degli analitici inglesi –sintetizzata dalla De Carli nella formula ogni dire è fare, parlare è agire (p. 239)- sutura “l’antica discrasia tra teoria e prassi” (Ibidem) e ridona al linguaggio la sua forza performativa prima ancora che descrittiva.

Con il saggio della De Carli si chiude la terza sezione del volume dedicata ad alcuni filosofi che hanno contribuito all’indagine sul linguaggio. Ma si chiude anche il volume che davvero si presenta come uno «snodo dialogico», come «uno spazio di dialogo nato all’interno di un interstizio, una frontiera nella quale convergono studi sulla logica e sul linguaggio» (p. 7).

Marco Castagna e Sara De Carlo (a cura di)
Lo spazio della parola
EDI
Napoli 2010
Pagine 246

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