Sulla comunicazione nella didattica al tempo del Covid. Attività Integrate Digitali vs Attività In Presenza

Di: Giusy Randazzo
3 Aprile 2021

 

Premessa

Si discute da quando ha avuto inizio il cosiddetto lockdown che, evitando l’anglicismo, chiamerò più opportunamente confinamento, sulla Didattica a Distanza – oggi DDI – e sulla sua qualità. Come ho più volte detto e scritto, la demonizzazione è non soltanto inutile ma assurda perché è indubbio che rebus sic stantibus se non ci fosse stata la possibilità di continuare a far scuola anche soltanto attraverso il computer avremmo avuto un problema enorme e difficilmente risolvibile. Ciò su cui poco si discute è invece il diretto rapporto, nell’era del Covid, con la didattica in presenza. Il riferimento ai due tipi di attività – l’Attività Digitale Integrata e l’Attività In Presenza – nelle Linee guida per la Didattica Digitale Integrata è molto chiaro, infatti «la didattica digitale integrata, intesa come metodologia innovativa di insegnamento-apprendimento, è rivolta a tutti gli studenti della scuola secondaria di II grado, come modalità didattica complementare che integra la tradizionale esperienza di scuola in presenza»1. Le Linee guida considerano dunque l’AID ovvero l’Attività Digitale Integrata come complementare a quella tradizionale e come sua integrazione. Non la sostituisce, insomma. Nel documento sono presenti, inoltre, delle indicazioni precise per la didattica a distanza in modalità sincrona, asincrona e mista, con un chiaro riferimento al numero di ore minimo di attività sincrone per classe (20) e di quota oraria di lavoro in sincrono per i docenti, in caso di nuovo confinamento.

 

Breve viaggio nella comunicazione

Per poter discutere di didattica digitale integrata e delle sue differenze con l’attuale didattica in presenza, vorrei però fare una breve premessa sulla comunicazione, necessaria affinché si possa comprendere l’importanza dell’interezza dell’atto comunicativo quando si fa lezione.
Nessuna interpretazione umana avviene in modo “puro” senza cioè i necessari pre-giudizi che ci consentono di decodificare qualsiasi ente o evento. Nessuna comunicazione è dunque scevra delle nostre personali “aggiunte”, che provengono dalle nostre esperienze conoscitive, attraverso le quali decodifichiamo e codifichiamo i nostri messaggi. Di certo, non siamo quasi mai consapevoli di questa traduzione naturale che avviene mentre semplicemente siamo immersi nel tempo della vita. In ogni istante.
Sappiamo che la comunicazione viaggia su tre canali: verbale, non verbale e paraverbale. In realtà, il paraverbale rientra nel non verbale. La distinzione tra paraverbale e non verbale è dovuta agli studi di Mehrabian, ma ormai si preferisce, sia per comodità sia per prassi. Comunque sia, il paraverbale è in modo evidente una comunicazione non verbale.
Mentre sappiamo tutti che cosa sia il verbale ovvero il contenuto linguistico di un messaggio, meno note sono le differenze tra gli altri due canali. Il paraverbale è dato dall’insieme del ritmo, del volume, del tono, dell’accento e della qualità della voce, e anche da un’eventuale risata o dal pianto o da uno sbadiglio o da sospiri o pause. Il non verbale invece è decisamente più ampio: è tutto ciò che non ha a che fare con il verbale e il paraverbale, per dirla in breve. La Scuola di Palo Alto definiva analogica la comunicazione non verbale. Essa ha un aspetto cinesico che riguarda i movimenti del corpo: la postura, i movimenti oculari, la mimica facciale, la gestualità. Anche la distanza fisica, il modo in cui ci posizioniamo nello spazio occupandolo con il nostro corpo rispetto all’altro – l’aspetto prossemico della comunicazione non verbale – produce significati o li aggiunge. La prossemica prevede una distinzione precisa nella distanza tra i comunicanti che può essere intima (da 0 a 50 cm), personale (da 50 cm ad 1 m), sociale (da 1-3/4 m), pubblica (oltre i 4 m). Anche l’aptica rientra nel non verbale. Si tratta del significato aggiunto che crea il contatto fisico: un abbraccio, una stretta di mano, una pacca sulla spalla, una carezza, un semplice e involontario sfioramento. Persino la gestualità tipica della cultura del popolo fa parte del non verbale. Si pensi a quanto avete appena letto e al conseguente stravolgimento che ha causato il tentativo di contenimento del Covid nel nostro modo non soltanto di comunicare ma di comprendere o semplicemente di decodificare un messaggio. E il problema è che, come ci insegna il primo assioma della comunicazione, non si può non comunicare. Oggi si deve imparare nuovamente a decodificare il non verbale. Si pensi anche a quali ricadute ha generato il protocollo anti-Covid nel modo di approcciarci all’altro comunicando, con la quasi totale compromissione del non verbale: nuovi modi di presentarsi (lo sfioramento dei gomiti è divenuto quello più abituale), nessuna stretta di mano, nessun bacio sulla guancia per salutare l’amico e nessun conseguente abbraccio, nessuna pacca sulla spalla, nessuno sfioramento anche casuale, nessun gesto di cortesia (prestare una penna, passare un foglio, aiutare la vecchietta ad attraversare la strada, raccogliere da terra qualcosa che è caduta all’amico o allo sconosciuto, avvicinarsi per guardare insieme uno schermo o una pagina e si può continuare per molto ancora).
Secondo la Scuola di Paolo Alto – P. Watzlawick, J.H.Beavin, D.D. Jackson – esistono delle proprietà semplici che fondano la comunicazione: i cosiddetti assiomi della comunicazione. Il quarto assioma della comunicazione ci ricorda per l’appunto che il verbale non è l’unico canale attraverso cui comprendiamo il messaggio: «Gli esseri umani comunicano sia con il modulo numerico che con quello analogico»2.

Un esempio chiarirà meglio la differenza tra questi due moduli di comunicazione: non arriveremo a capire una lingua straniera ascoltandola alla radio (per quanto si possa prolungare il tempo di ascolto), mentre è possibile dedurre con una certa facilità informazioni fondamentali dall’osservazione del linguaggio dei segni e dei cosiddetti “movimenti di intenzione” anche quando li osserviamo in una persona la cui cultura è completamente diversa dalla nostra. La comunicazione analogica, è bene ricordarlo, ha le sue radici in periodi molto più arcaici della evoluzione e la sua validità è quindi molto più generale del modulo numerico della comunicazione verbale, relativamente recente e assai più astratto. Cosa è dunque la comunicazione analogica? La risposta è abbastanza semplice: praticamente è ogni comunicazione non verbale3.

Vediamo adesso qual è il peso all’interno della comunicazione di ciascuno dei canali: verbale, non verbale e paraverbale. La comunicazione numerica (il verbale) ha un peso del 7% sull’intero atto comunicativo, il paraverbale del 38% ma il ruolo più rilevante è quello del non verbale che ha un peso pari al 55%. Questa scoperta si deve ad Albert Mehrabian e ai due esperimenti che condusse nel 19674.
Il quinto assioma si sofferma sulle relazioni: «Tutti gli scambi di comunicazione possono essere simmetrici o complementari, a seconda che siano basati sull’uguaglianza o sulla differenza»5. Sono simmetriche le relazioni tra pari: tra moglie e marito, tra studenti, tra amici, tra lavoratori equiordinati, etc. Sono complementari, al contrario, quelle relazioni in cui uno dei comunicanti ha una posizione che – aiutati questa volta da un anglicismo – chiameremo one-up, mentre l’altro o gli altri one-down: tra maestro e alunno, tra il capo di una struttura e i dipendenti, tra genitori e figli e, se me lo permettete, tra il dirigente scolastico e il personale scolastico e, per dirla tutta, tra il dirigente scolastico e il dirigente tecnico e/o il dirigente amministrativo dell’USR e tra questi e il direttore generale dell’USR e tra quest’ultimo e il ministro. L’ironia del riferimento, in considerazione della mia posizione, ci sta perché le relazioni possono generare distorsioni che hanno effetti negativi sulla comunicazione, quindi la consapevolezza che, in qualsiasi posizione si stia, il rispetto dell’altro rimane fondamentale non è soltanto dovuta al fatto che in posizione one up c’è sempre qualcun altro ma che questo qualcun altro non occupa la posizione per generare timori ma per utilità sociale. Una piccola digressione per comprendere. Sopra al ministro chi c’è? L’etimo della parola ministro è strettamente connesso con quello di maestro, ma mentre il primo significa alla lettera minister, il secondo magister: quindi, il ministro è al servizio degli altri, il maestro al di sopra degli altri. Davvero interessante la relazione complementare tra il ministro e il maestro, vero? Questo anticipa quanto argomenterò in seguito sulla potenza del linguaggio parlato e/o scritto, nonostante il misero 7% del contributo del linguaggio verbale all’interezza dell’atto comunicativo. E questo è anche il fondamento primario attraverso cui intuire che il linguaggio verbale aiuta a comprendere che nelle relazioni complementari la posizione occupata segue i principi fondamentali del dettato costituzionale e nell’ambito professionale rinvia ancora una volta alla nostra Carta non soltanto per lo stretto collegamento con l’art. 4 ma anche con l’art. 41 per l’attività economica – che deve sempre «essere indirizzata e coordinata a fini sociali» – e con l’art. 97 per le pubbliche amministrazioni – che devono garantire «il buon andamento e l’imparzialità». In breve, la posizione e il ruolo di chi invia o riceve il messaggio si fanno portatori di un metamessaggio la cui decodifica è il risultato di ciò che viene veramente “com-preso” nell’atto comunicativo dai comunicanti. E infatti il termine com-prensione (comprendere, cumprehendere, prendere insieme) prevede la presenza di almeno due attori, benché il termine si voglia spesso intendere etimologicamente come la capacità dell’intelletto di afferrare allo stesso tempo più dati. Per il terzo assioma della comunicazione, infatti, affinché una comunicazione avvenga in modo lineare i comunicanti devono essere sempre consapevoli di essere sia causa sia effetto del comportamento dell’altro. Insomma, nella comunicazione si coopera alla strutturazione del messaggio e ciò, come ho scritto altrove, mi ha portato a ritenere che la comunicazione influenza il comportamento che influenza la comunicazione e così via. Un circolo in cui ognuno è sia causa sia effetto.
Ma se il verbale vale soltanto il 7% dell’intero atto comunicativo, qual è il senso di continuare a far riferimento al soloverbale? Il senso è profondissimo, come ho già anticipato con l’esempio del ministro e del maestro. Noi abitiamo il linguaggio e nel linguaggio. Il potere del linguaggio verbale con la sua piccola percentuale è tale che senza di esso non saremmo giunti al livello evolutivo di homo sapiens sapiens ed è tale da influenzare e condizionare negativamente attraverso quelli che ancora potremmo chiamare idola fori, per dirla con Bacone, quei termini stigmatizzanti di cui il nostro linguaggio ordinario è purtroppo pieno e che si presentano come innocui luoghi comuni che però rinforzano molti pregiudizi nella loro accezione negativa e incoraggiano l’uso di stereotipi squalificanti o preconcetti denigranti che sono alla base dei tipici fenomeni antisociali tra cui rientrano il bullismo e il cyberbullismo. La comunicazione verbale, però, ha consentito alla nostra specie un’espansione cerebrale tale da passare dai 700cc di massa cerebrale dell’homo abilis ai ben 1400cc dell’homo sapiens sapiens permettendoci di realizzare il “sogno della permanenza”. È questo obiettivo primario che ha spinto l’uomo a cercare dei modi per accrescere la sua memoria esternalizzandola: lasciando dei segni che sono divenuti nel corso di milioni di anni sempre più compiuti e raffinati, sempre più evoluti, fino alla scrittura alfabetica. Ed è questo che ha reso possibile la conoscenza: un patrimonio da tramandare per il miglioramento e per lo sviluppo di civiltà complesse6. Senza il verbale io non sarei qui a scrivere, per di più su un computer, e tu non saresti in grado di leggermi.

 

La scuola al tempo del Covid

Senza comunicazione linguistica non ci sarebbe stata alcuna conoscenza, non si sarebbe avverato quel sogno della permanenza tutt’umano, di cui tratta B. G. Bara, e senza questo sogno non ci sarebbe stata alcuna necessità di creare la scuola. Non si può prescindere dunque da questa riflessione e dalla struttura della comunicazione, se si vuole affrontare seriamente la differenza tra didattica a distanza e didattica in presenza.
Certamente le scuole sono cambiate nell’era del Covid. Basterebbe entrare in un’aula di un qualsiasi istituto, almeno di scuola secondaria, per rendersi conto della differenza visiva dal punto di vista della disposizione degli arredi. I banchi sono allineati come sentinelle inamovibili e sotto ognuno di essi sono stati posti dei segni di posizionamento affinché venga rispettata la distanza di un metro dalle rime buccali e la distanza di almeno due metri dalla cattedra. In ogni scuola la segnaletica anticovid ha imposto molte misure: indicazioni sul percorso da compiere, zone vietate, cartellonistica con svariati simboli per il mantenimento della distanza sociale, per l’igienizzazione delle mani, per l’uso delle mascherine, etc. Totem con dispenser igienizzanti ovunque. Sala infermeria, aula di sosta, aula Covid.
Nella scuola secondaria di secondo grado, però, gli studenti sono stati pochissimo in presenza, almeno fino a oggi. La situazione è ovviamente diversa da regione a regione, ma non di molto. Siamo passati da un’iniziale libertà nella gestione dell’alternanza tra presenza e distanza, a una percentuale del 75% di presenza, poi del 50%, poi di nuovo del 100% a distanza e poi tra il 50% e il 75%. A dicembre è arrivata anche l’imposizione di due ingressi differenziati con un’ordinanza prefettizia. Anche in questo caso però la differenza è di rilievo regionale. Anche le Aziende Sanitarie Locali sono intervenute con deliberazioni varie del Commissario straordinario. Da qualche tempo dice la sua anche il TAR. I Dirigenti Scolastici e gli Uffici Scolastici Regionali hanno seguito con grande difficoltà l’andirivieni di DPCM, Ordinanze regionali, deliberazioni della sanità locale, note ministeriali, circolari e quant’altro. Ma questa è l’epoca del Covid. Che cos’altro potevamo aspettarci?
Una volta una mia amica mi spiegò perché temesse maggiormente che entrassero in casa i feroci rottweiler del marito (che con lui erano dei gattini amorevoli), che stavano rinchiusi solitamente in un ampio recinto, piuttosto che l’entrata di un ladro. Mi disse: “Io con il ladro posso ragionarci e, se proprio non vuole arrivare a più miti consigli, gli do tutto e se ne va, con quei cani no. Quelli non vogliono né denaro né gioielli. Quelli vogliono aggredire me e io non ci posso ragionare”. Risi, allora. Ma la situazione oggi è la stessa con il Covid. Col Covid non si può ragionare e il risultato è stato inizialmente la fuga scomposta di chi non aveva preparato un piano di emergenza per una situazione simile o la negazione dell’evento come da DSM. Le prove di evacuazione a scuola servono anche a questo: a evitare che il panico si impossessi della folla e generi più danni dell’evento imprevedibile e dannoso da cui si vuol fuggire. Il Covid ci ha colti disarmati e impotenti. Tutti. Abbiamo agito fulminei noi italiani, ma non abbiamo capito che “col Covid non si può ragionare”. Siamo noi a doverci difendere, a mettere recinti, a definire regole, a lasciarci guidare da chi ne sa più di noi, da chi il Covid ha imparato a conoscerlo in tutte le sue mutazioni e può stabilire rischi e indicare le regole, come aveva fatto il marito della mia amica con i suoi rottweiler feroci. Poi è evidente che se esistono i terrapiattisti, esistono anche coloro che al Covid non credono. Insomma, questi lasciamoli da parte perché pur rientrando scientificamente nella questione, riguardano come ho accennato una branca della scienza diversa, quella che fa capo al DSM. Anche le scuole erano disarmate l’anno scorso, ma la scuola italiana benché spesso poco apprezzata dagli italiani ha invece reagito subito, prima ancora che il Ministero dell’Istruzione definisse le misure da seguire, ci eravamo attrezzati seguendo delle minime regole che potessero almeno consentirci di continuare a far lezione. È stata l’epoca della DAD. Poi sono arrivate le linee guida e ogni scuola ha emanato un proprio Piano Scolastico per la DDI e ha cercato di dare dignità alla didattica digitale integrata, che cambiava nome e vestito.

 

La DDI e la Didattica in Presenza

La DDI avviene oggi su un’unica piattaforma che ha un altissimo livello di sicurezza, ci sono le aule virtuali e le interazioni avvengono seguendo il Piano Scolastico della DDI con una quota oraria –per il lavoro in DDI dei docenti – decisa in collegio docenti che però ha una limitazione: non si possono fare meno di 20 ore settimanali di attività sincrona per classe nel caso di AID al 100%. Le scuole hanno potenziato la linea Internet persino con fibra ottica dedicata e con i computer in ogni aula. Il Digital Divide si è superato con l’acquisto di moltissimi tablet e laptop e schede di connessione che poi sono state distribuite in comodato d’uso agli studenti bisognosi. In meno di un anno è stato possibile arrivare a un livello di digitalizzazione nella scuola assolutamente inimmaginabile fino all’anno scorso. È per tutti così? No, i problemi ci sono ancora perché non tutti sono riusciti a stare al passo per svariati motivi che hanno anche a che fare con la difficile situazione di alcune scuole o di alcune famiglie che vivono in luoghi in cui il collegamento Internet è problematico. La differenza sostanziale l’hanno fatta i docenti, che hanno dovuto imparare nuovamente a stare in classe e a utilizzare strumenti sconosciuti fino a qualche mese prima. La classe virtuale non è più la stessa. La curva attentiva scende paurosamente dopo pochi minuti e chi credeva di sapere “gestire una classe” ha scoperto che doveva ricominciare un nuovo percorso. Un percorso per imparare a far lezione, per promuovere il rispetto delle regole, per non far addormentare nessuno davanti alla telecamera, per non abbandonare nessuno, per ridefinire i parametri non verbali e paraverbali a cui era abituato in presenza.
E i risultati lentamente sono arrivati. Questa didattica è oggi un modo nuovo di far lezione, non meno dignitoso di quello in presenza. Sottolineo: di questa didattica in presenza. Perché questa didattica in presenza – quella del tempo del Covid – non è la didattica in presenza a cui eravamo abituati fino al 21 febbraio 2020. Quello è stato per me l’ultimo giorno di lezione in presenza della mia carriera di insegnante. Non lo dimenticherò mai perché, per di più, quel giorno compivo 50 anni.
Ma in che senso questa didattica in presenza non è più quella di allora? Semplicemente perché è fortemente compromessa. Il docente che fa lezione in uno spazio dedicato – l’aula concreta e non virtuale – è attore della sua libertà di insegnamento e la esercita proprio come un attore su un palco. Il suo palco è l’aula. Lo fa utilizzando l’interezza dell’atto comunicativo: il verbale, il paraverbale e il non verbale. La sua gestualità, gli sguardi, le espressioni, l’intonazione della sua voce, il timbro, il volume, il ritmo, il labiale, così come le sue espressioni, la postura, il movimento delle mani che si avvicinano, indicano, confortano, e persino lo spazio intero nel quale si muove tra i banchi avvicinandosi e allontanandosi per seguire ciascun alunno, per far comprendere, per illustrare scenari, per attivare e promuovere attraverso il linguaggio verbale l’intuizione necessaria all’apprendimento, tutto questo è stato fortemente compromesso dalla situazione emergenziale. Ora vediamo che cosa accade al docente che fa lezione in presenza oggi.
Il docente in presenza al tempo del Covid deve stare per lo più seduto in cattedra o accanto alla lavagna, non può avvicinarsi ai banchi se non con estrema cautela e rispettando le regole imposte dal protocollo anti-Covid, deve usare sempre la mascherina che impedisce agli studenti di vedere le espressioni e di seguire il labiale e di cogliere il ritmo, il timbro, il volume e quant’altro attenga alla comunicazione paraverbale, e deve urlare per farsi sentire, deve muoversi il meno possibile sempre attento al distanziamento, e la gestualità delle mani non può sopperire all’interezza dell’atto comunicativo fortemente compromesso dalla rigidità del protocollo. Persino l’aula è cambiata, i banchi non possono più rappresentare la vivacità della classe, perché devono stare sempre allineati con cura, nello spazio assegnato e non possono essere spostati, devono sempre essere curati e gestiti con altrettanta cura, oltre che dal personale ATA, dagli stessi studenti che non possono muoversi come vogliono, perché anche loro devono stare attenti al distanziamento, non possono neanche prestare una penna o ricevere un foglio, e devono sempre indossare la mascherina.
Questa non è la didattica in presenza che ciascuno di noi ricorda. Questa didattica non può essere fondata su ciò che fa dell’insegnamento un lavoro unico e speciale: la passione. La passione non può essere imprigionata nelle regole rigide che giustamente il periodo emergenziale prevede.
Giustamente, sì, perché io sono sempre stata a favore delle restrizioni perché i decessi per la pandemia sono stati causati dal contagio e il contagio si deve contenere. Costi quel che costi. Quindi quando mi si chiede se la DDI abbia la stessa dignità della didattica in presenza, rispondo con assoluta certezza di sì. Ovviamente è sempre perfettibile, come una mamma mi ha detto. Demonizzare la DDI però è ingiusto. Bisogna sempre essere riconoscenti verso i mezzi e gli strumenti che ci salvano e non soltanto verso le persone. Sono semmai le persone che possono rendere quei mezzi e quegli strumenti indegni di assolvere il proprio compito. Per tal motivo, ho chiesto ripetutamente negli incontri avuti con gli studenti di vivere la classe virtuale e di entrarvi esattamente come si vive la classe reale e vi si entra. Sta a noi darle dignità, a me in qualità di dirigente scolastico, supervisionando il Piano scolastico della DDI per accertarmi costantemente che venga seguito e che ci siano le risorse strumentali per tutti, ai docenti che agiscono secondo le procedure che insieme abbiamo scelto e voluto, ai genitori spronando i figli a essere responsabili nell’ambiente virtuale dell’aula, agli studenti attraverso il rispetto delle regole che sono soliti esercitare quando sono in presenza. Non basta puntare l’indice contro gli altri che, a parer nostro, “non stanno ai patti”, bisogna partire da se stessi, perché ognuno di noi è modello di civismo e se vuole che altri agiscano per quell’utilità sociale di cui si diceva all’inizio, deve agire bene e per il bene della comunità educante in cui vive, lavora o cresce.

 

Conclusioni

Sulla scuola e sui docenti, in particolar modo, si fa un gran parlare. Ognuno sembra essere il massimo esperto di ciò che dentro la scuola accade. D’altronde chi non conosce qualcuno che non abbia ancora a che fare con l’istituzione scolastica? Praticamente tutto il popolo italiano. Sembra dunque che la conoscenza su ciò che si fa e su ciò che non si fa sia sempre fondata su certezze assolute. Tra queste, vi è la DDI: la Didattica Digitale Integrata. Non soltanto essa stessa è sotto i riflettori come una forma abbozzata di didattica per nulla efficace, ma i docenti sembrano degli allegri lavoratori che ricevono uno stipendio per star seduti a parlare davanti a un monitor con i ben noti tre mesi di vacanza estivi (che i terrapiattisti sappiano che sono ironica). Questa visione che è purtroppo entrata nell’immaginario collettivo è uno scenario assolutamente falso. Come avviene in qualsiasi categoria, anche tra i lavoratori del mondo della scuola c’è chi sicuramente prende alla leggera il proprio ruolo, ma vi assicuro che i docenti della scuola italiana hanno dovuto imparare molto di più degli stessi studenti in questo ultimo anno. Hanno dovuto imparare a usare strumenti che per molti di loro erano assolutamente ignoti, hanno dovuto imparare a gestire di nuovo la classe rimettendo in discussione quanto appresso in decenni di insegnamento, hanno dovuto imparare ad accettare questo nuovo modo di far lezione, hanno dovuto imparare a trasferire nella didattica a distanza quell’intero mondo non verbale e paraverbale che con abilità ormai consolidata usavano in aula. E io dico che almeno il 90% di loro c’è riuscito. C’è solo una categoria di insegnanti le cui lezioni sono state, a parer mio, irrimediabilmente compromesse dalla DDI e sono gli insegnanti di scienze motorie che si sono dati da fare moltissimo per riuscire a dare dignità alle lezioni a distanza. Scienze motorie però è primariamente pratica e ha come scopo principale la socializzazione attraverso lo sport di gruppo e benché si possa far pratica anche da casa, i limiti posti dalla sicurezza impediscono di poter andare oltre qualche semplice indicazione per l’esecuzione di esercizi ginnici che non compromettano in alcun modo la sicurezza dei ragazzi perché a casa non possono essere tutelati dalla supervisione del docente che in presenza invece ci sarebbe e non si limiterebbe di certo alla lezione teorica o a un semplice esercizio di respirazione. Questi docenti, al contrario di quel che molti credono hanno fatto corsi su corsi e formazione di ogni tipo, hanno provato ogni forma alternativa di didattica, hanno creato video e addirittura siti web, ma la fisicità è a fondamento primario di questa disciplina e rimane insostituibile.
Un ultimo accenno a quello che rimarrà dopo l’era del Covid. La scuola oggi ha una risorsa in più e questa risorsa è la DDI e che lo sia è già chiaro. Grazie alla digitalizzazione siamo riusciti a fare convegni e congressi, seminari di approfondimento e di studio con il coinvolgimento di altre nazioni, siamo riusciti a permettere agli studenti con patologie gravi e meno gravi di poter continuare a seguire le lezioni o a quelli impegnati in attività alternative importanti di non lasciare la scuola. E tanto altro. La DDI è una risorsa. Senza alcun’ombra di dubbio. Rimaniamo tutti a distanza, allora? No, vaccinandoci, ritorneremo alla didattica di un tempo, ma avremo una risorsa in più che non ci permetterà di tornare indietro. Per fortuna.

 

Note

1 Allegato A del DM N. 89 del 07.08.2020, p. 2.

2P. Watzlawick – J.H.Beavin – D.D. Jackson, Pragmatica della comunicazione umana. Studio dei modelli interattivi, delle patologie e dei paradossi (Pragmatics of Human Communication: A Study of Interactional Patterns, Pathologies, and Paradoxes), trad. di M. Ferretti, Astrolabio, Roma 1971, p. 57. Il corsivo è degli autori.

3 Ivi, p. 53.

4 A. Mehrabian, S. R. Ferris, «Interference of attitudes from nonverbal communication in two channels», in Journal of Consulting Psychology, Vol 31(3), Jun 1967.

5 P. Watzlawick – J.H.Beavin – D.D. Jackson, Pragmatica della comunicazione umana. Studio dei modelli interattivi, delle patologie e dei paradossi (Pragmatics of Human Communication: A Study of Interactional Patterns, Pathologies, and Paradoxes), cit., p. 60. Il corsivo è degli autori.

6 Cfr. B. G. Bara, Il sogno della permanenza. L’evoluzione della scrittura e del numero, Bollati Boringhieri, Torino 2003.

 

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