Kubrick. Va in scena la fotografia

Di: agb & gr
1 settembre 2010

Diciassettenne, Stanley Kubrick venne assunto dalla rivista , per la quale realizzò dei servizi fotografici che testimoniano della precocità di uno sguardo che attraverso le immagini -immobili o in movimento che siano- è stato capace di cogliere il segreto della vita e delle cose e trasformare il quotidiano in epica. Come per i film, i temi sono i più diversi ma in tutti è assolutamente riconoscibile uno sguardo che disvela, una forza veritativa che coglie l’enigma dentro persone, fatti, oggetti, situazioni, e tale enigma sa portare alla luce, letteralmente. Il gioco delle luci e delle ombre è infatti già cinematografico, denso di un’inquietudine sospesa e definitiva.

Veicoli per il trasporto dei detenuti; l’epopea di un lustrascarpe ragazzino; dietro le quinte del circo; una giovane attrice e il suo ambiente; la vita accademica della Columbia University e dell’Università del Michigan; la città degli orfani di Mooseheart; il jazz; un viaggio in Portogallo. Questi i temi documentati dalle circa duecento fotografie della mostra. Mondi diversi che acquistano senso e unità nell’occhio profondamente partecipe e insieme totalmente tecnico di Stanley Kubrick.

È stato Rainer F. Crone a trovare i negativi, che neanche lo stesso Kubrick sapeva più dove recuperare essendo proprietà della Look.

Si giunse alla scoperta sensazionale dei negativi originali conservati nell’archivio della Librery of Congress. Infine, risultò che il Museum of the City of New York, era in possesso dei due terzi dei negativi di Kubrick, donati al Museo dai proprietari di “Look” nel 1952. Da allora nessuno si era dato la briga di prenderne visione, né tanto meno di studiarli1

L’importanza di queste foto non riguarda soltanto la scoperta di un Kubrick fotografo «e la capacità da story teller del grande regista»2, c’è molto di più: prende posizione all’interno del dibattito sul ruolo sociale e artistico della fotografia, sul significato della sua rappresentazione, sulla differenza con l’opera d’arte e col cinema.

Kubrick non attende il momento decisivo come fa Cartier-Bresson che non avrebbe mosso neanche una foglia dall’istante da catturare per non tradire la realtà nella sua autenticità, permettendo in tal modo alla riproducibilità tecnica di rimandare all’eternità -in un ritorno continuo- un uguale che portava con sé il vero originario e originale.

Kubrick, al contrario, mette in scena le sue foto, le costruisce, perfettamente consapevole che c’è sempre un deficit nell’osservazione del mondo che dipende dall’unicità del punto di vista di quello che Barthes chiamava operator, ma anche dello spectator, di colui che osserva l’osservato. Dunque diviene più verosimile operare traducendo in immagine il pensiero concettuale, indicando la realtà come potrebbe essere quando si fa rappresentante di una teoria, di un modo di essere, una realtà possibile e spesso tralasciata dall’occhio disattento o risucchiata dal divenire frenetico proprio del tempo sociale.

Costruisce la realtà per permettere che si giunga alla realtà nascosta formulata attraverso le possibili domande che lo spectator quasi automaticamente pone a se stesso, proprio come sostiene Crone a proposito della fotografia che ritrae il pittore George Grosz, a cavallo di una sedia nel bel mezzo della Fifth Avenue.

Spontaneamente ci domandiamo incuriositi cosa possa precedere il momento che viene mostrato. Come si erano messi d’accordo il giovane fotografo e l’artista affermato, che nel 1938 aveva ottenuto la cittadinanza americana e creava scompiglio come insegnante della Arts Students League di New York, per scegliere questo sfondo straordinario per il ritratto? Sarà stata l’immediata affinità spirituale ad animare la discussione in merito alla location? 3

Altra realtà dunque attraverso la stilizzazione della fotografia, pur sempre immersa in un reale per quanto costruito. David Klein si sofferma su quanto Kubrick fosse perfettamente consapevole «dei problemi inerenti la rappresentazione del mondo attraverso il mezzo fotografico»4. Come dire che il disincanto determinato dall’impossibilità di una mimesi è stato da lui trasformato in una fedeltà alla realtà umana ancora maggiore: siamo sinceri, qualunque osservazione è sempre deficitaria e non può pretendere di giungere all’intero. Dunque, nelle foto del giovanissimo Kubrick è presente anche il nascosto, come non visibile che permette di focalizzare il visibile attraverso la necessità di colmare il vuoto5. Diventa soggetto, spectrum, anche la dialettica propria del reale nell’insuperabilità delle sue contraddizioni, che emergono dall’osservazione come una cert’aria propria della foto: visibile-nascosto, povertà-ricchezza, sogno-realtà, libertà-prigionia, natura-costruzione, alterità-identità, vuoto-pieno, attenzione-indifferenza. E si potrebbe continuare. Il campo in cui giocano i contrari, che è il raccontato in immagine, indirizza il pensiero e pretende la traduzione mentale in altre parole e altre immagini; promuove la costruzione della storia cronologica lasciando all’osservatore la libertà di sceglierne la direzione, perché qualsiasi aut aut, pretende la scelta. Non si può optare per la sospensione del giudizio, a cui unicamente il distratto giungerebbe. Per quanto costruito è l’istante a essere pregno di eternità, perché fermato dall’abile occhio di Kubrick è un tempo ricco di ogni possibilità, che liquida la linearità a favore di una circolarità che si amplia a spirale.

Come sostiene Alexandra Von Stosch «lo sguardo dietro le quinte diventa una messa in scena della naturalezza»6. E dietro le quinte sembra non esserci soltanto Kubrick, ma anche tutti noi, afferrati dal regista, obbligati a guardare nella sua direzione ciò che altrimenti non avremmo mai visto, mai esperito, mai sentito e poi catapultati al di là, tra coloro che fanno parlare l’immagine perché diventi essenziale. E quando comprendiamo che così Kubrick ci rende per intero coscienza critica e libero arbitrio, allora ci affrettiamo a impossessarci del suo occhio, della sua pensosità e ci costruiamo un angolo da cui osservare il mondo in modo se non vero, certamente disincantato.

Note

1 Rainer F. Crone, Stanley Kubrick fotografo- Una scoperta recente in Stanley Kubrick- Fotografie 1945- 1950 a cura di Rainer F. Crone, Giunti, Milano 2010, p. 17.

2 Claudia Beltramo Ceppi, “I hate love” potenza dell’ambiguità in Kubrick, in Stanley Kubrick- Fotografie 1945- 1950, op. cit., p. 15.

3 Rainer F. Crone, op. cit., p. 21.

4 David Klein, Il viaggio nelle immagini di Kubrick in Stanley Kubrick- Fotografie 1945- 1950,op. cit., p. 35.

5 Cfr. David Klein, op. cit.

6 Alexandra Von Stosch, Stanley Kubrick e la nuova visione del mondo, in Stanley Kubrick- Fotografie 1945- 1950, op. cit., p. 298.

Kubrick fotografo 1945-1950
Mostra fotografica
Venezia – Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti
Dal 28 Agosto 2010 al 14 Novembre 2010
Milano – Palazzo della Ragione
Dal 23 Marzo al 27 Giugno 2010
A cura di: Rainer F. Crone
www.mostrakubrick.it

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