N. 5, novembre 2010 – Colori

Di: agb & gr
1 novembre 2010

Mary è una famosa neurologa specializzata nell’ambito della visione e dei colori. Di essi conosce tutto: composizione chimica, frequenza, relazione con le diverse aree cerebrali, varietà percettiva nelle differenti civiltà umane, patologie e disturbi della visione, e tanto altro. Ma c’è un fatto singolare. Da quando è nata, Mary vive in un ambiente rigorosamente bicromatico, ha sempre e soltanto avuto a che fare con oggetti, pareti, video in bianco e nero. Non ha mai percepito, insomma, il verde, il blu, il giallo, il rosso. Niente. Nessun colore, mai. Un giorno esce dalla sua stanza e le si dispiega il mondo colorato, in tutta la sua potenza, varietà, sfumature. La domanda è: Mary sta imparando qualcosa di nuovo o no? Se la risposta è affermativa, essa implica che la conoscenza dei colori -come anche quella degli odori, dei sapori, delle esperienze tattili, dei suoni- non può ridursi alla loro dimensione quantitativa, soltanto empirica, a ciò che può essere appreso e tradotto in dati numerici. Con il celebre esperimento mentale che abbiamo riassunto, Frank Jackson ha voluto mostrare che i colori costituiscono un’esperienza in primo luogo qualitativa, sono dei qualia d’esperienza e che dunque il fisicalismo è falso. Il fisicalismo può essere definito come la posizione che sostiene non la dimensione in grandissima parte fisica del mondo –tesi la cui verità è davvero evidente- ma la struttura esclusivamente fisica di esso, e questa è invece un’ipotesi del tutto speculativa e in realtà mai dimostrata. L’argomento della conoscenza -anche così viene definito l’esperimento mentale di Jackson, che si inserisce su una linea già aperta da Leibniz e condivisa da Nagel e da molti altri- mostra piuttosto che se il mondo fisico coincide con l’effettualità, quest’ultima non esaurisce l’intera realtà. Effettualità è la struttura percepibile coi sensi, l’essere e risolversi nella dimensione empirica. La realtà è un cerchio assai più vasto e comprende le astrazioni della mente, i sentimenti, l’essere stato, le potenzialità d’esserci nel futuro.

Della realtà, dei colori, delle menti naturali e artificiali, parlano numerosi articoli di questo numero. Il livello fondamentale della visione è discusso nella recensione a un appassionante libro di Paola Bressan; la continuità e le differenze tra le intelligenze umane, qualitative, e quelle artificiali, quantitative, sono analizzate a fondo negli articoli firmati da due specialisti della robotica quali Giuseppe O. Longo -che descrive l’homo technologicus come un «simbionte», una simbiosi profonda tra umano e macchinico- e Ryad Chellali; quest’ultimo ricorda che «the idea of creating machines that are human-like shaped and having human behavior is old» ma che oggi «social and emotional robotics is the new research field». Dietro e alla base di tutto questo sta l’umano come «segno» esso stesso (Peirce). È la nostra natura semantica ad aver prodotto da sempre progetti, miti, favole e sogni. Questa nostra capacità poietica di creare forme si esprime in tutte le arti, le più antiche e le recenti. Tra queste ultime vi è la fotografia, indagata qui attraverso l’analisi critica dell’opera di Francesca Woodman e di una giovane contemporanea, ma soprattutto mostrata in tutta la sua affascinante e meditativa potenza dalle immagini che costellano la versione pdf di Vita pensata, di questo numero di novembre che vorrebbe somigliare alle splendide sfumature dell’autunno, alla loro umbratilità non malinconica ma saggia perché fatta di tutto ciò che il tempo insegna agli umani, se loro lo sanno apprendere.

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