La mente mafiosa

Di: Alberto Giovanni Biuso
9 aprile 2011

«Già interiorizzato in posizione di onnipotenza, già intronizzato, si potrebbe dire, esso diventa ora autorità maiestatica, legge inesorabile, o rigore senza nome. Si costituisce in questo modo un corpo di norme spietate, un sinistro e grottesco monumento legislativo». Così Elvio Fachinelli1 a proposito della nevrosi ossessiva e della sua complessa genesi da un’autorità temuta e amata. Ossessione che può diventare vera e propria psicopatia, una condizione alla cui base sta una pressoché totale assenza di emozioni e di empatia, causata in molti casi dal fatto che «lungi dall’essere semplicemente egoisti, gli psicopatici soffrono di un grave difetto biologico. Il loro cervello elabora le informazioni in modo diverso da quello delle altre persone»2 (K.A. Kiehl e J.W.Buckholtz, p. 69). I comportamenti dello psicopatico non sono soltanto crudeli ed estremi ma mostrano una fissità assai simile a quella di un meccanismo che, una volta innestato, procede senza potersi fermare, del tutto sordo a qualunque intervento, relazione, rapporto con gli altri, a partire dalle vittime delle proprie azioni efferate.

Tale dimensione oggettiva, cosale, reificata, pervade un’intera organizzazione e fa di essa uno straordinario esempio di psicopatia collettiva. Questa organizzazione è Cosa Nostra. Le ricerche a essa dedicate da Girolamo Lo Verso, docente nell’Università di Palermo, delineano un’identità del mafioso molto diversa dalle sostanzialmente ammirate o almeno indulgenti immagini cinematografiche dell’“uomo d’onore”, a partire dal Padrino di Francis Ford Coppola. Un’identità complessa e nello stesso tempo monocorde, i cui caratteri principali sono questi: arcaismo, replicanza, asessualità, gelo emotivo.

L’habitat dei mafiosi è «un mondo familiare fondamentalista e totalitario che impedisce qualsiasi contatto tra i valori arcaici che lo regolano e il mondo moderno» (R. Salvadorini, p. 25). La famiglia non è in primo luogo quella biologica ma è l’organizzazione, nella quale una volta entrati si deve rimanere per l’intera esistenza, alla quale si devono fedeltà e obbedienza assolute, sino al punto da essere pronti a uccidere gli stessi membri della famiglia biologica se Cosa Nostra lo richiede. Il tradimento da parte della propria moglie va punito con la morte, non tanto per il fatto in sé quanto perché un mafioso che si fa tradire mostra una pericolosa debolezza. A uccidere la donna deve essere lui stesso o il padre o il fratello della moglie; identica soluzione nel caso in cui un mafioso diventi l’amante della donna di un altro mafioso. Si tratta di comportamenti non soltanto efferati ma profondamente arcaici. È anche per questo che «Cosa Nostra è forte finché riesce a evitare il contatto con le prospettive di vita e di significato che offre la società moderna» (Id., p. 31). In questo modo si spiega pure il fenomeno, paradossale solo in apparenza, dei capi dell’organizzazione che dispongono di un’immensa ricchezza personale ma vivono come bestie in masserie isolate o in cantine urbane. Il danaro è un prodotto moderno; all’atavismo mafioso interessa qualcosa di assai più antico: l’autorità dell’uomo che si fa dio decidendo della vita e della morte di altri umani. La figura del Pater familias si è estesa sino a comprendere le famiglie altrui, le vite di tutti i membri di questo cosmo chiuso e gelido che si chiama Cosa Nostra.

Replicanti sono i mafiosi in un duplice senso. Anzitutto perché «sono tutti uguali, da secoli e nei secoli» (Id, p. 27). La dissoluzione dell’Io nel Noi è in loro totale e genera un’identità che assicura protezione, forza, aiuto, al costo -naturalmente- della rinuncia a ogni esigenza personale, scarto di vita, pensiero proprio che non siano del tutto coerenti con gli atteggiamenti dell’organizzazione. Poi, perché «i mafiosi sono macchine scientifiche capaci solo di pensiero esecutivo e operativo, non hanno alcuna forma di pensiero riflessivo, introspettivo, dialogico, né con se stessi, né con l’esterno. Insomma, sono automi. Anzi “replicanti”, li chiama Lo Verso citando Blade Runner […] In altre parole, se ciascuno di noi eredita dalla famiglia una mole di informazioni “di base” -in gergo, “mondo interno”- ecco che se “l’individuo nasce dal tradimento di questo mondo totalitario interno che è la famiglia, nei mafiosi questo processo è bloccato alla radice perché mondo interno e identità mafiosa coincidono, sono persone senza contraddizioni”» (Id., p. 28).

L’asessualità è uno dei caratteri meno compresi di Cosa Nostra. Il vero rapporto erotico del mafioso, l’orgasmo al quale egli aspira, non è l’accoppiamento con la moglie -dovere in vista della prosecuzione biologica della famiglia- o con delle prostitute, incontrate per mostrare a se stessi un completo dominio sull’altro sesso. Il vero piacere del mafioso non consiste nel fottere ma nel comandare. Lo Verso racconta che «quando i giovani di mafia vanno nel casinò per riciclare il denaro hanno a disposizione le più belle entreneuse sul mercato, eppure nemmeno le guardano, perché la vita dei mafiosi è una vita da monaci di clausura» (Id., p. 31). Il rapporto erotico al quale essi tendono è la sua forma -ancora una volta- più arcaica e più cieca, quella della riduzione dell’alterità a una cosa, attraverso l’umiliazione e la sottomissione di altri maschi ai quali si impone il pizzo, la paura, l’ossequio, magari ordinato da un analfabeta a un professionista, a un intellettuale, a un imprenditore. L’obiettivo del mafioso è lo stesso di una delle forme più ancestrali e tenaci di vita, quello del parassita che si installa dentro le attività, le famiglie, il corpo altrui e da lì riceve sangue, energia, sopravvivenza. Lo Verso parla esplicitamente del pizzo -o di analoghe pratiche- come di un gesto di sodomia attuato per ridurre altri maschi alla condizione di sottomissione cui la femmina sarebbe predisposta per natura. Si spiega così il disprezzo ostentato e universale che i mafiosi mostrano per l’omosessuale, vero e proprio «verme da schiacciare, al punto che, assieme ai parenti di magistrati e poliziotti, sono le uniche persone che i mafiosi hanno il divieto di frequentare se vogliono rimanere dentro Cosa Nostra» (Ibidem). Emblematico è il fatto che «nelle carceri calabresi gli ndranghetisti hanno l’ordine di fare la doccia in mutande, non possono mostrarsi nudi» (Ibidem). Sino a qualche decennio fa, in alcuni conventi e collegi femminili era obbligo non soltanto per le suore ma anche per le ragazze ospitate fare il bagno coperte da una vestaglia. Nella sessuofobia dei mafiosi -declinata pure come violenza brutale verso la donna- arrivano a convergenza la loro paura di essere anche lontanamente avvicinati a un’identità femminile e i più atavici tabù cristiani verso la sessualità.

È facile a questo punto comprendere come il gelo emotivo costituisca la condizione e insieme la conseguenza di tale arcaismo replicante e sessuofobico. Le indagini di Lo Verso hanno mostrato che i mafiosi non provano emozioni neppure quando sognano, e cioè nel luogo e nel momento in cui le convinzioni esplicite e le difese consapevoli si indeboliscono sino a dissolversi. «È come se i mafiosi non avessero i neuroni specchio, anche se questo è ovviamente impossibile» (Id., p. 28). In una famiglia mafiosa una lunga educazione prende avvio sin dalla nascita; passa attraverso le torture inflitte ad animali inermi allo scopo di desensibilizzare il ragazzo alla vista della sofferenza del vivente; ha il momento di iniziazione quando il giovane viene messo alla prova ordinandogli di picchiare, ferire o uccidere qualcuno per poi, ottenuto l’assenso, magari dirgli che non è più necessario. Un’educazione che perviene al suo risultato definitivo nell’eliminazione di «una persona come fossa una cosa, a “costo emotivo zero”». Tale «è la specificità atavica di Cosa Nostra» (Id., p. 27).

Nel numero 75 di Mente & cervello c’è un articolo che sembra occuparsi di tutt’altro argomento: il carattere degli altri animali. Vi si dice che «numerose ricerche hanno dimostrato che in quasi tutte le specie animali si riscontrano notevoli differenze tra un esemplare e l’altro» (J. Marschall, p. 64), anche in specie viventi filogeneticamente lontane da quella umana. «Persino invertebrati come gli octopodi, la cui linea evolutiva è distante dalla nostra almeno 500 milioni di anni, hanno una loro personalità» (Id., p. 66). I mafiosi, invece, tendono a distruggere il proprio Sé annegandolo in quello dell’Organizzazione. Perché? Forse per la ragione che in questo modo essi giungono alla pace del non pensiero, di un’umanità tornata alla condizione pre-consapevole, batterica, parassitaria delle cose. Come si vede, l’arcaismo di Cosa Nostra è veramente totale, “Homo sum, ferocis nihil a me alienum puto”.

Note

1 E. Fachinelli, La freccia ferma. Tre tentativi di annullare il tempo, Adelphi, Milano 1992, p. 114.

2 Le successive citazioni sono tratte dal numero 75, marzo 2011 di Mente & cervello.

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