When the world breaks down…

Di: Eugenio Damasio
1 Luglio 2010

Ecco cosa sta succedendo. Mi dispiace quasi iniziare un articolo con tale pessimismo, mi dispiace quasi risultare così incredibilmente negativo, tanto da diventare scherno dell’adolescente medio, ma non posso farne a meno. Ogni volta che ci si guarda attorno non si può che notare come tutto si stia distruggendo, poco a poco, come tutto stia perdendo valore. E non sto parlando di quello che succede direttamente nel nostro Paese. Mi sento assai pedante a scrivere quanto l’Italia sia sfortunata ad avere politici che non fanno altro che interessarsi dei propri affari invece che della cosa pubblica, quanto la Mafia influenzi la nostra vita e quanto il nostro Paese non ci prospetti un futuro decente. Oggi cercherò di avere uno sguardo più ampio rispetto a quello che succede nel mondo. Forse moriremo tutti nel 2012, come sostengono le tanto decantate teorie Maya, ma se così non fosse -e vi assicuro che il nostro sistema solare durerà almeno altri 4 miliardi di anni- potrebbe essere davvero un grande problema. Preferirei quasi una fine decisa e veloce per la nostra Terra piuttosto che la lenta e agonizzante morte che noi uomini le stiamo riservando. Perché è proprio ciò che ci succederà se non riusciremo a comprendere quello che dovrebbe essere il nostro legame con la natura in vista delle generazioni future. Basti pensare a quanto il globo terrestre sia stato sfruttato negli ultimi duecento anni rispetto ai circa cinque miliardi precedenti, a quanto l’evoluzione tecnologica sia progredita e a quanto sia stato scavato ed estratto dalla crosta terrestre. I boschi hanno perso circa 6,3 miliardi di ettari di superficie in media all’anno; l’inquinamento raggiunge livelli record nelle zone del Sud-Est asiatico dove le mascherine sono diventate ormai parte integrante della fisionomia dei volti umani; la terra viene scavata e trivellata, le materie prime sperperate. Siamo giunti al punto di saturazione massima. Sembra quasi che il globo stia inviandoci segnali chiari e forti, utili davvero a concludere questa terribile autodistruzione.

Quando gli aerei non riescono a partire, bloccati da una nube vulcanica; quando una falda petrolifera stanca di essere maltrattata fa fuoriuscire a ritmo vertiginoso terribile melma nera che distrugge le coste; quando gli Stati continuano ad armarsi e ad aprire centrali nucleari invece che predicare la pace e un rinnovamento energetico; ecco, quando vedo queste cose, mi rendo conto di quanto il mondo stia scivolando in un profondo baratro. L’uomo è l’unico animale che invece di adattarsi alla natura ne sfrutta le risorse sino al loro esaurimento. L’uomo è un virus, Matrix docet. Pensare a un essere umano che cambi integralmente le proprie abitudini è praticamente impossibile, anzi ogni giorno di più la nostra società spinge a produrre oggetti nuovi, inutili, costosi e inquinanti. Cosa se ne fanno gli italiani di 1,5 telefonini a testa? Dove finiranno le loro batterie? Come verranno smaltite? Cosa si è dovuto estirpare dalla Terra per produrre tale oggetto? Sono queste le domande che ognuno di noi dovrebbe porsi prima di compiere un nuovo acquisto, prima di impossessarsi di un nuovo bene.

Mi sono reso conto di quanto sia ormai esasperato il nostro regime  consumistico esattamente due giorni fa, entrando nel magico mondo  dell’Outlet di Serravalle Scrivia. C’ero già stato qualche anno fa, senza avere  però la capacità di rendermi conto di come un posto del genere fosse  l’emblema della nostra società. Una città dove non abita nessuno, dove  conta solamente l’aspetto esteriore, dove esistono negozi che vendono tutti  la stessa roba con nomi differenti, dove le persone sembrano felici ma in  realtà sono soltanto omologate. La gente che passa lì il tempo, infatti, non  si renderà mai conto di come sia vuoto quel posto e di come sia vuoto quello stile di vita sino a quando una tegola dei tetti di simil-muratura le cadrà in testa. Sento che questa tegola sta già cadendo. Non ha ancora preso velocità e forse potremmo trovare riparo sotto uno dei portici addobbati da quei bellissimi fiori di plastica, forse colpirà con tale violenza che si potrebbe addirittura rimanere uccisi dallo schianto. Servirebbe, a questo punto, che la nostra coscienza ci spinga a fare un passo per toglierci dalla traiettoria di caduta. Dobbiamo però sbrigarci, dobbiamo capire che solo noi possiamo salvare ciò che stiamo distruggendo. Sarebbe davvero fantastico che ognuno di noi trovasse consapevolmente la propria strada e che i nostri governi ci aiutassero. Ma non è così. In Italia, ad esempio, quando si costruiscono pale eoliche si può stare certi che non saranno per il futuro dei nostri discendenti ma solo per guadagnare qualche soldo in più grazie ad appalti e a mazzette…Ecco cos’è il nostro Paese. Una spaventosa miniatura di quello che succede in molte altre parti del Mondo. O ce ne disperiamo, o proviamo a cambiarlo. Un uomo, poco tempo fa, diceva: CHANGE, YES WE CAN.
Io ci credo, voi?

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