Aspetti della scienza nell’Italia preunitaria

Di: Luigi Ingaliso
4 Febbraio 2011

L’analisi della vicenda scientifica nell’Italia pre-unitaria si dimostra assai complessa, e le ragioni di tale complessità scaturiscono dall’aver negato un ruolo fondamentale all’identità, proposta da certa storiografia risorgimentale, tra le vicende della scienza italiana e la storia del Paese (questa premessa naturalmente non sminuisce l’aspirazione, presente in molti scienziati italiani del primo Ottocento, all’unità nazionale). Un’identità storiografica che avrebbe toccato il suo apice nella prima metà del Novecento, con la pubblicazione dei sette volumi celebrativi della prima riunione degli scienziati italiani –Un secolo di progresso scientifico italiano (1839-1939)– a cura della Società Italiana per il Progresso delle Scienze1.

Il quadro d’insieme che emerge dallo studio dei saperi scientifici in Italia prima del 1861 è caratterizzato dall’eterogeneità; il concetto stesso di tradizione scientifica assume dei connotati specifici in relazione alla variegata composizione geopolitica della penisola italiana. Ciò, ovviamente, non impedì il sorgere di alcune tendenze, proprie della cultura scientifica, che auspicavano una scienza nazionale sia nell’accezione laico-illuminista (che poneva l’attenzione sulle esigenze delle società storicamente determinate) sia in quella spiritualistico-romantica (che affermava il primato scientifico italiano e ne costruiva l’impianto sul concetto di tradizione).
In relazione a quanto detto, e per una più coerente analisi di questo particolare momento storico, si è preferito superare la tradizionale partizione in settori disciplinari dei saperi, adottata dalla storia della scienza -valida ancor più per l’Ottocento dove si assiste al trionfo dello specialismo- per focalizzare l’attenzione su alcuni aspetti peculiari dell’attività degli scienziati in relazione al contesto politico e sociale in cui operavano, e nello specifico: Cattaneo e l’esperienza scientifica nel Politecnico, i congressi degli scienziati e la cattedra di fisica sacra nello Stato Pontificio.
La cultura scientifica in Lombardia, già sul finire del XVIII secolo, manifestava la sua vitalità nell’opera di Lazzaro Spallanzani (1729-1799) e di Alessandro Volta (1745-1827) e nei contributi che questi due studiosi diedero rispettivamente per l’affermazione della biologia e della fisica sperimentale. Il carattere prevalentemente sperimentale del loro paradigma scientifico costituisce, infatti, un punto d’unione tra i modelli tardo-settecenteschi e quelli del secolo successivo. Nel solco della continuità con questa tradizione di pensiero s’inserisce la vicenda del Politecnico e del suo fondatore Carlo Cattaneo (1801-1869). L’eredità illuministica si riveste in Cattaneo di due elementi tipicamente ottocenteschi: da un lato il nesso tra lo sviluppo del progresso scientifico e quello sociale, e dall’altro l’idea di un dinamismo proprio della natura. A tale riguardo, egli sottolineava come la nascente specializzazione delle scienze potesse essere interpretata come un segno tangibile della transizione dai modelli teorici del Settecento, dominati ancora dalle generalizzazioni ontologiche, a quelli più maturi dell’Ottocento.
Il Politecnico, fin dalla prima serie (1839-1844), proponeva al lettore una visione pragmatica della scienza e la tradizionale divisione dei saperi, tipica del secolo XIX, lasciava il posto a un’articolazione tecnico-applicativa delle discipline: ad esempio, la scienza delle comunicazioni (ferrovie e navigazione) sostituisce la meccanica e l’idraulica. In tal senso la rivista assumeva connotazioni specifiche rispetto al quadro delle riviste europee, dove invece veniva mantenuta quella divisione, e il carattere sperimentale delle scienze si rivelava più nelle fasi di aggiornamento di un settore scientifico, che come elemento costante delle varie discipline; è bene ricordare che anche in Lombardia esistevano numerose riviste che seguivano un’impostazione tradizionale. L’impronta data da Cattaneo alla rivista costituisce l’elemento cardine della sua omogeneità e della sua ricchezza e, probabilmente, anche della sua unicità nel quadro della cultura italiana degli inizi dell’Ottocento2.

Tra gli elementi più significativi della scienza italiana dell’Ottocento sono da annoverare i congressi degli scienziati italiani che si tennero annualmente tra il 1839 (Pisa) e il 1847 (Venezia), e poi nel 1862 (Siena), nel 1873 (Roma) e nel 1875 (Palermo). L’origine di queste riunioni è da ricercare in una notizia, pubblicata sul periodico letterario Biblioteca Italiana, riguardante una serie di incontri di scienziati tedeschi, iniziati nel 1823 e promossi dal naturalista Lorenz Oken (1779-1851), che suscitò in seno a un gruppo di intellettuali toscani il proposito di fare altrettanto in Italia. Dalla corrispondenza degli scienziati che parteciparono alle sessioni pre-unitarie dei congressi (1839-1847) appare evidente come in queste riunioni ai temi strettamente scientifici si legassero implicitamente anche temi politici (non a caso l’iter organizzativo delle stesse fu seguito molto da vicino anche dalle polizie dei singoli Stati).

L’esame degli Atti dei congressi rivela alcune problematiche che saranno oggetto di discussione anche dopo il raggiungimento dell’Unità nazionale, in primis quelle legate a un modo d’insegnare le discipline scientifiche nelle università che tenesse conto delle più recenti scoperte e della necessaria interazione tra le materie scientifiche (si pensi, ad esempio, allo stretto legame della fisica con la matematica). Un risultato apprezzabile di queste riunioni fu quello di creare un connubio tra scienza e tecnica in grado di risolvere problemi a carattere unitario come l’unificazione delle ferrovie e delle dogane. Naturalmente, gran parte di questi progetti non ebbe sviluppi proprio per la situazione politica eccessivamente frammentata della penisola italiana che nessun congresso di scienziati avrebbe potuto risolvere in breve tempo. Tuttavia, in campo puramente scientifico, come ad esempio in matematica, queste riunioni ebbero degli effetti di grande rilievo che se da un lato certificarono l’impegno dei singoli ricercatori, dall’altro palesarono la totale assenza di una struttura unitaria in grado di imprimere una direzione nazionale unitaria al progresso scientifico3.

La partecipazione degli scienziati ai congressi fu davvero straordinaria e coinvolse non solo naturalisti, matematici e astronomi, ma anche letterati, storici e giuristi. Gli Stati italiani, dal canto loro, non ebbero una reazione univoca: il Granducato di Toscana fu favorevole all’iniziativa, mentre nello Stato Pontificio, sotto Gregorio XVI, la Congregazione per gli studi vietò ai professori la partecipazione alle riunioni. Non se ne deve però dedurre che la Chiesa abbia mantenuto un atteggiamento avverso alla scienze e prova ne è il fatto che molti scienziati cattolici conseguirono importanti risultati scientifici. Tuttavia, nello Stato Pontificio la libertà d’azione dello scienziato rimaneva vincolata a una realtà metafisica (basata cioè su un principio organizzatore divino capace di governare i fenomeni naturali) e a un rapporto gerarchico tra scienza e fede, come dimostra, ad esempio, l’istituzione della cattedra di fisica sacra, voluta da Pio VII nel 1816 presso l’Università La Sapienza a Roma.
Il corso era diviso in sei parti che seguivano la narrazione della creazione secondo il libro della Genesi -le sostanze elementari; il firmamento; le piante; i corpi celesti; i pesci e i volatili; gli altri animali e infine l’uomo- e rispecchiava il fine apologetico della disciplina, che riconosceva alla scienza il merito di aver eliminato ogni antica superstizione. Alla luce di questa premessa si capisce come l’istituzione di questa cattedra non possa essere intesa in modo riduttivo come un’operazione antiscientifica, ma vada interpretata da un lato come il tentativo di riqualificazione scientifica del clero, dall’altro come lo sforzo di sottrarre le nuove scoperte della scienza al dominio del laicismo illuminista e positivista. Ovviamente, l’intento dichiaratamente teologico non era immune da distorsioni del pensiero scientifico, e così l’immagine del mondo che si veniva delineando era risolvibile nel quadro di una realtà meccanicista che comunque non poteva fare a meno dell’esistenza di un essere superiore. I limiti di siffatta impostazione metodologica furono subito evidenti e, con la morte del suo titolare, l’abate Feliciano Scarpellini (1762-1840), la cattedra cessò definitivamente di esistere4.

Note

1 G. Tabarroni, «Origini della Società italiana per il progresso delle scienze», in I congressi degli scienziati italiani nell’età del positivismo, a cura di G. Pancaldi, Clueb, Bologna 1983, pp. 171-178.

2 C. G. Laicata, Il Politecnico di Carlo Cattaneo, Casagrande, Milano 2005.

3 G. Pancaldi, «Nuove fonti per la storia dei congressi: scritti inediti di Charles Babbage, Carlo Luciano Bonaparte e Lorenz Oken», in I congressi degli scienziati italiani nell’età del positivismo, cit., pp. 181-201.

4 P. Redondi, «Cultura e scienza dall’illuminismo al positivismo», in Storia d’Italia. Annali 3. Scienza e tecnica nella cultura e nella società dal Rinascimento a oggi, a cura di G. Micheli, Einaudi, Torino 1980, pp. 789-794.

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