Franco Fasulo. La divina mania

Di: Giusy Randazzo
21 Maggio 2020

 

Franco Fasulo

Corteggiare l’esistenza è la grande sfida di un uomo che miri a svelarne il mistero. E come una donna, ella ha bisogno di una ritualità di modi e di cenni e di poesia e di autenticità e di passione per poter cedere all’inganno e aprirsi all’altro. Ma l’esistenza richiede persino il sacrificio totale a chi ne voglia anche soltanto sfiorare il volto segreto. E inganna ella stessa perché fa credere di essere tutta lì, in quella quotidianità assordante fatta di velocità e di piccole mete giornaliere, costruita sul lavoro routinario e sul divertimento che fa passare il tempo, visibile nelle individualità che ci accompagnano e in quelle che incontriamo, organizzata negli spazi pieni che abitiamo e in quelli che frequentiamo, tangibile negli oggetti che possediamo e in quelli che ci affanniamo a possedere, accettabile per l’innocente stare degli animali che massacriamo e poi mangiamo o che compriamo e poi amiamo, godibile per quella natura che distruggiamo o che facciamo entrare nei nostri interni nella prigionia di piccoli vasi.

Questa quotidianità è l’esistenza, dunque? Questo presente anonimo perché uguale per tutti è l’esistenza, dunque? Questo tempo circolare che in poche righe narra di tutti noi è l’esistenza, dunque? Questo inganno dei sensi e delle emozioni che ci fa credere diversi mentre anneghiamo e moriamo in un volto unico per tutti è l’esistenza, dunque? Sì. Ma non è la donna che si è innamorata di noi. Lei non l’abbiamo conquistata. Per riuscirci ci chiede il sacrificio. È una dea e l’offerta è troppo alta: rinuncia e sofferenza, privazione e abnegazione, rivolta e accettazione, sforzo e fatica, perdizione e attaccamento, e una folle volontà eroica di conquista. Questa è l’unica via per penetrarla e per raccontarla. Si diviene così μεταξύ (metaxú), qualcosa di intermedio, che non parla la lingua della quotidianità ma che traduce, in un linguaggio che sta tra i divini e i mortali, la verità ancora nascosta della Dea. Si deve essere invasati, in preda alla divina mania (μανία, manía) per potersi immergere nella differenza e cogliere l’identità. Siamo tutti uguali ma la differenza ontologica tra gli uguali sta nella memoria in cui ciascuno ha rivelato a se stesso, inconsapevolmente, se stesso. È lì che riverbera l’eco ammaliatore di Esistenza. Lì dobbiamo cercare l’appiglio per aprire il suo velo.

Un’impresa che potrebbe fare impazzire di gioia1 nonostante la sofferenza di questo scomodo stare al mondo. Così è per alcuni artisti e per alcuni filosofi. Non tutti e non molti. Alcuni. I pochi. Gli ἄριστοι (áristoi), i migliori. Franco Fasulo è tra di loro. Forse lo sa anche, non per nulla ha scelto come luogo in cui dipingere, allestendovi un laboratorio in piena regola, una chiesa sconsacrata in cui il sacro è però rimasto nei muri e nelle vetrate e nell’aria e nell’eco e nel volume e nel pavimento che si calpesta e nel silenzio che vi abita. Quella chiesa è l’entrata nell’Unheimliche. Lui dipinge per la sua Dea «tutto ciò che avrebbe dovuto rimanere segreto, nascosto, e che è invece affiorato»2. Affiora nella sua produzione e si manifesta all’occhio di chi la conosce e si fa sentire alla vista di chi non la conosce e pur si imbatte in una sua tela perché avverte come una ferita e scorge un’aura che non riesce a individuare ma di cui ogni sua opera trasuda. È partito dal disegno tecnico ed è arrivato alle navi e poi al dettaglio dell’infinitamente piccolo e poi agli orizzonti e poi è tornato alla terra nel suolo sacro in cui si sarebbe dovuto edificare il più grande tempio della Magna Grecia: quello di Zeus nell’antica Akragas, terra natia di Fasulo. Il suo percorso è chiaro ed è sofferto perché è stato battuto col sacrificio. Lascia sempre il segno di quel dono che gli è costato tanto: una linea appena accennata – a volte più marcata a volte più tenue – che taglia l’orizzonte e la tela senza nulla procurare né all’orizzonte né alla tela. Ma è un graffio che lui chiama dubbio. È il dubbio di chi non sa se ha s-velato la verità o di chi non accetta che in essa una parte debba sempre rimanere nascosta.

Nel Giardino di Zeus (2017-2019) non vediamo il Tempio, noi sentiamo la potenza di Zeus. La storia attraversa la tela di lino e riverbera nelle rovine ritratte che raccontano della violenza e dell’ignoranza e della grandezza e della maestosa bellezza. E persino la dimensione del dipinto (180×150) partecipa all’inganno. Essa è uno stargate che ci permette non soltanto di entrare in quello spazio sentendoci fisicamente immersi nel tempo che gli è proprio ma di cogliere le emozioni percettive sedimentate nella nostra memoria e connesse alle nostre esperienze vissute. Provoca stupore e tensione e timore e malinconia e infine una gioiosa nostalgia.

La storia di Franco Fasulo artista l’ho narrata tante volte. Ho curato sue mostre e ho scritto su ogni sua nuova produzione. Chi lo conosce sa che è un artista colto e un oratore che non vuol persuadere nessuno, semmai offrire un po’ di quella sua arte tramite la potenza magica della parola.

© F. Fasulo, Nel giardino di Zeus, olio su tela di lino (180×150), 2017-2019

Rintraccia in Pessoa e in Nicolas De Staël i suoi maestri. Non nasconde la ricerca affannosa che si è arricchita con i pastelli e con il disegno ma che torna sempre all’olio che è lentezza e visione e lirismo. Non esistono produzioni migliori di Fasulo. Esistono vertici elegiaci. L’ancora inglese (2006), Jonio (2011), Patagonia (2014), Nel Giardino di Zeus (2017-2019), per esempio.

Dal dettaglio tecnico al tratto a matita sicuro, all’olio che scopre le forme reali, all’informale, all’astrattismo figurativo, Fasulo è di nuovo ritornato al reale con tutta la sua esperienza addosso. Ma solo per il tempo necessario a rifrequentare i luoghi sacri che tanto ama perché il suo percorso artistico non è una linea retta, ma un circolo: un eterno ritorno dell’uguale. Il mare, che gli ha permesso di conoscere gli orizzonti, lo chiama. E Fasulo a esso ritorna e per farlo divenire carne della sua carne e sangue del suo sangue si fa egli stesso mare. E dipinge ciò che perimetra la sua esistenza e lo fa esser vivo: l’orizzonte. Innumerevoli orizzonti. Sempre diversi. Perché se le navi erano l’essenza del mare, l’orizzonte marino è l’essenza dell’Esistenza. Ha conquistato la Donna che si è innamorata perdutamente di lui.

© F. Fasulo, CDO#2, Pastello su carta (14×14), 2018

Bene ha scritto Frazzetto sulla reiterazione quasi ossessiva di sequenze e cicli: «Si tratta di campi di tensione fra il lirico e l’epico. Lo esplicita la breve dichiarazione posta dal pittore in esergo alla propria biografia nel suo sito: “Cerco nelle murate ossidate delle navi, nel ristretto perimetro delle lamiere di fasciame combuste al sole e consunte dalla navigazione, il codice pittorico che sveli e che narri nella sua mai compiuta grandezza tutta l’epica degli orizzonti da traversare, tutto l’epos del nostro animo”»3. E ancora, a proposito delle opere Ossidi_Memorie, Frazzetto aggiunge: «L’ossido è tempo, rigurgito del tempo del mare sulla fiancata della nave, così simile alla muraille de peinture di cui spesso s’è parlato in riferimento all’astrattismo espressivo. L’ossido è l’inconscio? Di certo l’immagine costruita ‘sorge’ dal “rumore di fondo” della vita, il ‘rumore’ penetra sconvolge dà forma distrugge ed è eterno ed effimero come l’inconscio. In questo senso si dà dell’epica, in questa pittura: Fasulo intende mostrarci qualcosa che ci riguarda tutti, almeno per istanti e bagliori, nella complessità del tempo, nei momenti e nelle durate, nei diecimila input, nell’essere distratti e nel farsi assorti»4.

Oppure questo “qualcosa che ci riguarda tutti” è il segno di quella nostalgia dell’Uno plotiniano verso cui da sempre Fasulo sembra tendere con uno slancio insistente, perseverante, ostinato, caparbio, incessante, ossessivo. Pura tensione verso la Verità che l’Uno è o

© F. Fasulo, CDO#1, Pastello su carta (14×14), 2018

che per noi rappresenta. A partire da qui si comprende l’arte di Fasulo. L’Uno di Plotino, benché trascendente, non è antropomorfo. È al di là del Tutto perché il Tutto promana dall’Uno. Persino al di là del pensiero che prevedrebbe la dualità di pensante e pensato. L’Uno è indicibile perché non può essere perimetrato concettualmente; è eterno ma dalle sue irradiazioni si dà la temporalità dei singoli; è infinito ed illimitato ed è attività potenzialmente inesauribile. Ed è indeterminato, senza forma e senza figura perché è l’origine da cui deriva il molteplice. Con Plotino cambia il linguaggio. L’infinitezza, la potenzialità, l’indeterminatezza non sono più imperfezioni, ma sublime immensità incommensurabile dell’Uno. L’Intelletto e l’Anima universale promanano dalla prima ipostasi che è l’Uno. Con la seconda ipostasi si danno le idee, con la terza il Leib, il corpo che vive. Come luce che irradia, l’Uno – attraverso l’Anima del Tutto – arriva sin quasi alla materia, dunque, ma lì arretra. Rimangono i corpi vivificati dal suo riflesso che dell’Uno – che è «l’assolutamente Primo»5– sentono la nostalgia per questo vogliono tornare “a casa”.

La nostra patria è quella donde veniamo e lassù è il nostro Padre. Che sono dunque questo viaggio e questa fuga? Non coi piedi bisogna farlo, perché i nostri piedi ci portano sempre di terra in terra; neppure c’è bisogno di preparare cocchio o navigli, ma è necessario staccarsi da queste cose e non guardar più, ma mutando la vista corporea con un’altra ridestare quella facoltà che ognuno possiede, ma che pochi adoperano6.

Una tensione infinita che ha inizio con il ripiegamento in se stessi tramite le virtù. Ma per tornare all’Uno non basta. È necessario uno sforzo che prevede l’allontanamento catartico dal sensibile, imparando a riconoscere la bellezza dell’arte, amando la bellezza senza forma e senza figura che emerge dal sensibile, scoprendo la bellezza dell’intelligibile tramite lo sguardo filosofico e infine godendo estaticamente della bellezza in sé che l’Uno è. Ecco, l’arte di Franco Fasulo è un riflesso dell’Uno perché

Fasulo appartiene alla terza stirpe di uomini.

E c’è finalmente una terza schiatta di uomini divini che hanno una forza maggiore e una vista più acuta; i quali vedono con uno sguardo penetrante lo splendore di lassù e si elevano al di sopra delle nubi e della nebbia terrena e, disdegnando tutte le cose mondane, gioiscono di quel luogo vero e familiare, come un uomo che, dopo tanto vagabondare, torna alla sua patria bene governata7.

Ciò che è indeterminato nell’arte più facilmente conduce all’Uno perché è il riflesso della sua stessa indeterminatezza. Gli artisti informali e gli astrattisti hanno percorso una via che in qualche modo rimanda a questo plotiniano ritorno all’Origine, all’Unità che è insieme priva di forma e

© F. Fasulo, Ossidi_Memorie, Olio su tela (50×70), 2014-2018

priva di figura. Se nelle opere degli informali non c’era alcuna forma, essa invece era individuabile nelle geometrie degli astrattisti che però non contenevano nessuna figura. L’arte di Fasulo unifica e va oltre questi due movimenti, per questo l’ho definita altrove astrattismo figurativo, ma questa definizione può trarre in inganno. Fasulo non dimentica mai il reale, perché ama il sensibile. Il materico appartiene alla sua arte. Lo si vede nei suoi oli che colpiscono i sensi tramite la vista. Quei grumi di colore che è possibile scorgere nelle sue tele raccontano della lentezza di cui l’arte ha bisogno, dell’attesa, della tensione verso la meta. Persino la grandezza dei dipinti diventa un’esperienza mistica. Sembra possibile varcare quello spazio tridimensionale o sembra di essere trascinati dentro il sogno, dentro l’indeterminato, dentro l’indicibile. E l’ossessione ostinata di Fasulo nei confronti degli stessi eventi o enti – che lo spinge a nominare con acronimi o con nomi sempre uguali i suoi dipinti, a volte distinguendoli tramite un numero progressivo – racconta di questa tensione, di questo romantico streben che è ascesa alla casa del padre, che è segnata dal continuo bisogno di cogliere negli enti sensibili la bellezza indeterminata dell’Unità. Senza forma e senza figura, ma a partire dal figurativo. Fasulo è andato lentamente verso l’alto. Era attratto dal mare. Poi dalle navi che erano gli occhi del mare. E così Fasulo si è fiondato sui porti e poi sulle singole navi e poi le ha osservate da vicino: l’ancora e l’occhio di cubia, il verricello, le sovrastrutture, i cavi e il cordame, le parti emerse e sommerse dello scafo. Si è avvicinato ancora di più e della geometria delle navi non è rimasto nulla perché si è apprestato così tanto che il particolare osservato ha perso forma e figura. E Fasulo è arrivato alla sostanza – a quella substantia, a ciò che sta sotto, all’essenza degli enti – e al sublime – al sub limes, a ciò che è sotto la soglia più alta. E mentre scrutava dentro le navi, la sua fedeltà alla terra lo ha costretto a tirare gli ormeggi e a cercare l’Uno a cui anela tra le pietre più sacre: il tempio di Zeus di Agrigento. E quel dipinto – frutto di anni di riflessione e studio – lo ha titolato Nel giardino di Zeus, senza nulla sapere di Plotino, ma riprendendo da un verso di Quasimodo che forse non conosceva neanch’egli questo brano:

Il giardino è lo splendore e l’abbondanza della ricchezza. Il giardino risplende per la Ragione di Zeus e il suo ornamento è lo splendore che dall’Intelligenza penetra nell’anima. Che cosa sarebbe il giardino di Zeus se non la luce e lo splendore del dio? E che sarebbero questi ornamenti e questo splendore, se non le ragioni che procedono da lui? […].

L’anima riunita all’Intelligenza, da cui trae l’esistenza, ripiena di ragioni, bella delle bellezze di cui è adorna, piena di ricchezze cosi da mostrare in sé i mille splendori e le immagini di tutte le bellezze <intelligibili>, è Afrodite in tutto […]. Lo splendore di vita che è nell’anima vien detto il giardino di Zeus8.

Per più di dieci anni (i primi oli sul tempio risalgono al 2007) ha dipinto quel luogo. Il suo orizzonte esistenziale era sempre stato radicato nella memoria: Akragas era tufo e mare. Nella sacralità di quella città poteva trovare il modo per ascendere ancora. Da qui il passo agli orizzonti è stato breve. Il Codice Degli Orizzonti si è messo in opera. E come Ossidi_Memorie anche il COD è divenuto ricerca ossessiva. Senza forma e senza figura. Ha trovato la bellezza, facendola emergere per come essa deve essere per potersi liberare dal sensibile pur se dal sensibile proviene: senza forma e senza figura. Ma la sua non è una ribellione alla forma e non è una negazione della realtà. Tutt’altro. Non è un artista informale e non è un astrattista. È un astrattista figurativo perché dall’amore profondo per il reale proviene questa ricerca continua. Dalla volontà di comprendere, di intelligere, di entrare nelle maglie del Vero, di ἀλήθεια (alétheia), che deriva questo slancio estatico irrefrenabile che lo spinge a liberare la bellezza intrappolata nella geometria e nell’ordine delle figure. Per questo non è un artista informale e non è un artista astrattista. Se proprio dunque sentiamo l’esigenza di catalogare il movimento a cui dà luogo, altro non potrebbe essere che astrattismo figurativo perché dal figurativo egli prende le mosse e a un nuovo astrattismo perviene. E se geometria scorgiamo nelle sue opere, altro non potrebbe essere che quello che geometria è: la nietzscheana fedeltà alla terra, la Misura attraverso cui conosciamo la Terra, γεωμετρία (gheometria), da γῆ (ghe), terra, e μετρία (metria), misurazione. Ma è sempre di Plotino l’ultima parola.

La geometria, invece, che indaga le cose intelligibili, va collocata lassù; ed anche la sapienza, che si occupa nel più alto grado dell’essere9.

 

Note

«L’io è finito in quel mondo trasfigurato e in quei cieli esultanti nei quali il nomade e ormai folle Nietzsche in una mattina di gennaio guardava l’esistenza e – finalmente – la benediceva». A.G. Biuso, «Impazzire di gioia. Su Nietzsche e i suoi Wahnbriefe», in Studia humanitatis. Saggi in onore di Roberto Osculati, a cura di A. Rotondo, viella edizioni, Roma 2011, p. 474. 

S. Freud, «Il perturbante», in Opere, vol. 9 (pp. 77-118), a cura di C.L. Musatti, Bollati Boringhieri, Torino 1989, p. 86.

3 G. Frazzetto, «Franco Fasulo, codice degli orizzonti», in Franco Fasulo. Codice degli orizzonti, a cura di G. Frazzetto, FAM Gallery, Agrigento 2018, catalogo della mostra, p. 9.

4 Ivi, p. 10.

Plotino, Enneadi, a cura di G. Faggin, Bompiani, Milano 2000, VI, 9, 29.

Ivi, I (6), 8, 21-27.

Ivi, V, 9, 17-22.

Ivi, III, 5, 9-36.

Ivi, V, 9, 24-25.

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