Gabriella Corbo. Il concetto che media

Di: Giusy Randazzo
3 Aprile 2021

 

Che l’artista guardi oltre e dentro gli enti e produca a partire da un’intuizione estetica che è la fonte produttiva dell’opera che gli appartiene intimamente e con la quale rimane in stretta correlazione, lo aveva ben spiegato Schelling. Nella Filosofia dell’Arte, attraverso l’analisi e la riflessione sull’opera d’arte naturale che proviene direttamente dagli animali, Schelling ritiene che essa ci conduca necessariamente

a riconoscere in tutti i casi d’istinto artistico una certa identità fra i prodotti e i produttori. L’ape produce essa stessa il materiale della sua costruzione; il ragno e il baco da seta estraggono dal proprio interno i fili del proprio ordito. Ed anzi, se scendiamo ulteriormente nella scala animale, ecco che l’istinto artistico si risolve interamente in depositi inorganici esterni che restano aderenti all’animale che li produce. […] Ora, se applichiamo questa legge al caso superiore della produzione dell’inorganico ad opera dell’arte umana, ne segue che l’inorganico, non potendo avere in sé e per sé alcun significato simbolico, deve necessariamente ottenerlo, nella sua produzione ad opera dell’arte umana, mercé la relazione con l’uomo e l’identità con esso. Ne segue inoltre che, stante l’intrinseca perfezione della natura umana, codesta relazione o possibile identità non può essere immediata, corporea, ma solo mediata: può cioè essere solo una relazione mediata dal concetto1.

Questa mediazione operata dall’artista avviene dunque a livello concettuale. Così è per la Corbo che osserva gli enti per comprenderli e per far emergere la bellezza producendo opere che le appartengono proprio attraverso questa mediazione concettuale prima che come prodotti in sé. Le sue opere infatti prevedono un lento e graduale processo di trasformazione che può partire dalla matita o dalla china o da immagini tratte da antiche pubblicità o da fotografie su cui poi lavora attraverso la tavoletta grafica su cui disegna come fosse un foglio. Non usa Photoshop ma programmi di grafica open source che le permettono di modificare le immagini su cui ridisegna con tecniche di pittura grafica (per esempio olio, pastello o acquarello) con cui giunge all’opera ideata. La Corbo è anche un’insegnante di italiano e questo non è un caso in quanto la sensibilità artistica non può non nutrirsi di poesia poiché da essa apprende l’armonia che restituisce equilibrio e misura all’opera d’arte stessa nella sua donazione di senso al mondo. Come artista si fa chiamare Aglaja, personaggio dostoevskiano, nonché donna amata dal Principe Myškin. Il motivo per cui abbia scelto di farsi chiamare Aglaja non è soltanto da ricercare nella storia tormentata del personaggio stesso ma in quell’affermazione del Principe in riferimento alla bellezza esteriore e interiore di Aglaja: la bellezza è un enigma.

“Voi siete straordinariamente bella, Aglaja Ivanovna. Siete tanto bella che si ha timore di guardarvi”. […] “La bellezza è difficile da giudicare; non sono ancora pronto. La bellezza è un enigma” 2.

La Corbo cerca la bellezza sempre. Sa che essa è un enigma che difficilmente potrà essere risolto se non con la ricerca continua, con una tensione verso gli enti che è tormento, passione, dedizione. Persino missione. Così agisce anche a scuola, con i suoi studenti, con il suo insegnamento. Non può esserci bellezza se non all’interno del bene. È ancora Dostoevskij a spiegarlo quando Adelaide chiede a Myškin se Aglaja sia anche buona: «“Estremamente” rispose con calore il principe, gettando uno sguardo estasiato su Aglaja»3. Schelling stesso afferma: «Il bene che non è bellezza non è neanche bene assoluto, e viceversa. Infatti il bene nella sua assolutezza diventa bellezza»4. Non si può dunque ricercare la bellezza senza mirare al bene: il principio greco della kalokagathìa (καλοκαγαθία), il bello e il buono è di per sé un ideale di perfezione irraggiungibile. Senza di esso però non si può avere opera d’arte, poiché ogni opera deve mirarvi come fosse il faro che orienta la nave nella tempesta. Che cosa si debba intendere per buono, non importa. Non c’è una legge morale che lo definisca nei contenuti in modo inequivocabile. Come potrebbe? Ci appelliamo a Kant, in questo caso: una forma dell’agire il cui contenuto sta a ognuno di noi. Nella scuola, la tensione al bene è ispirata ai principi costituzionali e si traduce nella lotta contro ogni forma di antisocialità e nella proposta continua di modelli di civismo che possano promuovere un senso di responsabilità civile e solidaristica. Così almeno la pensa la Prof. Corbo che di scuola di certo se ne intende.
Sulle immagini, la Corbo scrive anche, perché il linguaggio entra dentro la produzione come archetipo della misura. Tutto l’insieme di elementi, all’interno di ciascuna opera, diviene metalinguaggio che dice come poeticamente o impoeticamente l’uomo abiti il suo tempo, per dirla con Heidegger. Ogni immagine si fa in tal modo immediata ma è sempre mediata dal concetto e da un lavoro di produzione che si realizza lentamente attraverso svariati strumenti. Quell’immediatezza apparente, così, risulta vincente perché opera come una sorta di gemma in chi osserva, che può rimanere un abbozzo embrionale di idea oppure tradursi in riflessione e restituire una personale decodifica che da senso immediato dà senso profondo.
In ogni produrre – e siamo di nuovo a Schelling – «anche nel più comune ed ordinario, un’attività incosciente coopera con quella cosciente; ma solo un produrre, la cui condizione era un infinito contrasto tra le due attività, è un produrre estetico e possibile soltanto per opera del genio»5. Questa presenza di cosciente e incosciente, di dormiente e desto, di volitivo e irresoluto, di parola e figura, di immagine e disegno, di proprio e altrui; questa continua contraddizione che si risolve nell’opera è la cifra dell’arte della Corbo. Un’arte che rimane sempre legata con un filo rosso alla Corbo stessa pur essendo un dono per l’alterità perché senza l’artista quell’arte non soltanto non esisterebbe ma non giungerebbe al fondo di senso che essa promana.

 

Note

F. W. Schelling, Filosofia dell’arte (Philosophie der Kunst), a cura di A. Klein, Fabbri Editore, Milano 2001, pp. 241-242.

F. Dostoevskij, L’Idiota (Idiót), trad di E. Maini ed E. Mantelli, Mondadori, Milano 2011, Parte I, Cap. VII, p. 105.

Ibidem.

F. W. Schelling, Filosofia dell’arte, cit, p. 89.

F. W. Schelling, Sistema dell’idealismo trascendentale (System des transzendentalen Idealismus), trad. di M. Losacco, Laterza, Roma-Bari 1926, p. 312.

 

 

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