Intervista a Giovanni Impastato. Peppino Impastato. Oltre i cento passi

Di: Simona Cosso
3 Aprile 2021

 

Simona Cosso. Molti tra i nostri studenti non conoscono la vicenda di Suo fratello Peppino, alcuni – diciamo – l’’hanno incontrata’ in occasione della visione del film “I cento passi” di M.T. Giordana. Quale vorrebbe fosse il messaggio da far giungere alle giovani generazioni sull’impegno di Peppino?

Giovanni Impastato. Mio fratello Peppino Impastato ha operato una grande rottura storica e culturale non solo all’interno della società, ma soprattutto all’interno della propria famiglia di origine mafiosa. Con le sue scelte ha dimostrato che la mafia è soprattutto un problema culturale con cui si deve e si può rompere in prima persona. Quello di Peppino è un messaggio di impegno civile, molto importante per le nuove generazioni, contro l’indifferenza e la rassegnazione, ci insegna che non si può rimanere inerti davanti a tutto ciò che accade intorno a noi, non possiamo chiudere gli occhi di fronte alle devastazioni dell’ambiente, all’ingiustizia sociale, alla corruzione, alla mafia, ai fascismi ed ai rischi per la democrazia. Questo è quello che ci ha trasmesso Peppino con il suo impegno ed il suo coraggio.

Peppino Impastato rappresenta per noi adulti che lo abbiamo indirettamente conosciuto, un patrimonio culturale di memoria. Vuole ricordarci le forme di disubbidienza che Peppino realizzò?
Quella di Peppino era una lotta alla mafia, sociale e partigiana, fondata sui valori dell’antifascismo e della giustizia sociale. Aveva un concetto rivoluzionario di legalità, che significava difendere i diritti degli sfruttati e che prevedeva anche la disobbedienza civile verso leggi oppressive e contrarie ai diritti umani. Da questo punto di vista imparò anche la lezione di Danilo Dolci, il sociologo disubbidiente, attivista della nonviolenza; nel ’67 mio fratello partecipò alla marcia della protesta e della speranza che Dolci aveva organizzato, una marcia di sei giorni, attraverso i territori più poveri della Sicilia, che aveva come tema la pace e il lavoro, manifestavano contro la guerra in Vietnam e contro lo sfruttamento dei lavoratori da parte dei mafiosi e dei ricchi proprietari di terreni. Le sue azioni di disobbedienza proseguirono nel ’68 con le occupazioni dell’Università di Palermo, le lotte con i contadini contro l’esproprio delle terre per la costruzione della terza pista dell’aeroporto di Punta Raisi a Cinisi, le lotte con gli edili e con i disoccupati per il lavoro, nel ’69 le lotte per il problema dell’acqua a Terrasini. A queste attività accompagnava iniziative di denuncia tramite il suo giornale l’Idea Socialista, l’impegno culturale con il Circolo Musica e Cultura, mostre come quella itinerante sulla “Mafia e territorio”, fino ad arrivare alla nascita di Radio Aut e infine alla candidatura alle elezioni comunali. Durante le sue azioni di protesta subì in più occasioni scontri con i fascisti attivi nel paese e con le forze dell’ordine.

Suo fratello ha affrontato il tema della bellezza. A che cosa si riferiva allora e a che cosa si potrebbe far riferimento oggi? Non ultimo ci sta a cuore il tema delle nostre periferie urbane: sono anche queste destinatarie di una visione culturale che preveda la bellezza?
Per Peppino difendere la bellezza significava rispettare il territorio e l’ambiente, quelli erano anni in cui nessuno parlava di ecologia e Peppino, anche in questo, fu un precursore. Lui ed i suoi compagni mettevano assieme la lotta di classe con le battaglie per la salvaguardia della bellezza del territorio. Quelle lotte contro la costruzione della terza pista, ad esempio, oltre alla difesa delle condizioni dei contadini, avevano anche lo scopo di salvaguardare quel villaggio che esprimeva la civiltà e la cultura contadina e quella natura che l’urbanizzazione selvaggia e gli interessi della politica e della mafia hanno contribuito a devastare. Oggi l’ambiente e la natura sono sempre più a rischio, bisogna salvare il nostro pianeta ed agire con urgenza, i dati sono allarmanti e ci confermano che il nostro futuro e soprattutto quello delle nuove generazioni è a rischio. Lo ha dimostrato l’adolescente studentessa svedese Greta Thunberg che è andata sotto il palazzo del potere a protestare, come faceva mio fratello cinquant’anni fa. Lo hanno dimostrato i giovani che hanno fatto lo “Sciopero Scolastico per il clima”. Dobbiamo renderci conto che la catastrofe ambientale è stata causata da un capitalismo senza regole che ci ha portati a un consumismo che oggi ci sta distruggendo, dobbiamo opporci a tutto questo. Le periferie urbane sempre più nel degrado sono lo specchio del disagio economico e sociale, bisogna ribaltare il modo di vedere le città per renderle adatte alla vita delle persone, ma le persone non si devono rassegnare e devono allenarsi a riconoscere la bellezza e a lottare per questa.

I nostri giovani sono disincantati dalla politica, non si tratta di disamore, ma più precisamente di indifferenza e diffidenza. Peppino scelse l’impegno politico, ma da questo non fu ingabbiato. Se è d’accordo con questa affermazione, ci può spiegare in quale senso?
Oggi la politica in generale vive una decadenza valoriale, abbiamo visto dilagare la corruzione, il malaffare, la collusione con la mafia. I proclami contro la casta ed inneggiare all’onestaà non è servito ad impedire che la mafia penetrasse all’interno del Palazzo. Purtroppo la situazione non è per nulla migliorata quando ha iniziato a diffondersi la cultura dell’antipolitica con il diniego delle idee. Lo stereotipo “né di destra e né di sinistra” ha spianato la strada verso la logica dell’indifferenza e del qualunquismo, verso forme di rivolta senza una coscienza ideologica e senza un vero progetto politico alternativo. Oggi ci troviamo in una situazione vuota e priva di valori e punti di riferimento, è cresciuto il populismo, il razzismo, i fascismi e la democrazia è a rischio. La politica ai tempi di Peppino era nobile, nell’impegno di Peppino c’era molta coerenza, era un comunista, estremamente sensibile verso le istanze delle persone più umili e indifese e la sua lotta alla mafia era strettamente legata ai suoi ideali. Oggi bisognerebbe impegnarsi per una politica dal basso basata sugli ideali che animano tutti coloro che ancora credono nella possibilità di costruire un’alternativa. I giovani oggi sono delusi e confusi, viviamo un momento storico molto difficile, ma non possiamo permettere che cresca una generazione di “demotivati”, in questa battaglia per il cambiamento continueremo a dare il nostro contributo. Sogniamo giovani liberi ed impegnati che capiscano l’importanza di lottare contro la mafia, per la giustizia sociale, per la legalità che non è solo il rispetto delle leggi, ma soprattutto è il rispetto della dignità umana, la capacità di alzare la testa, di ribellarsi e disobbedire a leggi che vanno contro la Costituzione, la democrazia e la libertà. Siamo fiduciosi perché in questi anni abbiamo incontrato molti studenti sensibili che hanno portato i loro ideali nelle piazze e nelle proprie scelte di vita, che partecipano ai movimenti in difesa dei territori, per i diritti umani, dalla parte degli svantaggiati e che si impegnano nell’ antimafia.

Il Circolo “Musica e Cultura” fondato da Peppino dimostra la centralità dell’impegno culturale nel contrasto alla mafia. Quali furono le iniziative? Quale l’idea di fondo?
Nel ’76 Peppino è stato protagonista della nascita del Circolo Musica e Cultura, legata al cambiamento culturale che dal ’68 si diffuse a livello mondiale arrivando fino in Sicilia. Peppino ed i suoi amici crearono un luogo di aggregazione e condivisione culturale, ideale, sociale, artistico e musicale, non solo per i giovani di Cinisi, ma per tutto il territorio limitrofo. Il circolo nacque dal rifiuto del sacerdote di concedere, per la realizzazione di un concerto, le cripte della chiesa del SS Sacramento, perché subiva la pressione di Giuseppe Finazzo, vicino ai Badalamenti. Il concerto si tenne poi all’interno dell’aula consiliare, grazie al vicesindaco comunista Franco Maniaci ed ebbe un grandissimo successo, seguì l’idea di affittare un locale che ben presto fu frequentato da tantissimi giovani. Al circolo si organizzava il cineforum, mostre fotografiche come quella contro l’abusivismo edilizio, si realizzavano murales, si ascoltava musica, si tenevano concerti e spettacoli teatrali ed il divertimento si univa all’impegno. Fecero tappa per esibirsi la Comuna Baires, la Compagnia del Sarto di Franco Scaldati e Ciccio Busacca con lo spettacolo Ci ragiono e canto di Dario Fo. La più grande esperienza musicale fu la realizzazione del primo raduno musicale Nuove Tendenze nella spiaggia di Cinisi. Dal circolo nacque anche l’esperienza femminista, grazie alle ragazze che si opponevano alla cultura maschilista e mafiosa che si viveva in paese. I mafiosi mandavano alle famiglie lettere di minaccia per scoraggiare i loro figli ad unirsi al circolo, avevano paura di questi ragazzi e ragazze che sperimentavano un modo diverso di stare insieme ed una cultura alternativa fuori dalle logiche mafiose.

Nella lotta contro la mafia Peppino ha usato un’arma potente: quella dell’ironia. Ci vuole spiegare che effetto ebbe a quei tempi sui personaggi a cui era destinata? Soprattutto, essa fu utile a ridestare le coscienze di chi lo ascoltava anche se non ovviamente dei diretti interessati?
Peppino è diventato negli anni un punto di riferimento per tantissimi giovani per i quali è importante avere qualcuno a cui ispirarsi; sperimentando in radio la satira e l’ironia è arrivato al cuore di molti. Peppino dalle frequenze di Onda Pazza ridicolizzava i mafiosi di fronte all’intero paese, con quell’arma micidiale che è l’ironia, così facendo annullava timori reverenziali svelando che il re mafioso era nudo. Peppino colpì nel segno, mettendo in seria difficoltà i mafiosi e, soprattutto, il grande boss Gaetano Badalamenti, che nella trasmissione Onda Pazza chiamava Tano Seduto. I suoi metodi di lotta creativi e alternativi, come l’ironia utilizzata nelle trasmissioni di Radio Aut, hanno coinvolto anche persone apparentemente distanti dalle sue idee politiche, risvegliando le coscienze dei tanti che lo ascoltavano.

I nostri giovani non conoscono la tenacia nella lotta alla mafia esercitata da sua madre Felicia e da lei stesso. Ce ne può parlare?
In tutta questa storia mia madre ha avuto un ruolo importante, con tenacia e determinazione non si è mai arresa e la sua denuncia ha dato continuità alla nostra lotta e al nostro impegno. Si è battuta contro tutto e tutti per ottenere verità e giustizia. La sua forza è stata tale da essere definita Partigiana dell’antimafia e da essere inserita nel Giardino dei Giusti di Milano. Proprio quest’anno ho deciso di dedicarle un libro che ho intitolato Il coraggio della memoria. Scritti, analisi e riflessioni dalla scomparsa di mamma Felicia ad oggi.  Mia madre è entrata a far parte, dopo il matrimonio, di una famiglia mafiosa, in seguito alla tragica perdita del figlio, si è ribellata ai dettami della cultura dell’omertà; si è costituita parte civile al processo ed ha aperto le porte della sua casa a quanti fossero interessati a conoscere alcuni degli aspetti più corrotti della nostra società e delle istituzioni, tramite le sue semplici parole. Non si è mai fermata, ha superato stanchezza, paura, debolezza fisica, senza arrendersi di fronte a chi ha tentato di cancellare e sporcare la memoria di Peppino, accusandolo di terrorismo o di aver commesso un suicidio eclatante. Ha subito anche l’isolamento da parte dello Stato, alleggerito solo dall’incontro con magistrati onesti che, in qualche caso, hanno anche perso la vita per onorare il proprio lavoro. Grazie al lavoro di ricerca e denuncia da parte del Centro Impastato, nel dicembre del 2001, la Commissione Parlamentare Antimafia, ha consegnato a mia madre la relazione che riconosceva le responsabilità di magistrati ed alte cariche delle forze dell’ordine nel depistaggio delle indagini sul Caso Impastato. La Giustizia è stata conquistata nel 2002 con la condanna di Gaetano Badalamenti, mandante dell’omicidio di mio fratello, 24 anni dopo l’assassinio. Mia madre è scomparsa il 7 dicembre del 2004, dopo aver portato a termine il suo compito e averci fatto promettere di continuare a tenere aperte le porte della sua casa. Noi abbiamo mantenuto quella promessa e a Casa Memoria, che è aperta tutti i giorni, incontriamo tantissime persone, soprattutto giovani. Per la prima volta abbiamo dovuto chiudere le porte della casa a causa del Covid, ma il nostro impegno non si è fermato. 

Che cosa rappresenta Casa Memoria e qual è lo scopo dell’associazione “Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato”?
Possiamo usare le parole di Umberto Santino, presidente del Centro Impastato, che ha definito Casa Memoria un “altare laico”, un luogo di memoria e di divulgazione della verità e della cultura, un avamposto della resistenza contro il potere e contro la mafia, la testimonianza concreta di un’esperienza di lotta senza esitazioni, di un’intera vita spesa con coraggio e determinazione. Sono migliaia le persone che hanno varcato la soglia di quella porta alla ricerca di nuove conoscenze e di un momento di riflessione ed ognuno di loro si è riappropriato di un piccolo pezzo di libertà.L’Associazione “Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato” si è costituita nel 2010 per contribuire alla diffusione e alla difesa della memoria del percorso di lotta svolto da mio fratello Peppino Impastato e, in seguito, da mia madre, nonché per occuparsi concretamente della gestione di Casa Memoria Impastato che, da ex abitazione della nostra famiglia, è divenuta ormai uno dei più significativi luoghi-simbolo della lotta alla mafia. L’associazione realizza vari progetti e iniziative con la finalità di sostenere lo sviluppo sociale e culturale del territorio. Da alcuni anni gestiamo anche parte del bene confiscato ex casa di Tano Badalamenti dove svolgiamo varie attività. Abbiamo anche costituito un coordinamento nazionale che ha ampliato i nostri orizzonti e organizza le attività in giro per l’Italia.

La grande stagione dell’Antimafia sembra conclusa, perché è giusto parlarne ancora oggi? Crede che questo tempo di pandemia possa distogliere l’attenzione – complice anche un vago senso di autoprotezione o peggio ancora un arretramento generale su posizioni individualiste – da tematiche importanti come la lotta alla mafia?
Considerando che la mafia è ancora oggi legata a traffici illeciti, speculazioni edilizie, abusivismi, smaltimento dei rifiuti, eco-mafie, possiamo affermare che le battaglie di Peppino sono ancora attuali e sono battaglie di civiltà e democrazia che non possono essere interrotte. L’antimafia ha inferto dei duri colpi alla mafia, ma ha anche dimostrato i suoi limiti. La nostra idea di antimafia non è mai stata solo quella delle commemorazioni, la nostra è un’antimafia sociale di cui Peppino è stato precursore, un modo di condurre le battaglie antimafia, politiche e ambientali insieme. Il corteo del 9 maggio che ogni anno facciamo per ricordare Peppino non è una sfilata, ma un momento in cui esprimere le nostre idee, parlare di diritti umani, antirazzismo, lavoro, giustizia sociale. Anche il nostro impegno quotidiano è finalizzato a sviluppare nei giovani un pensiero libero e uno spirito critico. I rischi di arretrare rispetto al tema della lotta alla mafia sono moltissimi, soprattutto in questo periodo in cui la pandemia ha costretto tutti a fermarsi. Il Coronavirus ci ha bloccati senza guardare in faccia nessuno. Molta gente sta morendo, tutto questo lascerà un segno sulle nostre coscienze.  Bisognerà gestire il dopo, non sarà facile evitare che questa grande crisi che verrà non ricada come sempre sulle fasce deboli. Sarà importante rifiutare il consumismo di una vita finalizzata solo a produrre e a spendere, non cadendo però nel tranello di chi ci dirà che servono sempre più autoritarismi, o nei rischi che le mafie approfittino di questa situazione fuori controllo, ma far rinascere dal basso valori per il bene comune. 

Un’ultima domanda, ma non ultima: la mafia è morta, sta morendo o è viva e vegeta?
Credo a questo punto di aver risposto già alla domanda. Purtroppo la mafia esiste ancora, anche se grazie all’impegno di tante persone che hanno pure sacrificato la propria vita, ha subito tanti colpi e si è indebolita, ciò non significa che non rappresenti un pericolo. La mafia si è trasformata ed è meno riconoscibile che in passato, è una mafia che si è saputa insinuare nelle istituzioni e nei luoghi di potere. Come diceva il Giudice Giovanni Falcone, “la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine”, ma perché questa fine arrivi serve un impegno da parte di tutti.

 

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