N.9, marzo 2011 – Femmina

Di: agb & gr
8 marzo 2011

La corporeità che ci costituisce -tutti- è stata generata, è cresciuta, è emersa dal corpo di una femmina, dal ventre di nostra madre. Dimenticare questo dato filogenetico e ancestrale, fondante e misterioso, da tutti conosciuto e spesso ignorato nella profondità delle sue implicazioni, significa dimenticare la Terra che ci ha generati e la Cura che ci possiede. In breve, segnerebbe un radicale allontanamento da ciò che si è. Un monito che riguarda sia gli uomini sia le donne che a volte confinano la loro femminilità in paradossali mistificazioni posticce, imposte da un atteggiamento maschilista, che più che farla emergere la negano.
Essere donna non è stato mai facile. Né lo è nelle società contemporanee, che alternano zone che ancora impongono a chi è nato femmina servitù e segregazione e zone nelle quali l’autonomia è pagata al non indifferente prezzo di una dispersione del tempo e dell’identità femminile per esigenze profondamente diverse: la famiglia, i posti di lavoro, il turbine dei sentimenti e il dovere dei gesti quotidiani che vanno assolutamente compiuti. La capacità di portare questo peso con sé e trasformarlo a volte in rabbia, altre in eccellenze professionali, a volte in alibi e altre volte in silenziosa soddisfazione, è soltanto una delle tante prove di grande forza che le femmine sanno imporre a se stesse, alla vita, ai maschi e agli uomini con i quali entrano continuamente in contatto, che illudono di assecondare e che di fatto indirizzano.
Il matriarcato non è una struttura storica o sociale, non costituisce un sogno o un incubo, ma il fondo stesso di una specie che -come tutte le altre ma in un modo assolutamente peculiare- dal corpo femminile viene generata, sedotta, guidata verso l’età adulta. Che cosa sia una donna potrà capirlo solo un’altra donna ma la sua potenza può forse comprenderla soltanto un uomo. Abbagliato, turbato, compreso dall’energia senza nome e senza fine che lo ha messo al mondo.
Come tutti i raggiungimenti umani, neppure l’ovvia e tuttavia conquistata dignità femminile è un possesso per sempre.
Nella Grecia classica la questione femminile era chiara: nessuna libertà per le cittadine, le schiave, le pornai, le flautiste. Questa lapalissiana situazione non poteva che lasciare lo spazio per comprendere e per agire. Oggi, la donna è subdolamente libera, nascostamente subordinata e obbligata a un estetismo compiacente, la cui forma estrema di mediocrità è un prodotto del potere maschile. Caso emblematico sono quegli uomini –rappresentanti e presunte guide del Paese- che promuovono l’idea che la donna debba essere considerata soltanto secondo le categorie estetiche e non per le capacità intellettive e l’impegno sociale e politico. E rimanendo nell’orto italiano, lo vediamo in quei casi in cui alcune figlie e le loro madri sembrano sognare di essere soltanto le ben retribuite complici di qualche degradato potente. Ma i testi che in questo numero di Vita pensata sono dedicati alle donne vanno per fortuna ben oltre l’orizzonte miserabile dell’adesso e testimoniano in maniere diverse e convergenti di che cosa la forza delle donne sia capace in lucida comprensione e tenace azione.
All’inquietante grazia della femmina non vanno offerte una data -l’8 marzo- o dei fiori o un tributo galante e neppure l’indifferenza del timore. Alla donna va dato ciò che è suo: l’infinita riconoscenza verso chi riempie di bellezza e di senso la vita degli umani.

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