Loris Cecchini. La materia architettonica

Di: agb & gr
12 luglio 2011

Qualunque oggetto può diventare forma perché la forma è la natura degli oggetti; qualunque materia può diventare espressione perché le cose sono segni. Questo è uno dei fondamenti dell’arte contemporanea nella radicale varietà delle sue manifestazioni, un’arte spesso incompresa anche perché come tutto ciò che è nuovo si impone su forme già date modificandole sino a ricrearle in qualcosa di completamente diverso.

In essa, uno degli universi più variegati è quello dell’arte concettuale, capace di contaminare tra di loro scultura, design, pittura, fotografia, architettura. È ciò che fa anche Loris Cecchini che trasforma le pareti in vibrazioni, la luce in acqua, l’acciaio in metafora biologica. Il sincretismo tra artificio e natura che Cecchini opera in modo affatto esplicito è un’armonia talmente geometrica da destare meraviglia in chiunque abbia avuto l’opportunità di guardare i suoi lavori dal vivo. Persino quando nulla ricorda i prodotti della terra, perché la materia è stravolta e piegata alla forma, il legame rimane potente. Ciò che di solito chiamiamo natura e quanto invece intendiamo con artificio diventano infatti un’unica realtà differente, complessa, intrisa di significati, gettata nello spazio.
 Si pensi alle due sedute in acciaio -all’entrata della Loggia degli Abati a Genova, che ha ospitato la mostra dell’artista toscano- realizzate con una sinapsi di moduli dalla forma a fagiolo che fanno pensare a un cervello o alla visione macroscopica di uno spazio invaso da immobili organismi procarioti. Si pensi a certe installazioni scultoree che ricordano la catena del DNA. Insomma, si avverte questa tensione a oltrepassare l’eccesso tecnologico per riportarlo all’armonico, al dialogo con il suo seme originario, quasi come a voler mettere il punto alla lotta tra Mondo e Terra, tra Cultura e Natura, tra esserci ed enti. Persino la piastra in resina poliestere che fa del muro un piccolo laghetto con il lieve rincorrersi di onde -magari prodotte da un immaginario sassolino- dà allo spettatore l’idea di un nuovo modo di stare al mondo degli oggetti in cui l’artificio diviene natura e la natura si fa artificio.
L’umano non può reggersi su un solo fondamento -la natura- avendo bisogno dell’altro -la cultura- che però è esso stesso natura. E l’arte è anche questo: la relazione dell’uomo col mondo mediata dalla sua capacità plasmatrice di oggetti -le opere- e di senso -la totalità. L’arte è dunque assai più di una rappresentazione -realistica o astratta che sia-; è assai più di un gioco o di una delle molteplici forme di realizzazione del soggetto; l’arte è questa totalità di senso che dall’umano scaturisce, lo salvaguarda, lo mette a rischio e quindi ne fonda la natura di animale vivente sull’orlo dell’autopoiesi e dell’autodistruzione, facitore del mondo e insieme sua parte.

I lavori di Loris Cecchini ricordano la lezione heideggeriana in cui l’abitare è conditio sine qua non di ogni costruire. È il suo progetto utopistico di un abitare poetico dell’uomo. E rimane sempre accennato questo tentativo ma presente e vivo, anche nella progettazione di modelli di case o biblioteche o costruzioni impossibili o realizzate a partire da un continuo prendersi cura dell’ambiente, entrando in esso con la leggiadria, la delicatezza e la fermezza di uno scultore che è in dialogo con la materia originaria. Come in una biblioteca costruita in Giappone, della quale si presenta qui il modellino: una struttura di vetro e di acciaio talmente coniugata all’elemento vivo da inglobare dentro di sé alberi e giardini non come fattore esornativo o ecologico ma come parte della portanza stessa della costruzione.

Alla fine, l’esistenza diventa ciò che è: puro segno, icona. E questo consente a Cecchini di prendere tra le mani qualunque materiale e trasformarlo in un visibile concetto. Emblematiche sono le sculture a parete composte di righelli e goniometri di varia lunghezza sui quali l’artista incide paesaggi naturali, forme animali, vita, ancora vita.

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Loris Cecchini
Genova – Palazzo Ducale
Loggia degli Abati
Sino al 17 luglio 2011

 

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