Prima lezione di filosofia

Di: Alberto Giovanni Biuso
12 luglio 2011

Il limpido argomentare di questo libro ha come obiettivo una complessiva rinegoziazione del concetto stesso di filosofia e delle funzioni che essa può svolgere nella conoscenza e nella vita. La prima affermazione infatti è che «un filosofo è un negoziatore concettuale» (p. 3 e titolo del capitolo 1), il quale ha il compito di chiarire agli altri saperi quanto, pur essendo in essi fondamentale, questi saperi non sono in grado neppure di affrontare poiché si pone su un livello meta rispetto ai loro strumenti, linguaggio, statuto. «Quindi, primo segno particolare della filosofia: sono filosofiche le domande cui non trovi risposta nella disciplina che le formula» (p. 33). Ad esempio:

«Come non puoi decidere che cos’è un pianeta andando a esplorare lo spazio, ma puoi metterti a cercare pianeti quando hai deciso che tipo di cosa è un pianeta, così non puoi decidere che cos’è la criminalità semplicemente contando una parte di popolazione o il numero di manifestazioni di un certo fenomeno, ma puoi capire che cosa contare quando hai deciso che cosa conta come un criminale o come atto criminale». (p. 107)

Negoziazione concettuale e metateoria si coniugano sul presupposto che la filosofia non possieda -di fatto- domande sue proprie ma quelle che si pone sarebbero tutte metadisciplinari; che non esistano problemi filosofici autonomi e universali; che la filosofia pura sia esattamente questo meta e che quindi

la distinzione tra filosofico e non filosofico coincide (spesso) con un’altra distinzione, quella tra metateorico e teorico. Le teorie permettono la formulazione di domande fattuali: le metateorie permettono la costruzione di teorie. Il negoziato sale di un livello. (p. 167)

Legata a questi elementi cognitivi ed epistemologici è una seconda definizione della filosofia, che la vede diffusa nell’esistenza, presente ovunque. Essendo un’arte argomentativa che pervade la realtà e le relazioni umane molto più di quanto i libri e gli accademici dicano, «insegnare la filosofia significa in definitiva insegnare a vederla nelle pieghe della vita» (p. 145). Anche per questo in filosofia non si pone il problema di un “progresso” delle conoscenze, che si limiterebbe soltanto a un raffinamento tecnico mirante a far emergere gli errori di ragionamento. Concezione, questa, legata a sua volta a un’altra delle definizioni fornite da Casati: «nella sostanza la filosofia è una fabbrica di condizionali: “se questa tesi è vera, allora quest’altra tesi è vera”» (p. 57).

Che in filosofia non si diano problemi universali significa anche, secondo l’Autore, che la permanenza delle domande e delle questioni nei secoli e in contesti differenti sarebbe soltanto un’impressione. La diversità delle situazioni, degli obiettivi, del linguaggio renderebbe del tutto inconfrontabili le domande e le risposte. Ad esempio, anche se Democrito, Galilei e Frank Jackson sembrano occuparsi tutti della relazione tra le qualità sensibili e il mondo, «il problema contemporaneo delle qualità sensibili non è il problema moderno e non è neppure il problema antico -se mai possiamo parlare di un vero e proprio problema in quest’ultimo caso» (p. 156). Qui sembra però agire una paradossale forma di storicismo, in un testo certamente lontano da ogni centralità della storia. Altro elemento paradossale potrebbe consistere nel fatto che diluendo la filosofia all’interno degli altri saperi e della vita in quanto tale, Casati dimostra che tutto è filosofia e la filosofia è quindi tutto.

Non troppo paradossale tale esito, tuttavia, dato che soprattutto -ma non solo- verso la fine il testo enuncia una vera e propria apologia della filosofia, per quanto apparentemente depotenziata nelle sue pretese e nella sua unicità. Che la filosofia subisca sempre il dato -e non lo crei- la fa infatti somigliare alla vita, la cui sintesi è sempre passiva rispetto alla pretesa del soggetto di creare da solo il proprio mondo. La dimensione «ancillare» del lavoro filosofico non lo renderebbe puramente esornativo o “aggiunto”; lo rende «invece come l’acqua e l’aria in cui si muovono e respirano le scienze, l’arte, e in definitiva la stessa vita quando questa non vuole essere cieco agire» (p. 167).

Se preferite, questo libro è una difesa dell’intellettualismo, della necessità di andare a fondo nelle cose anche più semplici, perché anche le cose più semplici sono la punta di un iceberg di smisurata grandezza e complessità, e a voler negoziare soltanto con la parte emersa si rischia di non andare lontano. (p. 172)

La filosofia, invece, è proprio un «guardare lontano» (p. 174). Più lontano delle scienze dure, che non ha alcun senso contrapporre alla filosofia, né per subordinarle a essa né per risolvere la filosofia nella scienza. Filosofia e scienze, piuttosto, «sono cose diverse, che fanno cose diverse con metodi diversi. Il dialogo straordinario tra scienza e filosofia viene dalla loro complementarietà, non da una inesistente guerra su un territorio disputato» (p. 111). Casati aggiunge, giustamente, che ad alcune delle sue domande indispensabili la scienza non può rispondere utilizzando i metodi suoi propri e deve cercare altrove, nella filosofia appunto, modo e linguaggio che le consentano di raggiungere gli obiettivi verso cui è diretta. E questo è possibile anche perché imparare a filosofare significa coltivare la «capacità di scorgere analogie tra argomenti e problemi in apparenza diversi» (p. 170); significa affidarsi allo straniamento e alla problematizzazione dell’ovvio come a un’occasione e non a un ostacolo1; significa saper apprendere «la venerazione» -rispetto alla vaghezza e al disordine dell’oralità- verso il testo scritto e il suo corrispondere «a una richiesta che va al di là della scrittura, la quale, per sua natura lenta, permette di costruire una vera e propria mappa del pensiero [e] porta con sé il ritratto di un ordine» (p. 136).

Certamente molte pagine di questo libro potranno sembrare proporre -a me in effetti lo sembrano- una «versione della filosofia blanda o esangue» (p. 58) e tuttavia dall’intero della negoziazione condotta da Casati si esce con la netta sensazione che la filosofia sia necessaria e immortale. E credo che in fondo questo non dispiaccia per nulla all’Autore.

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Note
1 In un libro che ha avuto un notevole successo, Casati e Varzi affermano che la Logica «ci costringe a estendere i nostri orizzonti mentali, a superare il nostro provincialismo, a pensare liberamente spingendoci al di là dell’Ovvio» (R. Casati – A. Varzi, Semplicità insormontabili. 39 storie filosofiche, Laterza, Roma-Bari 2004, p. 183).

 

Roberto Casati
Prima lezione di filosofia
Laterza
Roma-Bari 2011
Pagine 203


 

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