Banksy/Zorro

Di: Loredana Cavalieri - Giusy Randazzo
21 Maggio 2020

 

Ancora una mostra su Banksy. Ancora una volta non autorizzata dall’artista. Questa poi ha anche un titolo surreale che fa riferimento a un secondo principio dai lui mai espresso. Come se poi ce ne fosse già un primo. La mostra si apre con un self-portrait risalente ormai a venti anni fa. Non ci sorprende che l’artista si sia ritratto il volto riassumendolo nei due occhi vigili che guardano attraverso un paio di occhiali su uno sfondo di schizzi di smalto. Banksy è questo. Sempre sul pezzo. Come se quegli occhiali fossero dei potenti teleobiettivi che gli conferiscono il superpotere di cogliere esattamente il momento, di collocarsi oltre i fatti, lì dove serve. Evanescente, si materializza puntualmente quando c’è un tema caldo, quando il chiacchiericcio è forte e la schiera degli esperti si è fatta numerosa. È il momento. E lui cala la sua opera, come un giocatore d’azzardo che getta sul tavolo una scala reale massima lasciando inebetito l’avversario. Come il pugile che sferra il pugno del KO. Non c’è possibilità di ribattere. Il punto lo ha messo lui. Gli altri in silenzio perché la sua sintesi della realtà ha la stessa forza della poesia ermetica. E arriva, tocca, penetra. Sorprende tutti come il fine di un’opera barocca.

Ed ecco che lascia che siano i suoi iconici ratti, mettendo in subbuglio il bagno di casa durante il recente lockdown, a spiegarci che cosa sia lo smart working. Che sia il bambino – che preferisce la wonder-infermiera agli altri supereroi rimasti nel cesto dei giocattoli – ad esprimere per noi il generale senso di gratitudine per gli operatori sanitari.

Avevamo già tutti asciugato le lacrime con il fazzoletto della ragazza (ora “rapita”1) sulla porta di sicurezza del Bataclan e avevamo pensato a quella stella cometa del suo presepe di Betlemme, che chiaramente altro non è che il foro di una granata2.  Ma non abbiamo trovato queste opere nell’allestimento di Genova. Banksy non è il genio che può essere imprigionato all’interno della lampada, non si può circoscrivere in una mostra. Lo illustrano bene i video che proiettano alcune performance dell’artista, come quella durante l’ultima biennale di Venezia nella quale, dopo essersi finto ambulante, chiude il suo stand-denuncia sulle navi da crociera in laguna e si allontana spingendo il suo carrello. Banksy è un moderno Zorro, un personaggio mascherato dall’identità segreta che da abile spadaccino sferra i suoi colpi sempre dalla parte del popolo, contro le ingiustizie, contro le guerre, contro il sistema.  E poi, dopo essere intervenuto umiliando l’avversario, con il suo pennello a mo’ di spada, lascia il suo segno di riconoscimento. Non una Z ma la firma Banksy. A volte però neanche quella. E noi rimaniamo sospesi in attesa della rivendicazione, quasi come si aspetta il test del DNA per l’attribuzione di una paternità.

Una mostra per tutti, che strega i bambini, piace ai ragazzi e stimola gli adulti. Perché le opere di Banksy sono multilivello, come il Nome della Rosa. Ognuno può sintonizzarsi su un canale a seconda dell’età, della cultura, dell’impegno sociale, della voglia di mettersi in gioco: i bambini ritrovano i personaggi dei fumetti, i ragazzi i messaggi accattivanti delle marche più attuali, gli adulti i momenti caldi della storia più recente, gli anziani gli inviti a cogliere l’attimo di questa vita sfuggente come il memento mori in Weston Super Mare3.

Banksy è una persona. Quale sia il suo nome non importa. Lui è un po’ tutti noi. È il volto di coloro che sentono il bisogno di urlare – quando possono – il loro no deciso al neoliberismo, al consumismo, alle nuove forme di capitalismo, al brandismo. Alla globalizzazione. Lui però ha in più il coraggio. Si è reso brand per vandalizzarlo al meglio. Quale modo migliore per combattere un nemico che avvicinarlo il più possibile? E così sotto gli occhi impressionati dei molti, il 5 ottobre 2018 ha fatto a pezzi la sua tela – del valore di un milione di sterline – nella grande asta di Sotheby4. Ha distrutto il sogno di chi se lo voleva portare a casa per aggiungere un altro simbolo alla ricchezza del proprio collezionismo. Lui dona al popolo. Non devi pagare per vedere le sue opere. Sono a disposizione di tutti. E se sei povero o soltanto un membro di quella classe sociale che campa sempre deprivata della serenità di giungere a fine mese ancora tutto intero, allora puoi iscriverti al suo sito e sperare di riuscire con pochissimo ad acquistare una sua opera. Lui è Banksy. Un ribelle senza volto. Oscuro e magico. Non si arrabbia se lo vandalizzano, come hanno fatto qualche tempo fa5. Il vandalismo epistemico è una sua opera, attraverso il quale «Banksy sposa l’idea movimentata di un altro mondo possibile e affronta il tema vero del nostro reale rielaborando immaginari etici ed estetici già informati dalla realtà, sovvertendone e invertendone il senso, realizzando un’arte senza libretto d’istruzione, proprio come Steve Jobs sognò che fossero i prodotti Apple»6. Egli depreda la conoscenza acquisita per mandato, attraverso i canali della cultura dominante che si chiama capitalismo consumistico. Un vandalismo che ha un suo senso, insomma, e che non è soltanto ribellione ma anche verità.

Abbiamo deciso di affidare il mandato della verità alla scienza. Quando usiamo l’espressione “è scientificamente provato” intendiamo sostenere che la questione è indiscutibile, che tale verità è oggettiva, universale. Il nostro tempo tuttavia segna la messa in discussione delle verità scientifiche. L’emergere dei movimenti no vax, i terrapiattisti, le spinte revisioniste, le fake news, in grado di influenzare la configurazione della nostra idea di mondo, rappresentano di fatto la sopraggiunta fragilità di questo mandato di verità7.

La verità entra in crisi e lui la recupera per la collottola mentre sta annegando nelle sabbie mobili di questa struttura sociale che sin dai tempi di Marx – che si sbagliava – si chiama ancora capitalismo. È cambiato soltanto il volto. E sembra anonimo come quello di Banksy ma gli effetti sono visibili, reali, concreti, percettibili e anche brutali, feroci, sleali, infidi e anche perfidi. Così è in Banksy: le immagini parlano e non sono poesia muta, ma messaggi dalla verità sconcertante. Sono brutali come Napalm girl (2004), la bambina ritratta da Nick Ut ma che nello stencil di Banksy corre con gli allegri Topolino e Ronald McDonald. Sono sleali come la regina Vittoria in Queen Vic (2003) «impegnata in una pratica detta “queening”. La regina avrebbe dichiarato l’impossibilità delle donne di essere gay approvando di fatto leggi contro l’omosessualità»8. Sono feroci come Laugh Now (2003) in cui la scimmia diviene il testimone della tracotanza dell’uomo e del suo specismo che gli fa credere che le altre specie viventi siano su questo pianeta per lui e non con lui, ma «un giorno gli indesiderati, gli umiliati e gli oppressi sorgeranno sul resto della società»9. Questa è la feroce profezia della scimmia di Banksy. Sono infidi come CCTV Britannia (2009) in cui l’immagine – copia della personificazione della nazione britannica, il monumento che si trova a Plymouth e che celebra la sconfitta dell’invincibile armata da parte degli inglesi – nasconde altro e dice altro, non celebra, semmai condanna. A ben guardare, la lancia è il supporto per una telecamera a circuito chiuso (CCTV) «simbolo della pervasività del controllo sociale operato attraverso questo mezzo in Gran Bretagna dalla fine degli anni ‘90»10. Sono perfidi come la scultura Mickey Snake (2015), in cui un serpente ingoia tutto intero Topolino.

Dice la verità sempre, il senza volto. Attraverso la menzogna. Questo è il secondo principio di Banksy. Un ossimoro? Forse. È un artificio che si origina nell’ironia. L’ironia si presenta sotto forma di bugia. Mentire all’altro facendo credere di assumere la sua posizione è un modo per riuscire a condurlo da solo all’autoconfutazione. Così impara. Da sé e attraverso l’immagine. Impara ciò che già sappiamo ma che abbiamo reso parte delle nostre vite senza opporre resistenza. Siamo gettati nell’immondizia di un mondo annichilito dalle immagini tecniche in cui la fotografia sta affogando in una ricorsività infinita che va dalla Torre di Pisa retta dal solito turista in posa ai cartelloni pubblicitari che campeggiano ovunque. Il Web ne è stato colonizzato. E lo scopo è sempre lo stesso: farti sentire inadeguato se non possiedi ciò che non hai, farti sentire diverso se non possiedi ciò che non puoi avere, farti sentire incompleto se non possiedi ciò che non sei. Eppure, «attraverso le sue “bugie”, Banksy apre le porte alle verità di cui tutti abbiamo bisogno e in questo modo ci offre la possibilità di togliere la nostra stessa maschera, anche solo per un momento»11 e finalmente ci sentiamo liberi, ma soprattutto veri.

Banksy è certamente un artista stra-ordinario, anche per quell’incorporeità che sembra mimare l’inconsistenza fisica delle sue opere che sono lì ma non sono lì grazie alla riproducibilità digitale che le connota. Banksy è la contraddizione che vive e che mai si concilia. È reale e virtuale, come la sua produzione. Ed è così che egli ha reso davvero possibile superare l’opera attraverso l’arte e superare l’arte attraverso l’opera: «La contraddizione di Banksy è la sintesi specchiante di tutti noi, di quanto siamo coacervo di paradossi conviventi. Il suo giocare tra alto e basso, mainstream e antagonismo, pop e tragedia, non è altro che lo specchio cosciente del nostro status liquido in un mondo fisico e al contempo virtuale»12.

 

Note

1 Cfr. «Rubato il murale di Banksy dedicato alle vittime dell’attentato del Bataclan», in arteMagazine, 27 gennaio 2019, consultabile al sito web: http://www.artemagazine.it/attualita/item/8496-rubato-il-murale-di-banksy-dedicato-alle-vittime-dell-attentato-del-bataclan (ultima visita 8 maggio 2020).

2 Cfr. «Il presepe di Banksy a ridosso del muro di Gerusalemme», in Exibart, N. 22, Dicembre 2019, consultabile al sito web: https://www.exibart.com/arte-contemporanea/il-presepe-di-banksy-a-ridosso-del-muro-di-gerusalemme/ (ultima visita 8 maggio 2020).

3 Cfr. «Weston Super Mare. Banksy», in MYARTBROKER. Connecting art buyers and sellers, worldwide, consultabile al sito web: https://www.myartbroker.com/artist/banksy/weston-super-mare/(ultima visita 8 maggio 2020).

4 Cfr. M. Pirrelli, Banksy, «L’opera autodistrutta e Sotheby’s. Cosa farà l’acquirente?», in Il Sole 24 ore, 8 ottobre 2018, consultabile al sito web: https://www.ilsole24ore.com/art/banksy-l-opera-autodistrutta-e-sotheby-s-cosa-fara-l-acquirente-AERoj7IG?refresh_ce=1 (ultima visita 8 maggio 2020).

5 Cfr. V. Monti, «Banksy: che bello che il mio murale è stato vandalizzato!», in ArtsLife – the culturale revolution online, 22/02/2020, consultabile al sito web: https://artslife.com/2020/02/22/banksy-felice-murale-vandalizzato-san-valentino/ (ultima visita 8 maggio 2020).

6 S. Antonelli, «Il secondo principio di Banksy», in AA. VV., Il secondo principio di un artista chiamato Banksy, catalogo della mostra, Associazione MetaMorfosi, Roma 2019, p. 26.

7 Ivi, pp. 21-22.

8 Aa.Vv., Il secondo principio di un artista chiamato Banksy, cit., p. 126.

9 Ivi, p. 134.

10 Ivi, p. 158.

11 A. Andipa, «Banksy ci smaschera», in AA. VV., Il secondo principio di un artista chiamato Banksy, cit., p. 59.

12 G. Marziani, «Superare l’opera attraverso l’arte. Superare l’arte attraverso l’opera», in AA. VV., Il secondo principio di un artista chiamato Banksy, cit., p. 51.

 

Il SECONDO PRINCIPIO di un artista chiamato Banksy
Palazzo Ducale, Sottoporticato
Genova
23 Novembre 2019 – 24 maggio 2020

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