La libertà è donna

Di: Ginevra Roggero
21 Maggio 2020

(Liceo scientifico “E. Fermi” di Genova, classe V F, a.s. 2019/2020)

Il ruolo della donna: un enigma per la storia dell’intera società. Oggi diamo per scontata l’uguaglianza tra i generi, ma non è stato sempre così ovvio e forse non lo è tuttora.

Prima donna fu Pandora, creata da Zeus come “strumento” per punire Prometeo, che aveva rubato il fuoco agli dèi per donarlo agli esseri umani. Creata con terra e acqua da Efesto, in seguito perfezionata da Atena, Pandora ricevette un dono da ciascuna divinità: la bellezza, la grazia, il fascino, l’abilità domestica. Al contempo era in possesso di un carattere ingannevole, menzognero, insaziabile, polemico e rivendicativo. Fu quindi Zeus ad aver messo tra gli uomini «piazzato sotto la luce del sole / le donne, questo flagello subdolo per gli uomini»1.

Nell’antica Grecia la donna era considerata come un mero fatto patrimoniale; impossibilitata a uscire, era costretta a occuparsi dell’organizzazione familiare, dell’educazione dei figli, non soltanto negli spazi privati ma anche in quelli pubblici. A livello sociale, essendo totalmente sottomessa al maschio, era considerata inferiore e la sua parola non aveva alcun valore in ambito politico e sociale.

Fu proprio Platone a maturare una concezione della donna sicuramente innovativa: la donna sarebbe stata capace di partecipare sia alla vita pubblica sia al bene dello Stato. Un ideale rivoluzionario che avrebbe sconvolto i canoni di una società patriarcale. Aristotele, al contrario, si impegnò a descrivere i difetti dell’anatomia femminile rispetto a quella maschile, concludendo che le femmine «sono per natura più deboli e più fredde, e si deve supporre che la natura femminile sia come una menomazione»2.

Le guerre impegnative, l’allontanamento della figura maschile dalla sfera sociale e l’autoritarismo dell’uomo non riabilitavano il ruolo della donna, tutt’altro: costretta all’isolamento, era destinata esclusivamente a concepire i figli. Basti pensare a Penelope, moglie di Ulisse, incapace di detenere il controllo di Itaca e costretta a risposarsi pur se al contempo simbolo di fedeltà coniugale, sempre devota e rispettosa verso il marito.

Anche se totalmente sottomessa all’uomo, nell’antica Roma la donna ricopriva una condizione migliore rispetto a quella greca. Ella poteva uscire di casa in maniera autonoma, prendere parte a cerimonie e spettacoli, e inoltre era la stessa madre a occuparsi dell’educazione dei figli. Anche a Roma, come in Grecia, esistevano due tipologie di scuole: quella privata e quella pubblica. La prima consisteva in un’educazione domestica fortemente legata al mos maiorum, considerata come manifesto delle famiglie aristocratiche, nella quale uno schiavo, generalmente di origine greca, il litterator, svolgeva la funzione di maestro di lingua, insegnando ai bambini anche la propria lingua madre. La seconda, invece, poteva essere suddivisa nella scuola primaria, nella quale maschi e femmine avrebbero imparato a leggere, a scrivere, a fare i conti, allenandosi attraverso l’apprendimento mnemonico, e poi in quella presieduta dal grammaticus, in cui gli studenti – in genere maschi – avrebbero imparato a leggere e a commentare i testi, e infine in quella tenuta dal rhetor, in cui l’obiettivo era di trasformare gli studenti in veri e propri oratori. Ciononostante le donne, anche a Roma, non godevano di grandi libertà. Uno tra gli autori latini che dimostrò un eclatante misoginismo fu proprio Giovenale: «Quando sui monti la moglie preparava un selvatico giaciglio con fronde, paglia e pelli delle belve dei dintorni, non certo simile a te, Cinzia, né a te, a cui la morte di un passero arrossò gli occhietti lucenti, ma pronta a offrire a robusti figli le mammelle da succhiare, spesso più ispida del marito»3. Bersaglio prediletto dall’autore nella satira VI sono proprio le donne, troppo libere ed emancipate, viste come scempio del pudore. La critica è soprattutto rivolta alle matrone, lontane dal modello delle donne virtuose, diventate sfrontate e dominatrici, paragonabili a meretrici. Nei confronti delle donne appartenenti a classi sociali più basse, Giovenale dimostra una maggior tolleranza, indicandole come termine di confronto per dimostrare la degradazione delle matronae contemporanee.

Durante il periodo dell’Alto Medioevo la condizione di inferiorità della donna venne ribadita e confermata dalla Chiesa. Tommaso D’Aquino riaffermò la sottomissione della donna e la sua subordinazione rispetto all’uomo. Il ruolo di aiuto – a cui il filosofo si riferisce – è semplicemente finalizzato alla procreazione, essendo gli uomini indipendenti nelle altre attività. La nascita di una bambina era considerata una disgrazia: costretta a rimanere a casa, vedeva trascurata la propria educazione. Le uniche che potevano accedere alla cultura erano quelle che vivevano nei monasteri o nei conventi.

A livello artistico e letterario, al contrario, la donna assunse un ruolo dominante considerata come una profonda ispiratrice in quasi tutte le arti; basti pensare alla donna angelicata tipica dello Stilnovismo o alla Beatrice dantesca guida di Dante nella Vita Nuova e in seguito dell’intera umanità, nell’ultima cantica della Divina Commedia.

È tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo che si poté iniziare a parlare di femminismo e di movimenti di emancipazione delle donne. La Rivoluzione francese, la volontà di contrastare un collettivo atteggiamento misogino e il desiderio di equipararsi al genere maschile portarono alcune donne a rivendicare l’uguaglianza, la libertà e la giustizia a livello sociale e politico. In realtà, nonostante la Rivoluzione francese si fosse fatta promotrice di valori democratici, essa non aveva permesso un vero e proprio cambiamento nella visione sociale della donna. A ben ragione Mary Wollstonecraft si indigna riportando la tesi di Rousseau, il quale riteneva che la donna non dovesse mai sentirsi indipendente, ma «she should be governed by fear to exercise her natural cunning, and made a coquettish slave in order to render her a more alluring object of desire, a sweeter companion to man, whenever he chooses to relax himself. He carries the arguments, which he pretends to draw from the indications of nature, still further, and insinuates that truth and fortitude, the corner stones of all human virtue, should be cultivated with certain restrictions, because, with respect to the female character, obedience is the grand lesson which ought to be impressed with unrelenting rigour. What nonsense!»4. Insomma per il filosofo svizzero l’unica grande lezione da impartire alle donne era l’obbedienza.

È necessario ricordare però che fu proprio durante la Rivoluzione francese che la voce delle donne cominciò a esprimersi collettivamente, basti pensare alla marcia su Versailles del 1789 considerata come uno dei primi esempi di attivismo militare femminista oppure alla nascita di associazioni o di circoli per donne, definiti club femministi. La maggior parte di queste donne vennero punite per la loro militanza, chi con la denuncia pubblica, chi con l’arresto, altre ancora persino con l’esilio ma, nonostante la violenza e la prepotenza del sesso maschile, non si arresero. Non si arresero perché convinte che la loro voce avrebbe generato un’eco profonda che sarebbe stata amplificata dalla storia e avrebbe introdotto cambiamenti sostanziali. Charlotte Corday, Simone de Beauvoir, Olympe de Gouges sono solo alcune delle donne che in varie epoche ebbero il coraggio di difendere il proprio ruolo non tanto nell’ottica di sovrastare l’altro, ma piuttosto per rivendicare anche il diritto naturale alla libertà.

A partire dall’Ottocento la rivendicazione dei diritti e il desiderio di ottenere la libertà di espressione e di partecipazione portarono, in ambito artistico e letterario, a coniare l’immagine della femme fatale, la donna vampiro, la mantide religiosa. Dominatrice del maschio fragile e sottomesso, lussuriosa, fascinosa, capace di consumare le energie vitali portando il sesso maschile alla perdizione e alla distruzione. L’uomo divenne quindi vittima di un rapporto amoroso trasformatosi in una guerra crudele e spietata tra sessi, una relazione conflittuale che avrebbe portato al prevalere di un individuo sull’altro. In Fosca di Tarchetti, ne Il piacere di D’annunzio, ne La belle dame sans merci di Keats oppure ne Le Vampire di Baudelaire è possibile notare come siano presenti chiari esempi di donne fatali. Fosca venne presa come esempio nelle opere del Decadentismo. Dall’aspetto paragonabile alla morte, porterà Giorgio alla totale perdizione. Si parla di un rapporto ossessivo, un legame morboso che intaccherà la genuina relazione con Clara, portando il protagonista alla totale subordinazione. Anche Elena Muti ne Il piacere può essere considerata come incarnazione della donna fatale.

Era uno spirito senza equilibrio in un corpo voluttuario. A similitudine di tutte le creature avide di piacere, ella aveva per fondamento del suo essere morale uno smisurato egoismo. […] Ella era la donna delle passioni fulminee, degli incendi improvvisi. Ella copriva di fiamme eteree i bisogni erotici della sua carne e sapeva trasformare in alto sentimento un basso appetito…5.

Innamorato follemente di Elena, ma costantemente rifiutato dalla donna, Andrea attraverserà un periodo complesso, afflitto dalla rottura del rapporto con lei. Disgustato e deriso a causa del comportamento della donna, ormai sposata con un ricco inglese per sanare la crisi economica, Andrea descrive in maniera crudele il comportamento di Elena, rendendosi conto della falsità di alcuni suoi atteggiamenti. Si tratta, quindi, di un ritratto allo specchio in quanto il protagonista riconosce la propria falsità nel comportamento scorretto della donna. Infine ne La belle dame sans merci,la dama dichiara di essere “figlia di una fata” e di amare il cavaliere che, affascinato dalla bellezza della donna, cade in un sonno profondo durante il quale ha una visione di principi e di re che lo ammoniscono. Soggiogato alla donna, quando si sveglia, il cavaliere scopre di essere solo sul colle desolato dove sconsolato rimane ad attendere.

In ambito filosofico, John Stuart Mill, uno dei massimi esponenti del liberalismo e dell’utilitarismo, venne influenzato dalle idee femministe della moglie e della figliastra e forse per questa ragione pubblicò La servitù delle donne, rivendicando la parità dei sessi nel contesto familiare, il suffragio universale e l’abolizione della schiavitù, sostenendo che ciò potesse migliorare anche gli uomini, i quali non si sarebbero più sentiti superiori solo perché maschi.

Altra figura di spessore fu Malwida Von Meysenbug, nata e cresciuta durante il periodo dei moti del ’48, la quale comprese immediatamente che avrebbe dovuto lottare per contribuire all’emancipazione della donna, per la difesa degli ideali democratici ed egualitari. L’atteggiamento combattivo e attivista le costò l’esilio; frequentò i circoli di esuli politici in tutta Europa e strinse una solida amicizia con Wagner e Nietzsche.

Gli atteggiamenti rivoluzionari a partire dalla Rivoluzione francese coinvolsero l’intera popolazione tanto che si può persino parlare di ondate femministe. Le prime rivendicazioni femministe – alla fine del XIX secolo e all’inizio del successivo – riguardarono l’istruzione e il diritto al voto e al lavoro in condizioni sostenibili. Protagoniste furono le suffragette britanniche che marciarono su Manchester e Londra per rivendicare i propri diritti. In Italia furono poche le donne protagoniste del fenomeno risorgimentale. La Finlandia fu il primo paese nel quale si giunse nel 1906 al suffragio universale, seguirono poi la Gran Bretagna, l’Italia, la Francia e gli Stati Uniti.

Durante la Prima Guerra mondiale mentre gli uomini vennero arruolati nell’esercito, le donne li sostituirono nelle fabbriche – molte delle quali erano state trasformate in industrie belliche –, cosicché la manodopera femminile crebbe considerevolmente. La vita nelle trincee, l’angoscia e la paura del nemico resero insopportabili le condizioni di vita durante la Grande Guerra ma nonostante ciò con il conflitto mondiale si giunse a una maggior emancipazione femminile in ambito sociale e industriale. Con la fine della guerra, a causa dell’abbassamento dei salari, della recessione delle industrie, dei debiti da pagare e dell’aumento del fenomeno della disoccupazione, si diffuse un malcontento popolare che spinse le donne ad armarsi per difendere i diritti ottenuti durante la guerra. Le delegate socialiste americane decisero di introdurre una giornata dedicata alla rivendicazione dei diritti delle donne e fu proprio nel 1921 che a Mosca si tenne il congresso dell’Internazionale comunista, a seguito del quale si decise di fissare all’8 marzo la “Giornata internazionale dell’operaia”. In alcuni Paesi fu possibile giungere al suffragio universale mentre in territori quali l’Italia o la Germania i regimi maschilisti resero insopportabili le condizioni di vita delle donne. Per il fascismo la donna, costretta ad obbedire, non avrebbe potuto rivestire alcun ruolo sociale. L’unico compito attribuibile alla figura femminile sarebbe stato quello di custodire la casa e di prendersi cura dei figli. La donna doveva quindi identificarsi come moglie fedele e madre premurosa.

Sono giovani, sono belle […] Naturalmente le prendo, poi non ricordo più né il loro nome né come sono fatte6.

Questa era la considerazione che Mussolini aveva delle donne: uomo politico preda di una forma compulsiva di dipendenza sessuale, ipocrita e volgare, portò avanti una politica antifemminista, considerando le donne come semplici casalinghe unicamente dedite alla maternità. Il duce si fece promotore della battaglia demografica con la quale tentò di alleviare il calo della natalità introducendo una tassa per i celibi e vantaggi per le famiglie numerose. La prole era considerata utile in quanto futura manodopera, da usare anche in ambito militare ed economico.

Le donne furono nuovamente integrate nella società solo dopo l’inizio del secondo conflitto mondiale. La guerra portò molti cambiamenti all’interno della società. In questo periodo, avendo ottenuto una certa libertà, la donna era considerata al pari del genere maschile e infatti partecipò al conflitto impegnandosi sul fronte di guerra oppure sostituendo i lavoratori all’interno delle fabbriche.

In realtà, nel mondo occidentale, la vera emancipazione cominciò a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale, quando – nel 1946 – le donne parteciparono in Italia alle elezioni per l’Assemblea Costituente e, nel 1948, alle prime elezioni politiche. La seconda ondata femminista (1960-1980) concesse alle donne di assumere un ruolo effettivo all’interno della società. Il periodo di estrema prosperità economica statunitense intaccò le strutture sociali del passato; le donne, che durante la guerra avevano rivestito incarichi lavorativi di rilievo, si fecero promotrici di tematiche innovative quali la sessualità, i diritti domestici e la parità dei sessi sul posto di lavoro. Negli Stati Uniti venne messa in circolazione la pillola contraccettiva mentre in Italia i principali movimenti femministi si fecero garanti dei diritti di famiglia abolendo il delitto d’onore. L’art. 587 del codice penale consentiva infatti di ridurre la pena a chi fosse responsabile dell’uccisione di un parente al fine di difendere «l’onor suo o della famiglia»7. La causa doveva ricercarsi in una «illegittima relazione carnale» che coinvolgesse una delle donne della famiglia, la quale poteva quindi essere uccisa – così come l’amante – come atto di offesa all’onore. Al tempo della promulgazione del Codice Rocco (che riprendeva concetti già presenti nel Codice Zanardelli), vigeva contemporaneamente l’istituto del «matrimonio riparatore»8, che prevedeva che lo stupratore di una minorenne – se avesse acconsentito a sposarla, salvando così l’onore della famiglia – non sarebbe stato accusato di violenza carnale. Se la ragazza avesse rifiutato la proposta, emarginata dalla società, non sarebbe stata sposata da nessun altro. Nel 1968 le donne si ribellarono, rivendicando un effettivo diritto all’uguaglianza con gli uomini. La terza ondata femminista (anni 1990-2000), infine, viene intesa come una continuazione della “seconda ondata” e una risposta alla percezione dei suoi fallimenti.

Purtroppo, però, è bene ricordare che, così come il processo di emancipazione sociale non seguì un filone unitario e omogeneo, anche nel mondo di oggi non è possibile affermare di aver raggiunto una condizione di totale uguaglianza. In molti paesi islamici, per esempio, la donna è costretta a indossare il velo e a sottostare alle leggi imposte dall’uomo, obbligata a lavorare in casa e a mantenersi economicamente tramite il lavoro del marito. Anche in molte nazioni dell’Africa la donna è vittima di mutilazioni e di violenze. Nonostante, la situazione della donna in Occidente sia certamente migliore rispetto a quella di altre parti del mondo, non bisogna abbassare la guardia ritenendo che la questione egualitaria tra i sessi sia un fatto ormai scontato. Accade ancor oggi che la donna venga ritenuta inferiore o venga maltrattata o violentata o uccisa, per quanto sia inammissibile per una società come quella occidentale, ormai totalmente modernizzata e considerata tra le più evolute.

«State molto attenti a far piangere una donna, che poi Dio conta le sue lacrime! La donna uscì dalla costola dell’uomo, non dai piedi per essere calpestata, non dalla testa per essere superiore ma dal lato, per essere uguale, sotto il braccio per essere protetta, accanto al cuore per essere amata» 11.

 

Note

1 Euripide, «Ippolito», in Le tragedie, trad. e cura di A. Tonelli, Marsilio, Venezia 2007, vv. 616-617, p. 103.

2 Aristotele, Riproduzione degli animali (De Generatione animalium), in Aristotele, «Opere», trad. di D. Lanza e M. Vegetti (riprodotta dal volume a loro cura Opere biologiche di Aristotele, UTET, Torino 1971), Libro IV, Laterza, Roma-Bari 2019, 775a 15-16.

3 Giovenale, «Il tramonto di Pudicizia e il trionfo della luxuria», in Satire, trad. di B. Santorelli, Mondadori, Milano 2011, 6, vv. 1-20.

4 M. Wollstonecraft, «A Vindication of the Rights of Woman: with Strictures on Political and Moral Subjects», in Readings on Human Nature, a cura di P. Loptson, Broadview Press, Ontario (Canada) 1998, p. 429.

5 G. D’Annunzio, Il piacere, Arnoldo Mondadori, Milano 1951, p. 251.

6 B. Mussolini in M. Innocenti, Le signore del fascismo: donne in un mondo di uomini, Mursia, Milano 2001, p. 46.

7 Art. 587 del Codice penale (approvato nel 1930), Illegalità del delitto d’onore e del matrimonio riparatore, ormai abrogato con la legge 5 agosto 1981, n. 442.

Art. 544 del Codice penale ormai abrogato con la legge 5 agosto 1981, n. 442.

9 «Dio conta le lacrime delle donne», in Talmud Yerushalmi (Talmud Gerosolimitano), trad. inglese di A. Cohen, trad. it. di A. Toaff, Laterza, Bari 1999, p. 79.

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