Naturalmente imperfetti

Di: Giovanni Altadonna
21 Maggio 2020

 

“Ebbene, mio caro Pangloss,” disse Candido, “quando siete stato impiccato, sezionato, riempito di botte, messo ai remi della galea, avete sempre pensato che tutto andasse per il meglio?” “Resto sempre della mia prima opinione,” rispose Pangloss, “perché in fin dei conti sono filosofo, non mi conviene contraddirmi, giacché Leibniz non può aver torto, e l’armonia prestabilita è la più bella cosa del mondo, come il pieno e la materia sottile”1.

La fede ostinata nel migliore dei mondi possibili, oggetto della satira tagliente di Voltaire nel Candide, non è tramontata. Quando non si manifesta esplicitamente in anacronistiche professioni di fede nel progresso, nell’inevitabilità degli eventi, nella necessità della Storia, essa assume le forme più sottili dell’adattazionismo nella teoria dell’evoluzione: l’idea (oggi ampiamente screditata) che ogni carattere, ogni comportamento degli organismi si sia sviluppato in passato per lo scopo che ricopre attualmente, secondo la migliore delle vie possibili. Il “paradigma di Pangloss”, com’è stato definito2, è un’idea fallace, che inferisce l’ottimalità del presente a partire dalla sua mera esistenza: è l’illusione del “senno di poi”, il quale «fa apparire necessario e compiuto, cioè perfetto, ciò che non lo è per nulla. Ci induce persino a rovesciare la realtà» (p. 20). Non si pensa, molto spesso, all’altra ovvia alternativa: che lo stato delle cose è effettivamente subottimale, o imperfetto. L’evoluzione biologica è meglio testimoniata dalle imperfezioni in divenire che dagli adattamenti perfetti, o presunti tali. L’imperfezione domina nel mondo, ed è la testimonianza più decisiva delle vie della storia, tanto naturale quanto umana.
Queste le tesi fondamentali del libro Imperfezione. Una storia naturale, dell’evoluzionista e filosofo della scienza Telmo Pievani. In un viaggio ideale lungo circa 13 miliardi di anni, che ripercorre le grandi discontinuità della storia cosmica, genetica, biologica e infine (buoni ultimi) umana, l’autore sostiene che l’evoluzione è costellata da imperfezioni, risultati subottimali che hanno avuto successo, e che anzi proprio tali imperfezioni segnino i passaggi decisivi, e per nulla scontati, del cammino evolutivo; il quale non è una marcia trionfale di progresso, ma un’esplorazione di possibilità. Tutta questa serie di eventi, infatti, non era preordinata. Siamo vittime del fantasma del dottor Pangloss quando pensiamo che l’universo sia stato previsto per noi. La storia dell’universo ha una proprietà comune a ogni processo storico: la contingenza, per cui le congiunture «sono imprevedibili perché gli stati precedenti del sistema sono necessari ma non sufficienti per predirle in anticipo, e a loro volta gli stati futuri del sistema sono causalmente dipendenti da loro» (16). Noi siamo tuttavia portati a considerare il corso della storia come necessario, ignorando le possibilità di realizzazione di condizioni non verificatesi ma potenzialmente plausibili3.

L’avventura dell’evoluzione biologica comincia anch’essa con un’imperfezione: un errore di copiatura, un banalissimo e apparentemente insignificante errore di trascrizione del codice genetico da parte dei primi replicatori, introduce la varietà in un mondo altrimenti appiattito sul vicolo cieco dell’identità assoluta4. Un altro decisivo passaggio nella storia della vita, l’aggregazione integrata di cellule in tessuti, organi, organismi pluricellulari, non è scevro da pericolose imperfezioni: «la condizione pluricellulare è un compromesso imperfetto tra l’egoismo cellulare e la cooperazione a livello di organismo» (p. 34). Lo sanno le persone che ogni giorno devono lottare contro la proliferazione incontrollata di quelle cellule “egoiste” che sfuggono al controllo dell’organismo, moltiplicandosi oltremisura. «Non ha senso. Solo un’evoluzione imperfetta può spiegare il cancro» (35).

La strada evolutiva che ci ha condotto a esistere, a essere ciò che siamo, non era obbligata. L’evoluzione biologica è una storia punteggiata da imprevisti che rimodellano i bioti5 drasticamente, imponendo una direzione irreversibile al tempo della vita: si tratta delle estinzioni di massa, le quali imprimono una direzione particolare (sebbene non necessaria) alla storia della vita perché i «sopravvissuti fortunosi della catastrofe precedente diventeranno le vittime della successiva» (51). I fortunati superstiti ai cataclismi del passato, sopravvissuti per motivi non legati all’adattamento, sono gli antenati imperfetti dei bioti futuri. In una simile lotteria, gli adattamenti, che sono sempre legati a un ambiente specifico, possono risultare non solo inutili ma addirittura letali quando quegli ambienti vengono stravolti: secondo la prima legge dell’imperfezione «il perfetto può sempre tramutarsi in imperfetto al variare di circostanze che non decidiamo noi» (58). L’evoluzione non è perfetta anche perché deve fare i conti con l’eredità ingombrante di strutture che vengono mantenute piuttosto che eliminate perché una loro riconfigurazione sarebbe troppo dispendiosa e, a conti fatti, impossibile: esse includono strutture ridondanti, inutili, che hanno perso l’originaria funzione e tuttavia non scompaiono del tutto (tratti vestigiali). Infatti «non è necessario e inevitabile che ogni parte di ogni organismo svolga una determinata funzione ottimale. Potrebbe altresì essere una conseguenza di altri fattori, di vincoli strutturali o di sviluppo, o una reminiscenza del passato che non se ne vuole andare» (73). L’opinione che in natura tutto serva a qualcosa è un pregiudizio dettato da una visione panglossiana del mondo.

Esistono anche caratteri che, già presenti, vengono cooptati per una funzione nuova: tale fenomeno prende il nome di exaptation6. Così, il panda gigante, non potendo sviluppare un dito opponibile per afferrare il bambù di cui si nutre, modifica (non intenzionalmente, sia chiaro, ma metaforicamente sotto pressione della selezione naturale) un osso del polso, il sesamoide radiale, che diventa in tal modo un “sesto dito”: non è il massimo dell’ingegneria, ma funziona e questo è sufficiente per un processo, la selezione naturale, che, come un bricoleur, lavora con i materiali disponibili (cfr.  81-83)7. Gli enti della natura sono le opere di un artigiano, non le macchine perfette di un Progettista Intelligente. Questo orso erbivoro asiatico, simbolo delle battaglie per la conservazione della biosfera, diventa dunque l’emblema della quarta legge dell’imperfezione: «il riutilizzo di strutture già esistenti rende molto frequente in natura la presenza di strutture subottimali, cioè imperfette» (80; corsivo nel testo).

Persino due «tra i più complessi e creativi sistemi mai inventati dall’evoluzione – il genoma e il cervello – sono reticolari, ridondanti, palesemente imperfetti, inutilmente complicati, figli di rabberci, aggiustamenti, accrocchi e compensazioni» (129). Cosa dire, dunque, di Homo sapiens, che Pierre Teilhard de Chardin giudicava «colui sul quale, e nel quale, l’Universo si avvolge»8? Come primati bipedi provvisti di un gran cervello, ma pur sempre sorti un secondo fa in termini geologici, ci teniamo il coccige, il mal di schiena, i dolori al collo, e numerosi altri disturbi legati alla nostra evoluzione imperfetta (cfr. 135-143). Ci gloriamo delle peculiarità insostituibili della nostra specie (come insostituibili sono gli espedienti degli altri animali), ma dimentichiamo i risvolti negativi di questi “adattamenti perfetti”, quali il bipedismo e una mente complessa, se non quando facciamo i conti col dolore, fisico e non solo. Neanche il linguaggio è un adattamento così perfetto come si pretende che sia: «meraviglioso strumento di capolavori letterari, il linguaggio umano è anche foriero di innumerevoli e sfinenti incomprensioni, di associazioni arbitrarie tra parole e significati, di generalizzazioni vaghe, di ambiguità lessicali e incongruenze semantiche, di irregolarità idiosincratiche di ogni tipo» (149-150).

Siamo vittime del fantasma del dottor Pangloss quando pensiamo che la sofferenza di Giobbe, archetipo del dolore innocente, sia necessaria e sempre “per il meglio”: ma dov’è questo “meglio”? Dov’è il “meglio” per un bambino nato con malattie genetiche incurabili? Quale Sommo Ingegnere avrebbe deliberatamente progettato una macchina talmente imperfetta da essere capace di autodistruggersi, direttamente tramite la violenza fratricida e indirettamente tramite la distruzione della propria “casa comune”? L’essere umano, dispositivo semantico per eccellenza, ha saputo elaborare diverse risposte consolatorie a tali domande. Del resto, come afferma Pievani, siamo maestri nell’arte dell’autoinganno (cfr. 72). Non solo: una quantità di recenti acquisizioni nel campo delle scienze cognitive sembra indicare che abbiamo una predisposizione di origine adattativa a leggere la realtà che ci circonda in una chiave teleologica e a individuare relazioni causali laddove potrebbe esserci soltanto una mera correlazione: tali strategie, che in un passato non lontano erano utili ai nostri antenati per discernere una situazione pericolosa da una innocua, oggi sono sorgente delle superstizioni più varie. «Davanti a un evento improbabile che si realizza sotto i nostri occhi, subito pensiamo: non può essere un caso! Era destino. E invece era proprio un caso» (177).

Contingenza, compromesso, vincoli, riuso, eccedenza, sfasamento ambientale: queste le sei imperfezioni che ci hanno reso ciò che siamo secondo Pievani. Una parte della risposta circa i fondamentali quesiti filosofici “cos’è la vita?”, “chi è l’uomo?”, non può prescindere da queste parole chiave. Siamo un condensato di imperfezioni, ma ce la siamo cavata, almeno fino a questo punto. Il fatto di essere qui non ci autorizza a inferire che questo è il migliore dei mondi possibili, ma al contempo non implica un approdo passivo alla disperazione: l’imperfezione naturale infatti «non è sorella del nichilismo. Non significa che tutto è frutto del mero caso e che le nostre azioni sono irrilevanti. C’è molto da fare, nel mondo dell’imperfezione» (192). L’imperfezione naturale deve essere un invito a non pretendere troppo da quel «grumo di materia che siamo»9 (ad esempio, ad essere perlomeno sospettosi nei confronti dei sogni del post-umanesimo: cfr. 170), riconoscendo il nostro limes, ma senza per ciò indulgere in una “apologia dei difetti”. «L’imperfezione è alquanto naturale, d’accordo, ma non per questo essere imperfetti è positivo, giusto, e men che meno piacevole. Non possiamo negare che l’imperfezione sia anche sofferenza, rimpianto, anelito deluso, mortalità, spreco, vanità» (188). Essa può spiegare le sorgenti del male fisico, ma non è affatto una giustificazione del male morale. Contrariamente a una convinzione romantica ancora diffusa, la natura non è maestra dell’etica. Essa è fenomenologicamente amorale. Darwin lo aveva capito molto bene: che quanto avvenga negli ecosistemi non possa contenere messaggi morali era fra i motivi che lo portavano a diffidare delle spiegazioni fornite dai teologi naturali del suo tempo circa la perfezione del creato, pretesa testimonianza dell’esistenza di Dio10.

In definitiva, per i temi sopra evidenziati, il saggio di Pievani appare un’ottima occasione di riflessione filosofica a partire dalle più recenti acquisizioni nell’ambito delle scienze della vita, presentate a un pubblico di non specialisti con linguaggio accessibile e nondimeno rigoroso. In ciò egli rispecchia molto bene quella sensibilità, profondamente umanistica, di dialogo fra Humanities e Natural sciences che era propria del suo maestro Stephen Jay Gould. Un’esigenza il cui bisogno è ormai avvertito da più parti, ma che è necessario ribadire.

 

Note

1 F.-M. Arouet (Voltaire) [1759], Candido o l’ottimismo, trad. di S. Gargantini, Feltrinelli, Milano 2018, p. 118.

2 S.J. Gould, R.C. Lewontin (1979), The Spandrels of San Marco and the Panglossian Paradigm: A Critique of the Adaptationist Programme, in «Proceedings of the Royal Society of London», series B, Vol. 205, No. 1161, pp. 581-598. Cfr. anche A.G. Biuso, Aión. Teoria generale del tempo, Villaggio Maori Edizioni, Catania 2016, pp. 63-64.

3 Anche Edgar Morin considera la nozione della storia come progresso lineare un grave ostacolo alla sua comprensione: egli afferma che «la storia avanza, non già in maniera frontale come un fiume, ma con deviazioni che dipendono da innovazioni o da creazioni interne, o da eventi o casi esterni» (E. Morin, I sette saperi necessari all’educazione del futuro, trad. di S. Lazzari, Raffaello Cortina, Milano 2001, p. 83).

4 Morin individua a tal proposito un’interessante analogia fra evoluzione biologica ed evoluzione culturale: in entrambi i casi, “evoluzione” significa “discendenza con modificazioni”, non “progresso”. L’evoluzione culturale, al pari dell’evoluzione biologica, è «frutto di una devianza riuscita» (E. Morin, I sette saperi necessari all’educazione del futuro, cit., p. 84).

5 Per biota si intende l’insieme di specie viventi in un determinato contesto spaziotemporale.

6 Il concetto di exaptation è stato coniato negli anni Ottanta da Gould e Vrba al fine di distinguere i caratteri cooptati per un nuovo uso da quelli originariamente sviluppati per l’uso attuale (ad-aptation). Tuttavia esso si ritrova, sebbene non formalizzato, già in Darwin. Per approfondire cfr. S.J. Gould, E. Vrba, Exaptation. Il bricolage dell’evoluzione, trad. di C. Ceci, Bollati Boringhieri, Torino 2008.

7 Questo celebre esempio è stato proposto e descritto da S.J. Gould, Il pollice del panda, Il Saggiatore, Milano 2016, pp. 17-23.

8 P. Teilhard de Chardin, Il posto dell’Uomo nella Natura. Struttura e direzioni evolutive, trad. di A. Tassone Bernardi, Jaka Book, Milano 2011, p. 23.

A.G. Biuso, Temporalità e Differenza, Olschki, Firenze 2013, p. 4.

10 Cfr. S.J. Gould, Natura non morale, in Id., Quando i cavalli avevano le dita. Misteri e stranezze della natura, trad. di L. Sosio, Feltrinelli, Milano 20179, pp. 31-44.

 

Telmo Pievani
Imperfezione
Una storia naturale
Raffaello Cortina Editore, Milano 2019
Pagine 198

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