I 90 anni di zia Sara

Di: Eva Luna Turino
16 Novembre 2020

 

A novant’anni non è raro che le proprie orecchie si trasformino in vasi, vasi in cui peli lunghi e brizzolati decidono di porre radici come carote. A differenza degli ortaggi, però, i peli non vanno annaffiati, né potati, né curati: crescono orgogliosi e senza difficoltà, decisi a colonizzare tutti i territori disponibili, spingendosi fin oltre i lobi. Devi guardarti dai peli delle orecchie – nati dalla profondità dei timpani e protesi verso il cielo – perché senza che tu te ne accorga diventano possessivi, gelosi del proprio fertile terreno, e così decidono di non farci entrare più nessuno, non un singolo chicco di polvere, non un povero mignolo curioso. Si ostinano così tanto a difendere la propria tana da non lasciare neanche un misero spiffero per far passare i suoni, i quali rimangono bloccati sull’uscio del tunnel, costernati dalla consapevolezza che non arriveranno mai al destinatario.
Proprio per questo la zia Sara – nel giorno del suo novantesimo compleanno, tanto agognato da nipoti e amici – non aveva risposto né allo squittante rantolio del citofono, né al fastidioso urlare del telefono, e neanche al bussare della porta, facendo temere a tutti il peggio: che la nonnina quasi centenaria fosse morta.
Ma la zia Sara, arzilla volpe nata in boschi ormai perduti, era ben lontana dall’essere morta; le sue orecchie erano adesso così pelose da non lasciar penetrare neanche il suono più ruggente, e così i nipoti e gli amici – spaventati dal silenzio ricevuto in risposta al loro bussare e chiamare – decisero di tornare a casa, desolati, pensando che la nonnina si fosse dissolta nel nulla da cui tutti proveniamo. Di certo può apparire curiosa, ad un occhio non abituato alle stranezze, la rassegnazione con cui tutte quelle persone se n’erano andate via, allontanandosi dal vialetto nella convinzione che non ci fosse più nulla da fare per la vecchina.

Ella viveva in una minuta villa di un ordinario villaggio non distante dalla metropoli e nemmeno dalla verde foresta; a questo, però, non dava molta importanza, perché da quando si era trasferita non era mai sorto in lei l’interesse di addentrarsi nel circondario, limitandosi a gironzolare per casa o per il villaggio, riparando orologi e, quando necessario, anche liti. Aveva i capelli lunghi, ondulati e grigi, che profumavano di salvia e legno e che ogni tanto, se mossi dal vento, sprigionavano una nube di polvere bianca colpevole degli starnuti di tutti gli sfortunati passanti. Quando camminava sembrava quasi levitare, leggera com’era, e non di rado abitanti della cittadina giuravano di aver visto l’ombra della sua gonna sulla strada non sorretta da alcun piede, accusandola di essere una strega, capace di volare; a turno il gelataio o il farmacista smentivano queste voci in modo gentile, affermando – in base alla stagione – che l’accusatore fosse stato colpito dal Sole cocente o dal freddo impervio, e che quindi la sua vista fosse stata corrotta dalle condizioni climatiche. In realtà, anche i suoi difensori non erano certi dell’infondatezza di tali dicerie, ma preferivano restare nel dubbio e non dare adito ad inutili, se non dannosi, pettegolezzi.
Sara non aveva figli, né fratelli. Eppure, non c’era anima viva che non la chiamasse “zia”, o “nonna”. Si era trasferita in quella casa sessant’anni addietro e la sua presenza nella vita del circondario aveva segnato uno spartiacque ben pronunciato, tanto che i più anziani del villaggio, nostalgici, collocavano le loro avventure giovanili sempre in un tempo imprecisato che poteva esser stato “Avanti Sara” o “Dopo Sara”. In fondo non c’era poi molto che le persone sapessero di lei; non dimostrava un atteggiamento schivo, eppure aveva un talento innato nell’omettere, nascondere o semplicemente tacere tutto ciò che la riguardasse. Uno dei più anziani superstiti, Milo – il lentissimo giardiniere di tutto il lato Ovest della cittadina, che nessuno osava rimpiazzare nonostante la sua pronunciata artrite e la sua ormai pessima cura delle piante – giurava di essere stato presente all’arrivo di Sara quel lontanissimo mercoledì di tante decadi fa; sporca e frastornata, con in mano solo una valigia e le chiavi della sua auto, aveva tutta la gonna sporca di sangue; l’ancora aitante giardiniere, curioso, pensò che nel paese di provenienza di quella stramba ragazza non dovessero esistere i panni mestruali.
L’unica informazione che i nipoti avevano riguardo il posto da cui proveniva la zia Sara era che lì le vecchine – al momento della morte – si trasformavano in polvere, o in foglie, o in fili di cotone, senza che se ne potesse più ritrovare il corpo. Per quanto surreale potesse sembrare, ognuno di loro credeva a questa storia, considerando che la nonna non diceva mai bugie; nonostante ciò, si erano così abituati alla sua mistica presenza da ritenerla immortale, convinti come sempre lo si è di essere l’eccezione alla regola e di non essere destinati alla sofferenza mortifera a cui tutti gli altri sono invece condannati.

La zia Sara si trovava sempre nel posto giusto, al momento giusto: tirava giù la maniglia dell’ingresso ancor prima che i suoi ospiti suonassero il citofono, anche quando non l’avevano avvisata che sarebbero arrivati; se udiva da lontano la loro pancia brontolare si presentava alla porta con del pane al pomodoro e cipolle, se notava la siccità della loro lingua si affrettava a porgere loro un ghiacciolo all’amarena fatto in casa, e se sentiva che erano tristi, prima ancora di varcare l’uscio, era possibile coglierla con le braccia aperte e il carillon acceso, pronta alla danza; per questo furono tutti sorpresi nel non trovarla ad aspettarli sul varco d’ingresso il giorno del suo novantesimo compleanno, e si convinsero subito della sua dissoluzione, consapevoli che nulla in quella casa era lasciato al caso, nemmeno il silenzio.
Così, arrivati con le buste piene di regali e le teglie piene di cibi fino allo zerbino, per la prima volta in vita loro si ritrovarono a dover suonare il citofono, e lo sconcerto iniziò a farsi spazio tra i loro pensieri. Il citofono, strumento ancora vergine, si risvegliò dal suo lungo sonno, felicissimo di essere finalmente usato; la sua delusione – nel rendersi conto che la melodia che per anni aveva aspettato di suonare, udire, ed essere non era altro che un inutile ed inflazionato dlin dlon – non fu di certo superiore alla paura di tutti i presenti: la nonnina quasi centenaria era morta, non c’erano più dubbi. Consci degli ammonimenti di Sara sul modo in cui il suo corpo si sarebbe dissolto, decisero all’unisono di tornare a casa. Lungo il tragitto comprarono delle amarene ed una gelatiera.

[Il disegno è dell’Autrice del racconto]

[Pdf_zia_Sara_VP23_novembre_2020]

 

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