La migliore delle istruzioni possibili, ovvero: noi, studenti al tempo del COVID

Di: Michela Lauriello
3 Aprile 2021

 

 

Liceo Economico Sociale IISS Firpo-Buonarroti di Genova – IV A LES– A.S. 2020-2021

Ormai è passato un anno, dall’inizio di questa terribile pandemia, che ha avuto un così grave impatto su ognuno di noi. Il Coronavirus è arrivato improvvisamente, stravolgendo il mondo che conoscevamo senza pietà, senza preavviso, senza conoscere il modo per fermarlo. Quando questa tragedia ha toccato il nostro Stato – che in breve tempo ha raggiunto i poco invidiabili record di contagi e di morti in Europa – abbiamo compreso che, per anni, la sanità pubblica italiana è stata quasi abbandonata a se stessa, con una politica poco lungimirante di tagli e ridimensionamenti; infatti, anche già prima della pandemia si aveva notizia di situazioni poco confortanti. A maggior ragione con la pandemia, quando il ruolo della sanità è stato così fondamentale, fin da subito è apparso molto chiaro che non si era assolutamente in grado di fronteggiare un simile virus con le risorse a disposizione e che era urgente e necessario correre ai ripari. Anche se sarebbe stato meglio intervenire precedentemente, ora si deve continuare a lavorare affinché una volta debellato (speriamo!) il virus con le vaccinazioni e con le cure con gli anticorpi monoclonali, non si ricada negli stessi terribili errori che ci hanno fatto trovare impreparati di fronte all’emergenza. Per nostra sventura, la sanità non è stata l’unica a dover correre ai ripari per una precedente gestione poco accorta, ma nei guai si è trovata anche l’istruzione, da sempre ultima ruota del carro quando si parla di investimenti e di fondi per migliorarne le condizioni.


In questo contesto sanitario, studenti di ogni fascia di età si sono ritrovati da un giorno all’altro a non potere più andare a scuola, a non poter uscire, a non potersi incontrare con gli amici, a non poter neppure abbracciare i propri cari e a non poter fare tutto ciò che la vita concede solo una volta. Penso a tutte le importanti esperienze che si fanno da giovani (dalle semplici gite scolastiche ai più impegnativi stage e viaggi di istruzione, dalla socializzazione con coetanei impegnati negli stessi studi ai primi amori sbocciati nei corridoi della scuola). Noi studenti ci siamo dovuti adattare a questa condizione forse più di tutti: improvvisamente ci sono state richieste competenze informatiche più specifiche come l’uso e il possesso del pacchetto office, cosa ben diversa dalle applicazioni degli smartphone o dalla gestione dei social. Abbiamo dovuto procurarci uno strumento idoneo per collegarci alle videolezioni, una connessione internet stabile e di buona qualità, un’enorme pazienza con i professori, che non sempre erano aggiornati e pronti ad avventurarsi nella didattica a distanza. Per molti di loro si è aperto un mondo nuovo e oscuro, in cui muoversi con sospetto e difficoltà (penso a quegli episodi tragicomici di cui si è sentito parlare, in cui alcuni professori hanno fatto bendare i propri studenti, oppure li hanno fatti alzare dando le spalle al monitor, con le braccia alzate, per impedire suggerimenti o letture strategiche durante le interrogazioni a distanza). Comunque, ormai, non ha più senso continuare a dibattere se è meglio la DAD, la DDI o la lezione in presenza, perché, come stiamo vedendo, in ognuna di queste modalità, i diritti cedono il posto ai doveri che questa situazione richiede. Vorrei, però, ricordare che il diritto all’istruzione (aggiungerei alla migliore delle istruzioni possibili, per parafrasare Leibniz), è uno dei capisaldi della nostra Costituzione, è uno dei diritti umani fondamentali, e come tale deve essere tutelato. Ma voglio anche aggiungere che gli adolescenti, che stanno vivendo la loro età in questa contingenza, sono giornalmente sottoposti a una pressione psicologica molto elevata, che causa loro un notevole stress nervoso, e non nascondo che io e quasi tutti i miei coetanei, siamo al limite, siamo stanchi di tutto ciò: temiamo di crollare. Ovviamente siamo consapevoli che è una situazione difficile per tutti (parlando di diritti, mi viene in mente il diritto al lavoro, lavoro che molti degli adulti che compongono le nostre famiglie vedono a rischio e senza prospettive) e noi ragazzi non pretendiamo certo che lo Stato abbia verso di noi un occhio di riguardo. Siamo al limite, però. Al punto da avere attacchi di panico o di ansia, per qualsiasi cosa riguardi la scuola o, come per diversi di noi, per una vita quotidiana stravolta. La mancanza di stabilità del nostro mondo, della nostra società, ha minato la stabilità psicologica di molti di noi. Un domani saranno proprio alcuni di questi studenti depressi e con mille insicurezze a ricoprire le cariche più importanti nello Stato. Sinceramente non riesco a immaginarmi un ipotetico Presidente della Repubblica che non vuole fare conferenze perché ha così tanta paura di sbagliare da sentirsi mancare ogni volta che deve parlare in pubblico, o un Presidente del Consiglio dei Ministri che, quando deve prendere una decisione o scrivere un DPCM, è travolto da un attacco di panico! Sarebbe opportuno impegnarci tutti insieme per sconfiggere il più velocemente possibile il virus e per attrezzare lo Stato ad affrontare con capacità e competenza questa grave criticità, permettendoci di tornare a una normalità simile a quella precedente. Naturalmente oltre agli studenti, rimanendo in ambito scolastico, hanno sicuramente avuto molta difficoltà anche i presidi, i professori, tutti coloro che lavorano in questo settore, perché – anche in questo momento – sono obbligati a pianificare tutto, per poi magari doverlo annullare dieci minuti dopo, dovendo ricominciare daccapo perché è uscito l’ennesimo DPCM o l’ennesima norma che smentisce quanto emanato poche ore prima. Ed ecco di nuovo tornare il tema del diritto al lavoro: le difficili decisioni politiche comunicateci a colpi di DPCM, ordinanze, deliberazioni del commissario straordinario della sanità locale, note, circolari, etc. Prima il lockdown e poi le successive chiusure totali o parziali di alcuni settori lavorativi hanno visto il fallimento e la chiusura di numerose piccole e medie imprese, mentre altre continuano a licenziare dipendenti perché non c’è abbastanza lavoro, e altrettante faticano a rimanere aperte. Insomma, la crisi sanitaria ha causato quella economica aggravando una situazione già tra le non più felici. Nel nostro piccolo, per aiutare chi è in difficoltà, si potrebbe provare a comprare dalle piccole imprese locali e non solo dalle grandi aziende commerciali, anche se ciò, mi rendo conto, può apparire solo una goccia nell’oceano, ma è un gesto di solidarietà che ritengo importante.

Temo che il mondo come lo conoscevamo prima non tornerà mai più, ma non dobbiamo lasciarci abbattere. È vero, questo virus ha portato dolore, disperazione, depressione, ma ci ha anche aiutato a renderci conto delle debolezze nostre e del nostro Stato; a capire quanto siano importanti la libertà e la solidarietà; a saper distinguere chi ci vuole veramente bene da chi invece ci ha usati solo come passatempo. Ci ha insegnato che, anche se le regole sono rigide e non ci piacciono, bisogna osservarle per conseguire un obiettivo comune; per onorare coloro che sono morti e i loro cari che non hanno potuto rimanere loro accanto; per rispettare chi, ogni giorno, rischia la propria vita come medici e infermieri, come le persone che non possono lavorare in smart working ma devono andare in fabbrica, a scuola, al supermercato o in qualsiasi altro posto di lavoro e quindi sono più a rischio di altre. Dobbiamo dunque fare ancora qualche sacrificio per vivere meglio in futuro e ritornare a essere, finalmente, liberi e sereni. Noi siamo gli studenti dell’epoca del Covid-19. Noi siamo i ragazzi a cui è stata sottratta la quotidianità, un tempo ordinaria.


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