N. 7, gennaio 2011 – Romance

Di: agb & gr
3 gennaio 2011

Narrare mondi, creare personaggi, inventare vite, costruire significati e speranze. È quello che sanno fare le parole. Ed è per questo che il linguaggio, la fantasia e il racconto sono modi d’essere nei quali l’umano riconosce la propria identità. La nostra specie è davvero nata quando ha avuto inizio il racconto e l’ascolto dei fatti accaduti, oltre l’istante del loro accadere. Tempo e racconto sono inseparabili poiché «la vraie vie, la vie enfin découverte et éclaircie, la seule vie par conséquent pleinement vécue, c’est la littérature» (“la vita vera, la vita finalmente scoperta e portata alla luce, la sola vita dunque pienamente vissuta, è la letteratura”; Proust, Il tempo ritrovato). L’arte riconcilia con il dolore e con la morte; l’uno è l’ispiratore, l’altra è la ragione stessa per la quale l’opera esiste. È dunque la parola -come ancora una volta Proust sa dire- la vera «adorazione perpetua» di ciò che nell’esistere ha senso e pienezza.

Al romance, alla trama inquieta e infinita dei giorni narrati, dedichiamo il filo rosso di questo numero. Capire la letteratura è infatti un gesto profondamente teoretico poiché significa comprendere il mondo che nelle opere, nei libri, nei romanzi mostra sé, i propri enigmi, le tragedie, le passioni, lo scarto rispetto a ogni rassegnazione, una via d’uscita. Le opere non nascono in modo autarchico e per partenogenesi nella mente dell’autore. È il tessuto dei giorni, degli incontri, delle fatiche e delle illuminazioni a fecondare di pensieri, di memorie, di immagini, di intuizioni, di apprendimenti e di metafore il nostro corpo negli anni. Il soggetto creatore, insomma, è una leggenda. È il mondo a dire e a plasmare se stesso nel libro. Il Sé è disseminato negli innumerevoli e cangianti luoghi emotivi nei quali abita e che lo abitano, nella potenza delle passioni che lo sovrastano e che giorno dopo giorno gli offrono il tormento e la gioia, il fiume di speranze, il flusso di desideri, l’arresto del dolore che toglie il respiro. In un romanzo, in un racconto, questo fiume di vita individuale offre se stesso al mondo da cui è sorto, si moltiplica nelle innumerevoli e diverse reazioni e interpretazioni dei lettori, diventa un’esperienza collettiva, storica. Il privilegio -immenso- di chi scrive consiste nel farsi luogo di intersezione dei millenni. Al di là dei nomi e dei titoli, dunque, ciò che la letteratura ci regala è la nostra stessa persona. Lettura e solitudine sono inseparabili poiché leggere è un modo di dialogare con se stessi tramite il linguaggio altrui; ogni lettura moltiplica la solitudine e la rende finalmente accettabile, feconda. Leggere, pensare, vivere nella parola e delle parole sono tutte forme con le quali cerchiamo di sconfiggere l’inevitabilità della rovina.

La vita è magmatica, cangiante, mescolata, frutto non di una sequenza lineare ma di un cespuglio radiale di forme estremamente diversificate. Nessuna esperienza umana è in grado come il romance di cogliere e restituire tutto questo; la narrativa è una pianta meravigliosa che non potrebbe sopravvivere se privata delle sue radici filosofiche poiché la loro capacità di comprendere l’uomo, il tempo, il sacro e il quotidiano permette alla letteratura di dissolvere i torvi orienti di epoche maligne nello splendore di mattine nuove, di opporre alla feroce disarmonia del mondo «la grazia non terrestre del suo cuore» (Elsa Morante). È un’esperienza che tutti abbiamo vissuto; stanchi, un po’ tristi, con la sensazione di avere davanti il muro di un tempo chiuso, apriamo un romanzo e il labirinto si trasforma in luce.

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